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direttore Paolo Pagliaro

Al ceo non piace
il lavoro da casa

Al ceo non piace <br> il lavoro da casa

di Paolo Pagliaro

Molti pensano che il lavoro a distanza, praticato su larga scala, sopravviverà anche nell’era post-coronavirus. Dai vertici delle grandi multinazionali   arrivano però annunci  di segno opposto. David Solomon, amministratore delegato di Goldman Sachs ha detto che vorrebbe vedere i suoi 40 mila dipendenti tornare in ufficio rapidamente. Nel 2020 la banca d’affari ha operato con meno del 10% del personale in presenza, situazione che Solomon ha definito aberrante. In particolare il timore è che 3 mila nuovi assunti conoscano la loro azienda da remoto, rinunciando al tutoraggio diretto che solo l’ufficio può garantire.

E’ della stessa opinione  Jes Staley, numero uno di  Barclays che ha programmato già per quest’anno, vaccini permettendo,  il rientro in sede dei suoi 80 mila collaboratori. Anche da Cisco, il colosso che pure ha fatto la sua fortuna con il networking, arrivano segnali di restaurazione: “credo che a casa le nostre persone non si stiano più divertendo”, ha detto il ceo. Contro il mantenimento del lavoro a distanza sono anche i vertici di JPMorgan, che collegano al lavoro da casa il calo di produttività registrato in questi mesi, in particolare il lunedi e il venerdì. 

Va detto che ci sono altre grandi aziende che invece puntano a rendere strutturale lo smart working Sono quelle che non avendo visto diminuire la produttività puntano a ridurre i costi.

Quanto ai diretti interessati, cioè i lavoratori, l’ultimo sondaggio è quello pubblicato dalla rivista giuslavoristica “Lavoro, Diritti, Europa” diretta da Pietro Martello, già presidente del Tribunale del lavoro di Milano.  Nel giudizio sullo smart working gli intervistati sono divisi , ma su un punto il 43% concorda: a casa si lavora di più. 

(© 9Colonne - citare la fonte)