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L’Argentina che aspetta Bergoglio

L’Argentina che aspetta Bergoglio

di Federico Larsen

Sono passati dieci anni dall'elezione del cardinal Jorge Mario Bergoglio a Papa, e a Buenos Aires la domanda che più ci si fa è quando deciderà di visitare la sua città natale. Da quel marzo del 2013 infatti Papa Francesco non ha più rimesso piede nella capitale argentina. Appena proclamato, ha chiamato il giornalaio del quartiere di Flores, dove ha abitato per diversi anni, per chiedergli di non lasciargli più i giornali sotto la porta perché non avrebbe potuto leggerli. Gesti come questo, apparentemente spontanei ma presumibilmente ben studiati, hanno avvolto la figura del nuovo pastore della cristianità di un'aura che alla Chiesa sembrava mancare, quella dell'uomo comune, che al lavoro ci va in metro, anche quando l'ufficio è quello dell'arcivescovo di Buenos Aires. Un posto senz'altro poco facile nei primi anni duemila.
Dopo la crisi del 2001 ed il crack dei bond argentini, che ha portato alla dichiarazione di default e la rovina per milioni di persone, la ripresa è stata segnata da un rinnovato fervore per l'attività politica che ha coinvolto tutti i settori della società. Bergoglio si trovò allora in una situazione tutt'altro che semplice: cercare di tenere insieme la comunità cattolica argentina, nel bel mezzo della polarizzazione aperta da un ventaglio di dibattiti che si apriva ad ogni settimana. La strategia scelta dalla curia bonaerense fu semplice: si mantenne una posizione tradizionalista sui temi più spinosi sotto il profilo sociale (matrimonio gay, aborto, autopercezione del genere) che il governo di Cristina Kirchner stava cominciando ad assumere come propri, senza abbandonare però il contatto coi movimenti di base, le mense popolari e i gruppi autonomi di disoccupati e abitanti delle periferie. Entrambi motivi per i quali la sinistra peronista al potere trovò nell'allora vescovo di Buenos Aires un chiaro nemico da attaccare sulla stampa e nei comizi. Bergolgio non rimase con le mani in mano, e lanciò campagne furibonde contro diverse iniziative in discussione al parlamento: definì “fascismo” l'approvazione del programma di educazione sessuale per le scuole nel 2004; aderì alla “guerra di Dio”, così chiamata dalla curia locale, contro il disegno di legge per permettere il matrimonio tra le persone dello stesso sesso; e criticò con forza le “derive populiste” del governo di allora. Insomma, nel marzo del 2013 non era difficile trovare in prima pagina dei quotidiani argentini qualche frase di Bergoglio, ripresa -e spesso strumentalizzata- da settori conservatori e reazionari della politica locale in chiave antiperonista.
Ma il passaggio da Bergoglio a Francesco ha cambiato radicalmente la percezione del grande pubblico nei confronti di quello che oggi è il Papa di tutti i cattolici. La decisione di guidare un pontificato di svolta, su cui preme con forza il bisogno di un rinnovamento nelle posizioni e le forme della Chiesa, hanno portato Bergoglio ad abbracciare posizioni sul piano globale, che viste da Buenos Aires sono irrimediabilmente legate a quella fazione della politica locale che gli era tanto avversa. Nelle sue encicliche Francesco parla di giustizia sociale, si è apertamente schierato a favore della sindacalizzazione dei lavoratori, ha contestato le ricette tradizionali del Fondo Monetario Internazionale e gli organismi che reggono la finanza globale. Tutte rivendicazioni che lo hanno associato nell'immaginario dell'argentino medio al peronismo di sinistra, tendenza confermata anche dalla freddezza con cui i leader liberal conservatori argentini accolgono in genere le sue posizioni più rilevanti.
Ecco perché a dieci anni dall'inizio del suo pontificato Bergoglio ancora non ha messo piede in Argentina. È Stato in Bolivia, Paraguay, Brasile, Ecuador, Perù, Colombia, Cile, Messico, Cuba e Panama, ma non nella sua Buenos Aires, dove qualunque gesto, anche solo il giorno scelto per un possibile sbarco, sarebbe letto solo ed esclusivamente in funzione della politica locale. In Argentina infatti si cerca ancora Bergoglio in ogni parola detta da Francesco, e la chiave di lettura delle sue azioni tende sempre ad essere la frattura locale tra peronisti ed oppositori. È forse l'unico paese al mondo che non vede in lui un leader globale, ma un Papa peronista.
Anche l'Argentina è molto cambiata nell'ultimo decennio. Oggi il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale ed uguale in tutto e per tutto a quello delle coppie eterosessuali; ogni individuo ha diritto a modificare i propri dati anagrafici se non coincidono col genere con cui si percepisce; ed anche l'aborto è stato legalizzato dopo anni di lotte. Quel che non cambia è il modo con cui si analizza ogni singolo gesto del primo papa sudamericano della storia, figlio di un'Argentina che da anni è segnata dalle divisioni, che sembrano ormai più forti di un intero pontificato.

(© 9Colonne - citare la fonte)