Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all'anno precedente (pari a 16,8 miliardi di dollari in più). Il rapporto "Premeditated: Nuclear Weapons Spending in 2025" diffuso oggi dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN - Premio Nobel per la Pace 2017) ricostruisce come le nove potenze nucleari (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) hanno deciso di investire nelle armi più distruttive della storia ben 3.768 dollari al secondo (cioè 226.069 dollari al minuto) senza interruzioni per tutti i 365 giorni dell'anno scorso. Va poi notato come nel solo 2025 la spesa sia aumentata di quasi un quinto rispetto all'anno precedente. In parallelo a queste valutazioni sugli "investimenti nucleari", i nuovi dati del SIPRI fotografano arsenali nucleari in espansione in tutti Paesi che li possiedono. La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte della Campagna ICAN, diffonde queste informazioni con profonda preoccupazione, chiedendo all'Italia e alla comunità internazionale di invertire urgentemente una rotta che potrebbe portare l'Umanità verso un disastro esistenziale.
Nell'arco degli ultimi cinque anni, cioè dal 2020 al 2025, le nove potenze nucleari hanno complessivamente investito 471 miliardi di dollari nei loro arsenali. In conseguenza di questa spesa pubblica sempre crescente, il settore privato ha incassato almeno 38 miliardi di dollari in contratti legati alle armi nucleari nel solo 2025, con aziende come Honeywell (5,27 mld), Lockheed Martin (4,51 mld), Fluor (3,84 mld) e Northrop Grumman (3,17 mld) tra le principali beneficiarie.
Gli Stati Uniti da soli spendono più di tutti gli altri otto paesi messi insieme: con 69,2 miliardi di dollari e un aumento annuo di 12,4 miliardi (+22%), Washington copre il 58% della spesa nucleare mondiale e ha Washington ha registrato anche il maggiore aumento annuale (+ 12,4 miliardi). La cifra stanziata dagli USA per il nucleare militare nel 2025 sarebbe bastata a coprire 19 volte l'intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. La Cina è il secondo Stato per spesa con 13,5 miliardi di dollari, mentre il Regno Unito ha superato la Russia diventando il terzo maggiore spenditore con 12,6 miliardi di dollari, contro i 9,5 miliardi stanziati da Mosca. "In un'epoca in cui il costo della vita sale vertiginosamente e cibo e carburante sono inaccessibili per milioni di persone, è impensabile che questi nove Stati spendano miliardi per una falsa promessa di sicurezza. Le armi nucleari non possono essere usate senza causare una catastrofe, e la falsa logica della deterrenza nucleare ci chiede di affidarci ai nostri nemici per la nostra stessa sopravvivenza", evidenzia Susi Snyder, Direttrice dei Programmi di ICAN.
Per mettere in prospettiva queste cifre, la campagna ICAN ricorda che le stesse risorse potrebbero essere utilizzate per rispondere a bisogni umani urgenti, tra cui:
- Un minuto di spesa nucleare globale potrebbe garantire accesso ad acqua potabile e servizi igienici a 3.478 persone
- Un giorno di spesa militare nucleare potrebbe sottrarre alla fame 2 milioni di persone
- Una settimana di spesa per gli arsenali nucldari potrebbe proteggere oltre 12 miliardi di persone da morbillo, parotite e rosolia
- Un anno di spesa militare nucleare potrebbe dotare di energia solare più di 6 milioni di abitazioni
Mentre gli Stati nucleari aumentano questo tipo di spese militari, l'ONU e l'intero settore umanitario e dello sviluppo hanno subito tagli drastici ai finanziamenti proprio da parte di quei Paesi che si stanno pesantemente riarmando: una scelta politica che rivela le pericolose priorità reali di chi governa questi arsenali. Alicia Sanders-Zakre, co-autrice del rapporto e responsabile delle politiche di ICAN aggiunge: "La nostra analisi sui costi è annuale, ma la spesa per le armi nucleari non lo è. Questi nove Stati hanno in programma di mantenere e modernizzare le proprie forze nucleari per i decenni a venire, distogliendo miliardi e miliardi di dollari da reali bisogni di sicurezza umana". Questa spesa sta inoltre alimentando il pericoloso panorama geopolitico odierno: l'espansione e la modernizzazione degli arsenali nucleari intensificano tensioni in un momento in cui il rischio che le armi nucleari vengano utilizzate in un conflitto è già ampiamente riconosciuto come il più alto dalla Guerra Fredda. Sono in corso guerre che vedono l'aggressione di Stati dotati di armi nucleari contro l'Ucraina e l'Iran, persiste una tensione costante tra India e Pakistan (entrambi potenze nucleari) e rimane sempre presente la minaccia di una guerra nucleare nella penisola coreana. E ovviamente l'aumento di spesa per gli arsenali si riflette nel numero delle testate: secondo i nuovi dati del SIPRI Yearbook 2026 a gennaio 2026 si contavano 12.187 testate nucleari totali nel mondo, di cui circa 9.745 nelle scorte militari operative (+130 rispetto all'anno precedente). Di queste, 4.012 sono già schierate su missili e aerei pronti all'uso, e tra le 2.100 e 2.200 sono mantenute in stato di massima allerta operativa, pronte al lancio in pochi minuti. Il dato paradossale è che il totale globale risulta ancora in lieve calo solo perché USA e Russia continuano a smantellare vecchie testate ritirate dal servizio. Ma questa tendenza si invertirà presto: il ritmo degli smantellamenti rallenta, mentre quello dei nuovi dispiegamenti accelera. Tutte e nove le potenze nucleari hanno modernizzato i propri arsenali nel 2025, dispiegando nuovi sistemi d'arma.
Anche l'Italia è direttamente coinvolta in questo scenario. Le basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) ospitano bombe nucleari statunitensi B61-12 nell'ambito del programma di "nuclear sharing" della NATO. Secondo le stime SIPRI, tra 100 e 120 bombe B61-12 sono attualmente dislocate in sei o sette basi aeree di sei Paesi europei dell'Alleanza Atlantica tra cui l'Italia. A questa situazione di presenza di testate sul nostro territorio si devono poi aggiungere le risorse destinate dal nostro Paese al programma di acquisto dei caccia F-35A, certificati per il trasporto delle bombe nucleari sopra citate. L'Italia contribuisce dunque, con risorse pubbliche, alla catena della deterrenza nucleare della NATO, in un momento in cui questa catena si sta allungando e si stanno discutendo nuove forme di condivisione nucleare europea. La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene che i dati pubblicati oggi da ICAN e SIPRI non lascino spazio a equivoci: il mondo sta percorrendo la strada sbagliata. La corsa agli armamenti nucleari non rende nessuno più sicuro ma al contrario aumenta il rischio di una catastrofe nucleare per errore di calcolo, per incidente tecnico o per escalation di conflitti convenzionali. Per questo la nostra Rete chiede con urgenza, tra le altre cose, che l'Italia ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), già firmato da 94 paesi e in vigore dal 2021, unendosi ai 73 stati che lo hanno già ratificato; che il governo italiano avvii una discussione parlamentare trasparente e pubblica sulla presenza di armi nucleari sul territorio nazionale e sui costi (economici, politici e di sicurezza) della partecipazione italiana al "nuclear sharing" della NATO e che il nostro Paese sostenga in tutte le sedi internazionali (ONU, NATO, G7, Unione Europea) una politica attiva di de-escalation nucleare, rifiutando la logica del potenziamento degli arsenali come strumento di falsa sicurezza.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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