Appare sempre più difficile negare che, in Libano, il sistema sanitario non sia ormai entrato consapevolmente nel mirino delle forze armate israeliane. È infatti davvero arduo inquadrare il ferimento dei quattro soccorritori della Croce Rossa avvenuto questa mattina a Tiro come un tragico incidente isolato. Le azioni di Tsahal hanno chiarito da tempo che si sta attuando una sistematica campagna di demolizione che sta travolgendo il sistema di soccorso del Paese dei cedri. La prosecuzione dei raid israeliani nel sud del Libano ha progressivamente allargato il proprio raggio d'azione, superando i confini delle installazioni strettamente militari di Hezbollah per colpire con spietata regolarità ospedali, ambulanze e personale di primo soccorso. Questa silenziosa e sanguinosa offensiva contro i presidi sanitari viene denunciata dalle autorità di Beirut come un tassello fondamentale di una strategia volta a privare la popolazione civile di ogni forma di assistenza fondamentale, accelerando lo svuotamento delle aree a ridosso del confine.
I dati raccolti e verificati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità descrivono una catastrofe logistica e umana che ha ormai superato ogni precedente storico nella regione. Dall'inasprimento della campagna aerea, sul suolo libanese si contano almeno centoventotto operatori sanitari rimasti uccisi sotto i bombardamenti, mentre i feriti tra medici, infermieri e paramedici superano quota trecentotrenta. La macchina dei soccorsi è stata bersagliata in modo diretto e documentato attraverso quasi centonovanta attacchi che hanno preso di mira convogli in movimento e postazioni mobili della protezione civile. Questa pressione cinetica ha messo in ginocchio la rete ospedaliera: più di sessanta strutture di assistenza primaria e ospedaliere sono state parzialmente distrutte, gravemente danneggiate o costrette alla chiusura totale a causa della mancanza di sicurezza, di personale e di forniture energetiche vitali. Nel solo distretto di Tiro, complessi di riferimento come il Jabal Amel e l'Hiram risultano strutturalmente compromessi, incapaci di assorbire l'ondata di feriti di un conflitto che conta oltre tremilacinquecento vittime civili.
La precisione e la frequenza delle incursioni israeliane contro i canali del soccorso medico hanno sollevato una durissima ondata di condanna da parte delle principali agenzie umanitarie globali. OMS e organizzazioni non governative internazionali hanno formalmente accusato lo Stato ebraico di violare apertamente i trattati internazionali e le Convenzioni di Ginevra, le quali sanciscono l'immunità e la protezione assoluta del personale medico anche in contesti di aperta ostilità. I portavoce umanitari sul campo continuano a ripetere come l'annientamento programmato delle linee di emergenza non si limiti a mietere vittime dirette tra i soccorritori, ma recida sul nascere le uniche possibilità di sopravvivenza per le migliaia di civili intrappolati sotto le macerie dei centri urbani meridionali.
Leggendo tra le righe delle posizioni ufficiali tenute dall'alto comando militare israeliano, si delinea uno scontro retorico e giuridico profondo. Tel Aviv continua a respingere le accuse di crimini di guerra giustificando i propri raid con la tesi secondo cui le milizie sciite utilizzerebbero sistematicamente i mezzi di soccorso, le ambulanze e i sotterranei degli ospedali come scudi umani per stoccare armamenti leggeri e spostare i propri combattenti al riparo dai sistemi di sorveglianza satellitare. Tuttavia, la persistente mancata diffusione di prove pubbliche e inconfutabili trasforma queste giustificazioni in un paravento politico per l'opinione pubblica occidentale. Per gli analisti geopolitici, la reale strategia applicata sul campo risponde a una logica di sradicamento psicologico: distruggere capillarmente l'infrastruttura di cura serve a rendere intollerabile la permanenza della popolazione autoctona, creando una vera e propria terra bruciata sanitaria che costringe la popolazione civile alla fuga forzata verso il nord del Paese. (9 GIU – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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