“Il maggior bacino petrolifero americano, il Permian, ha raggiunto il picco di produzione, il boom del fracking statunitense è agli sgoccioli. Questo spiega l'interesse americano per il Venezuela, primo detentore di risorse petrolifere, verso l'Iran e per la Groenlandia: se ne parla per i minerali ma il territorio è per vasta parte coperto da spessi strati di ghiaccio che ostacolano l'estrazione in tempi brevi. Invece l'Oceano Artico si sta sciogliendo rapidamente, quindi la prospettiva di estrare offshore petrolio e gas è vivida. Nella regione artica ci sono il 15% del petrolio e il 30% del gas ancora non scoperti”. Lo afferma, in una intervista a Il Fatto, Nicola Armaroli, direttore di ricerca del Cnr specializzato in energia e sistemi energetici, spiegando che gli Stati Uniti sono ossessionati dal petrolio “per l'industria automobilistica: il 60% del petrolio americano va nel trasporto su strada. Hanno poi un esteso deficit della bilancia commerciale e i prodotti petroliferi raffinati sono tra i primi per export, oltre ad avere maggior valore rispetto alla materia prima. Per realizzarli, gli Usa importano petrolio, pesante e medio come quello venezuelano, mentre esportano quello leggero da fracking. La loro ossessione petrolifera mitiga il deficit”. Armaroli sottolinea la differenza con la Cina che “ha un approccio opposto. Non ha risorse significative di idrocarburi: importa il 70% del petrolio e il 40% del gas, ma sta elettrificando senza sosta, è la dominatrice assoluta della mobilità elettrica. Installa quantità mostruose di rinnovabili”. Analizzando la posizione dell'Unione Europea, l'esperto dichiara che “ha una dipendenza dall'import di oil e gas che consuma maggiore di quella cinese, rispettivamente il 95% e l'85%. Avrebbe tutte le ragioni per guardare al modello cinese. Invece balbetta, non riesce a staccarsi dall'America. D'altronde ospitiamo le testate nucleari americane. È una spaccatura epocale: avremo elettrostati contro petrostati. Su questa partita si gioca il futuro economico e geopolitico dei nostri figli. L'Europa deve stare attenta a stare dalla parte giusta, oltretutto unita: la Cina ha le risorse umane, economiche e materiali per la rivoluzione elettrica, noi no”. Secondo Armaroli, l'UE deve “abbracciare l'elettrificazione e uscire progressivamente dal petrolio e dal gas, senza continuare a passare da uno spacciatore di idrocarburi all'altro. Sole e vento nella produzione elettrica, in Europa nel 2025 hanno superato i fossili per la prima volta. Bisogna correre”. Per quanto riguarda l'Italia, il ricercatore conferma che il Paese è pronto a un'elettrificazione massiccia poiché “per installazione di batterie di stoccaggio è tra i primi in Europa. La rete elettrica, nonostante non sia perfetta e abbia dei colli di bottiglia, è una delle migliori e più stabili. Eppure si continua a parlare di hub del gas: un Paese che da un lato ha intrapreso strade virtuose per svincolarsi da un sistema-trappola di dipendenza e dall'altro dimentica l'eolico inseguendo però le politiche sugli idrocarburi”. (31 gen - red)
(© 9Colonne - citare la fonte)



amministrazione