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Covid, l’indagine di Bergamo e il ruolo di Crisanti

Covid, l’indagine di Bergamo e il ruolo di Crisanti

di Michele Mezza

La conclusione dell’indagine di Bergamo ci riporta, tragicamente, a quelle terribili immagini della sfilata dei camion con le bare che nella prima fase della pandemia fu il simbolo della disperazione di quelle zone. Oggi i PM che hanno lavorato per due anni arrivano ad ipotizzare responsabilità personali e dirette. Tutto il laborioso lavoro dei magistrati si basa sulla pietra angolare della perizia che in sei mesi di ricerche e deduzioni ha depositato alla fine del 2021 Andrea Crisanti , allora consulente principe della procura,virologo di vaglia internazionale, oltre che straordinario operatore sul terreno, con il suo provvidenziale intervento che soffocò sul versante veneto la diffusione dell’epidemia che invece esplose in Lombardia, ed oggi senatore del PD.
Un documento che non lascerebbe spazio ad incertezze nel rispondere alla domanda che hanno posto magistrati inquirenti: cosa è successo nei giorni precedenti al lockdown nazionale? Chi ha perso tempo? Chi pur sapendo la gravita del fenomeno non ha agito? Come poteva comunque essere usato il piano pandemico che per quanto non aggiornato rappresentava comunque uno strumento per l’emergenza ?
Sono quesiti che puntano al cuore della politica e che pretendono di ricostruire la dinamica dei ruoli e delle funzioni nelle ore più drammatiche. Ma soprattutto con quella perizia Crisanti documentò un aspetto fondamentale , e ancora discusso: la relazione certa fra i ritardi e il numero delle vittime. Un fattore che appare assolutamente non relativo o discrezionale ma fermamente determinato dalle acquisizioni scientifiche sulla dinamica della pandemia.
Siamo dunque ad un passaggio epocale, che dovrebbe permettere di rendere meno oscura e intricata una fase della vita repubblicana che ha pesantemente inciso su migliaia e migliaia di famiglie, oltre ad aver determinato il successivo sbocco politico. Pensiamo per altro alle recenti elezioni lombarde, e ai risultati raccolti proprio dai vertici della Giunta uscente nelle zone dove più devastante è stata l’azione del virus.
L’epicentro dell’istruttoria è collocato in quei giorni – dal 22 febbraio al 8 marzo del 2020- quando divamparono i focolai irrefrenabili del contagio, prima al confino lombardo veneto, fra Codogno e Vò Euganeo, dove si registrarono i primi due morti, il 21 febbraio, e successivamente nella Val Seriana, attorno a Bergamo, nei comuni di nembo e Alzano, dove ci sarebbe poi registrata una mattanza in poche settimana che arrivò a quasi 4 mila vittime.
In quel terribile gorgo, in cui il virus corse liberamente, infestando ospedali e case di cure, e in cui, si rileva dalle indagini, per almeno 72 ore, diciamo fra il 2 e il 5 marzo, si verificò un disarmante rimbalzo di responsabilità fra il governo e i vertici della Lombardia , dove ognuna delle due istituzioni sembra che volesse consegnare all’altra il bruciante cerino della decisione più drastica - chiudere la produttivissima zona bergamasca ,così come venne chiusa l’area della bassa lombarda dopo le prime vittime.
Quel ritardo , causato dal tormentato ping pong fra Roma e Milano, spiegano gli inquirenti, costò almeno 4 mila morti che si potevano evitare. Un dato questo che viene proprio documentato dal lavoro di Crisanti che ricostruisce, passo passo , l’intero intricato carteggio che si gonfia nelle ore più tragiche, siamo appunto al 2 marzo sera, in cui persino il CTS riconosce che siamo oltre i limiti consentiti e bisogna chiudere subito i territori bergamaschi. In quel momento si registrano, ed è questa la materia giudiziaria, vari dietrofront, in cui i dirigenti della Regione Lombardia che avevano fatto intendere di voler procedere a misure emergenziali chiedono prudenza al Governo , che , per parte sua, non pare proprio intenzionato a seguire i consigli del CTS, nonostante che il ministro Speranza avesse fatto preparare in bozza il decreto che proclamava la zona rossa ad Alzano e Nembro.
Le pressioni che venivano dal mondo industriale erano fortissime, soprattutto a Milano. L’Economist, il settimanale guida dei centri finanziari europei, lanciava una copertina con il titolo Grim Calculus, invitando i governi ad accettare il rischio del contagio pur di continuare a produrre.
In questo marasma si pone anche la questione del piano pandemico, che pur nella sua colpevole arretratezza , mancando da almeno 7 anni di un adeguamento, in ogni caso indicazioni utili ne dava ed erano tutte nella direzione di un cambio di marcia, con un uso di massa delle mascherine, un isolamento completo delle unità sanitarie, Ospedali e Ras, e drastiche decisioni sui focolai di infezione. Anche su questo punto- perché il piano rimane senza aggiornamento, e perché comunque non viene usato per le indicazioni utili che comunque conteneva-la procura si muove con una documentazione che addebita proprio ai vertici del CTS e del Consiglio Superiore della sanità la responsabilità di queste inadempienze.
Si segnalano situazioni davvero abnormi , come il puntiglioso richiamo che veniva in quei giorni dal vertice del CTS a non usare i tamponi se non per i positivi, o a limitare l’uso delle mascherine. Ma l’aspetto macroscopico riguarda in generale quel rapporto fra Palazzo Chigi e il ministero della sanità, in cui appare evidente che il presidente del consiglio esercitò un ruolo del tutto incongruò nel commissariare di fatto il vertice ministeriale per adeguare tempi e modi della risposta al contagio a considerazione più complessive e politiche. Su questa dobbiamo capire cosa accadde nei partiti della sinistra in quei giorni, quali relazioni e input erano trasmessi alla delegazione di governo.
Proprio Andrea Crisanti in un libro che uscì in quel periodo, “Caccia al Virus” (Donzelli) scritto insieme, volle introdurre la nostra conversazione sulle strategie contro Copvid 19 con una lettera aperta ai cittadini per richiamare proprio l’attenzione su quanto si stava decidendo e su come si decideva. Scriviamo nella lettera introduttiva: “Le modalità e le proporzioni degli effetti tremendi della pandemia che ci ha colpito dal febbraio del 2020 non sono il frutto di un inesorabile destino, ma devono essere riconosciute come l’effetto di valutazioni e di informazioni non appropriate, giustificate parzialmente dalla comprensibile inesperienza di fronte a un evento inatteso, ma in parte indotte dall’incapacità di interpretare dati e processi scientifici. Ora, dopo più di un anno e mezzo di sacrifici e sofferenze, dobbiamo ancora riconoscere che senza una partecipazione piena e consapevole da parte degli italiani alle scelte politiche, non potremo mai uscire da questo labirinto”. Stavamo parlando della politica che mancava.E i risultati elettorali dei mesi successivi si incaricheranno di punire chi non volle ascoltare.
Il polverone ora comunque si alzerà. E’ ovvio che il fatto che il principale sostegno dell’accusa, Andrea Crisanti, oggi sia un senatore del PD, sarà brandito come una clava dai difensori della Regione Lombardia e magari anche dai professori del CTS, oltre che da Conte e Speranza. Ma sarebbe un pericoloso autogol. Una perizia scientifica deve innanzitutto essere confutata nel merito, tanto più se argomento in maniera dettagliata le sue conclusioni. L’autore inoltre deve essere colpito nella sua onorabilità e prestigio umano prima ancora che professionale per ipotizzare una completa malafede. Escludendo che qualcuno voglia incamminarsi su un sentiero tanti impervio rimangono i fatti: come si è mosso il governo Conte nei giorni precedenti la deflagrazione del contagio? Come si è governato il ministero della sanità dove sembra che agissero gruppi di potere e di strategie diversificati e non tutti riconducibili al ministro nel loro balletto macabro attorno al simulacro di piano pandemico? Cosa voleva ottenere la Regione Lombardia in quelle ore e con quali mezzi? Sono quesiti che hanno immediatamente un risvolto giudiziario, ma non mancano anche di un significato politico.

(© 9Colonne - citare la fonte)