L’Iran in bilico tra una trasformazione epocale e un ritorno alla più bieca e sanguinaria repressione. La Repubblica islamica entra infatti nella terza settimana di violentissime proteste antigovernative, che hanno scatenato la risposta assassina da parte del regime degli ayatollah. I dati sulle vittime civili sono drammatici e, secondo un gruppo per i diritti umani con sede negli Stati Uniti, ammonterebbero fino ad oggi ad almeno 544 persone uccise.
IL BLACKOUT DIGITALE E IL MASSACRO OCCULTO. Tuttavia, queste cifre non possono essere considerate definitive. Il regime ha imposto un totale blackout delle comunicazioni, bloccando l'accesso a Internet e alle linee telefoniche da oltre 84 ore. Questa oscurità digitale rende impossibile la verifica indipendente del numero esatto di morti e feriti. L'ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, ha confermato la morte di almeno 192 manifestanti, avvertendo che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto e denunciando un "massacro" e un "crimine di massa contro il popolo iraniano". Si stima inoltre che oltre 2.600 manifestanti siano stati arrestati.
Le immagini che filtrano, come un video autenticato dall'AFP che mostra decine di corpi avvolti in sacchi neri davanti a un obitorio di Teheran, testimoniano la violenza della repressione. Il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) ha riferito di ospedali "traboccanti" di feriti e di una diminuzione delle scorte di sangue. A Teheran, la vita quotidiana è quasi paralizzata; molte attività commerciali hanno abbassato le saracinesche, e le scuole sono chiuse.
LA FRAGILITÀ DEL REGIME TRA ECONOMIA E PRESSIONE ESTERNA. La crisi in atto ha messo a nudo la profonda debolezza della Repubblica Islamica, minata sia da un collasso economico interno sia da una crescente pressione militare e diplomatica internazionale, in particolare da parte di Stati Uniti e Israele. Dal punto di vista economico, il regime è strangolato da anni di sanzioni internazionali che hanno azzerato le esportazioni di petrolio. La moneta nazionale è in caduta libera e l'inflazione fuori controllo ha impoverito vasti strati della popolazione, erodendo il consenso anche tra i ceti tradizionalmente vicini al potere. Questo disastro finanziario ha prosciugato le risorse necessarie non solo per finanziare l'apparato repressivo interno, ma anche per sostenere le milizie alleate nella regione. A ciò si aggiungono le recenti azioni militari mirate di USA e Israele contro siti strategici, che hanno dimostrato la vulnerabilità delle difese iraniane e l'isolamento del Paese. Questi attacchi, insieme alla disastrosa gestione economica, hanno creato un mix esplosivo di frustrazione e rabbia che alimenta la rivolta in corso, incrinando l'immagine di stabilità e invincibilità del regime.
LA "FASE FINALE" DELLA RIVOLTA E LA MINACCIA AMERICANA. Nonostante la repressione si scateni nelle strade, i manifestanti continuano a radunarsi, scandendo slogan che invocano la caduta della teocrazia. Dall'estero, Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Shah, ha annunciato una "nuova fase del sollevamento" mirata a rovesciare la Repubblica Islamica. In un messaggio su X, ha offerto un'alternativa alle forze armate: schierarsi con il popolo o diventare complici di un "massacro". Pahlavi ha chiesto inoltre che le ambasciate iraniane nel mondo vengano restituite al popolo e che su di esse sventoli la storica bandiera nazionale. Contemporaneamente, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che l'esercito sta studiando "opzioni molto forti" per l'Iran. Nonostante le voci di possibili negoziati avviati da Teheran, Trump ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero agire militarmente prima di qualsiasi incontro diplomatico. In un clima di totale incertezza e violenza, l'Iran sembra dunque avvicinarsi a un punto di non ritorno. (12 GEN - deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)



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