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direttore Paolo Pagliaro

TRA TEHERAN E TEL AVIV
UN FRAGILISSIMO STALLO

TRA TEHERAN E TEL AVIV <BR> UN FRAGILISSIMO STALLO

La crisi in Medio Oriente vive una fase di precario stallo dopo i primi attacchi diretti e reciproci tra Iran e Israele dalla fine della tregua di due mesi fa. Lo scambio di raid, che ha rischiato di far collassare definitivamente i canali negoziali faticosamente aperti da Washington, si è temporaneamente congelato a seguito del pressante intervento del presidente statunitense Donald Trump. Nonostante il parziale arretramento militare, l'equilibrio regionale resta aggrappato a una tesa diplomazia della dissuasione, in cui entrambe le potenze continuano a minacciare risposte di inaudita violenza a qualsiasi ulteriore provocazione, mentre l'asse dell'escalation si sposta drammaticamente sul martoriato fronte del Libano meridionale e si estende fino alle coste del Mar Rosso.

IL BARATTO GEOPOLITICO DI TRUMP E LA TREGUA AEREA DI TEHERAN. La tesa sequenza di missili balistici e bombardamenti incrociati si è arrestata solo ieri a seguito di un perentorio e pubblico monito della Casa Bianca. L’inquilino della Casa Bianca, intervenuto direttamente per evitare il naufragio dei negoziati bilaterali, ha esortato le parti a cessare le ostilità “immediatamente”. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: attraverso le proprie forze armate, la Repubblica Islamica ha dichiarato conclusa la sua ondata di attacchi di ritorsione contro il territorio israeliano, giustificandoli come necessaria risposta ai raid subiti nei giorni scorsi.

Il segnale più tangibile del parziale allentamento della tensione bellica è giunto questa mattina direttamente dalla capitale iraniana: le autorità governative hanno infatti autorizzato la ripresa dei voli civili e commerciali presso l'aeroporto internazionale Imam Khomeini di Teheran. A delineare la postura diplomatica dell'Iran è stato il capo negoziatore e presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, il quale ha cercato di accreditare la tesi di una raggiunta parità strategica sul campo: “Abbiamo infranto l'equazione di concludere un cessate il fuoco sulla carta e violarlo sistematicamente sul campo”. Leggendo tra le righe, Teheran sta tentando di utilizzare il ritorno all'ostilità diretta come un brutale strumento di leva politica. L'obiettivo profondo dell'Iran non è lo scoppio di un conflitto totale in cui sa di trovarsi in svantaggio strategico, bensì l'imposizione di una deterrenza reciproca che costringa gli Stati Uniti a fare concessioni più ampie al tavolo dei negoziati, capitalizzando la manifesta riluttanza di Trump ad accollarsi i costi politici di una nuova guerra asimmetrica.

LA LINEA INVALICABILE DI NETANYAHU E L'ALLARGAMENTO DEL FRONTE AEREO. L'accettazione dello stallo da parte israeliana possiede una natura radicalmente diversa e decisamente più condizionata. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, pur accogliendo l'invito a frenare temporaneamente i raid sul territorio iraniano, ha voluto ribadire la totale autonomia d'azione di Tel Aviv nell'esercizio del diritto all'autodifesa “ogniqualvolta necessario”. Lo stesso premier ha lanciato un durissimo avvertimento ai leader della Repubblica islamica, dichiarando che il Paese risponderà “con forza” a qualsiasi ulteriore attacco iraniano.

La fragilità di questa tregua è accentuata dal coinvolgimento della rete transnazionale dei gruppi alleati dell'Iran. Nelle prime ore di oggi, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato di aver intercettato con successo un “obiettivo aereo sospetto” proveniente dallo Yemen, prima che potesse violare lo spazio aereo nazionale nella regione meridionale di Eilat. L'episodio, conclusosi senza provocare feriti, evidenzia come la strategia asimmetrica di Teheran continui a sfruttare la pressione periferica dei ribelli Houthi per logorare i sistemi di difesa aerea dello Stato ebraico, mantenendo intatta la minaccia balistica nonostante i moniti di Washington. Per Tel Aviv, contrastare queste incursioni e colpire i vettori strategici della galassia sciita non costituisce una violazione dei patti bilaterali, ma un'esigenza di sicurezza interna non negoziabile.

IL DRAMMA DEL SUD DEL LIBANO E IL SANGUE SUI SOCCORRITORI. Mentre a livello apicale si consuma lo stallo tra i due Stati sovrani, la violenza reale continua a scaricarsi senza sosta sul terreno libanese. Nelle ultime ventiquattro ore, le forze israeliane hanno condotto una massiccia campagna aerea che ha colpito più di quindici località nel sud del Libano, tra cui la città costiera di Tiro, secondo i dati ufficiali trasmessi dall'Agenzia di Stampa Nazionale libanese (NNA). Il bilancio complessivo dei bombardamenti di ieri ha registrato la morte di quattordici persone e il ferimento di oltre venti cittadini, in base alle stime fornite dalle autorità sanitarie di Beirut e dalla Croce Rossa.

La violenza è continuata questa mattina con due nuovi tragici raid. Il primo ha colpito direttamente il tessuto urbano di Tiro, centrando un'area adiacente a un centro della Croce Rossa: l'attacco ha provocato cinque morti e otto feriti. Tra i feriti si contano quattro soccorritori della stessa Croce Rossa investiti dalle esplosioni mentre prestavano assistenza. In una nota ufficiale, il ministero della Salute libanese ha denunciato l'accaduto affermando che “un raid nemico israeliano sulla città di Tiro, vicino al centro della Croce Rossa, ha provocato cinque morti e otto feriti, quattro dei quali sono soccorritori della Croce Rossa”.

Poche ore più tardi, un secondo bombardamento israeliano ha investito la località meridionale di Marwanieh. Stando ai dati aggiornati del Ministero della Salute libanese, il bilancio di questo nuovo attacco è di due morti, tra cui un bambino, e di dieci feriti. Nonostante le pesanti perdite civili e le minacce di ulteriori ritorsioni da parte di Teheran, il Ministro della Difesa israeliano ha ribadito che lo Stato ebraico avrebbe “continuato ad agire” contro le postazioni e le infrastrutture militari di Hezbollah. Il Libano si ritrova così intrappolato in un paradosso geopolitico: una tregua parziale che protegge momentaneamente i cieli delle capitali, ma che trasforma il territorio meridionale libanese nell'unico e sanguinoso “sfogatoio” di una guerra per procura che non accenna a spegnersi. (9 GIU / deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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