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Vaccini, raccogliamo
ciò che seminammo

Vaccini, raccogliamo <br> ciò che seminammo

di Paolo Pagliaro

Secondo un rapporto della Commissione Europea, tra le prime 100 imprese che nel mondo hanno investito di più in ricerca e sviluppo, 23 sono case farmaceutiche e tra loro ci sono quelle a cui l’umanità ha affidato la speranza di sconfiggere con un vaccino il coronavirus. Nel 2019, dunque prima che scoppiasse la pandemia, Johnson & Johnson aveva speso in ricerca oltre 10 miliardi di euro, Pfizer 7 miliardi e mezzo. Astra Zeneca quasi 5 miliardi. Potremmo dunque dire che nella corsa al vaccino si raccoglie ciò che si è seminato. 
L’Europa raccoglie poco anche per l’assenza di una politica industriale concertata, come spiega l’economista Franco Mosconi commentando questi dati sul giornale Firstonline. 
Quanto all’Italia, anche il settore farmaceutico, nonostante le sue eccellenze, paga il prezzo della diffidenza nei confronti della ricerca applicata. Da tempo si è perso lo slancio che nel 1947 indusse il biochimico svizzero Daniel Bovet a lasciare la direzione dell’Istituto Pasteur di Parigi per venire a lavorare a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità, dove svolse le ricerche che nel 1957 gli avrebbero fruttato il premio Nobel. Rievocando questo precedente, il fisico Lucio Russo (anticitera.org) invita i decisori pubblici a non rinunciare alle competenze oggi miracolosamente ancora presenti in Italia. E ricorda che grazie alla decisione del secondo governo Conte di immettere capitale pubblico nella società Reithera avremo un vaccino italiano, che probabilmente entrerà in produzione il prossimo autunno. Ma se ne parla pochissimo, probabilmente perché, osserva il professore, l’autunno è un futuro troppo remoto per interessare l’italiano medio.

(© 9Colonne - citare la fonte)