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ANTONIO SCURATI, PARTORIRE
È UN PO’ TRADIRE

ANTONIO SCURATI, PARTORIRE <br> È UN PO’ TRADIRE

Le cose rilevate da quei neo-filosofi della contemporaneità che sono gli psicoanalisti, prima o poi finiscono nei romanzi, e quando succede è la prova che la rilevazione s’è fatta rivelazione. E’ ciò che sta accadendo da tempo ormai sul tema dei padri, anzi sulla loro assenza. Come in Antonio Scurati, “Il padre infedele”, Bompiani. Antonio Scurati è uno scrittore, ed ha scritto questo romanzo. La base teorica, vien da pensare per pura associazione, senza studio, possa essere lo scritto di Massimo Recalcati, “Cosa resta del padre?”, Raffaello Cortina editore. Cosa resta. Una bella domanda. Anche se, fatevi un giro nei parchi, fateci caso: non è proprio vero che il padre non c’è; ce n’è più di prima. Ce n’è troppo, ci sono carrozzine a traino umano maschile, marsupi con neonato covati da petti villosi, e una nuova patologia clinica: l’invidia delle tette. Perché questi nuovi padri vorrebbero persino allattare. Quali siano le conseguenze psichiche della trasformazione in atto nella società, chiediamolo a Recalcati. Quelle narrative, a Scurati. Le conseguenze romanzesche di questi padri-madri è che non tradiscono la moglie, ma sentono che quando tradiscono, tradiscono la figlia. Sono dunque padri infedeli. E sapete perché? Perché un padre-madre non ha le tette, e dunque non può essere famiglia a sé, e nemmeno più fuori di sé.  Perché l’altro genitore, la madre-padre che gli corrisponde, non garantisce ormai quel focolare domestico imperturbabile che è stato per secoli. Per secoli uscivi la mattina, tornavi la sera, la trovavi lì. Oggi è lei che esce a comprare le sigarette. (In un altro romanzo italiano, “La separazione del maschio”, di Francesco Piccolo, Einaudi, è proprio la moglie del protagonista grande fornicatore fedifrago a sparire per una settimana lasciandolo con la figlia). Ed è giusto, è la parità agognata, ricercata, lottata. E’ la messa in discussione di un’asimmetria che ha precipitato il sentimento del tradire maschile, verso la figlia. La famiglia è a due, non a tre. Due coppie: madre-figlio, padre-figlia. L’ultima fedeltà è concessa alla prole, per ovvia condizione che fortunatamente dai figli non si divorzia. Passiamo al libro, “Il padre infedele”. Si legge: “Conserviamo tante fotografie di quei giorni, ma se qualcuno ci avesse autenticamente ritratto in quanto coppia, al centro dello scatto si vedrebbero un maschio che gira lo sguardo in alto a destra, in cerca di un’impossibile via di fuga, e la nuca sottile di una femmina con un taglio di capelli maschile”. Nel lavoro di Scurati, dopo la nascita della bambina, l’io che narra dichiara di aver visto per un anno esclusivamente la nuca della moglie. E’ un voltargli le spalle che - questo è tragico - non è un porgere eroticamente il culo, (che è come dire, la possibilità di amarsi senza rischio d’un bambino), no, è tutt’altro: è una porta in faccia. E’ un tempo scaduto, un ciclo chiuso. Perché? Non è dato saperlo nel libro, e questo rifiuto, che non pare essere riducibile alla semplice fine d’un amore, è la domanda che fa da motore a tutta la vicenda. Perché, ora che siamo diventati genitori, mi mostri la nuca, oh donna? E’ il canto notturno del marito errante dell’Europa occidentale. La sessualità s’è compiuta per quello che biologicamente le è innato – la riproduzione – ed invece di consolidare, separa. Taglia a metà: da una parte mamma, dall’altra papà, in mezzo e per-sempre-in-mezzo, una figlia.  Ma questa non è ancora una novità. La novità è che in tutti questi libri che mettono in scena la paternità del secondo millennio, la filiazione umana è l’evento della vita. Altro che laurearsi, sposarsi, fare quattrini: diventare padre. La sacralità rende l’evento procreazione la pietra filosofale a cui rivolgersi chiedendo in cantilena, perché? E forse perdono, se si è un traditore.

 

Valerio de Filippis

(© 9Colonne - citare la fonte)