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DELITTO PASOLINI,
NUOVE TESTIMONIANZE

DELITTO PASOLINI, <BR> NUOVE TESTIMONIANZE

“Divenni produttore per indignazione, perché Sergio Citti non riusciva a fare un progetto straordinario, I Magi randagi. Quando iniziai a fare il film capii subito che bisognava muoversi in Europa, trovai dei coproduttori e fu uno dei primi a prendere un Eurimages in Italia. All’epoca non esisteva ancora l'aiuto al cinema indipendente e Jack Lang non aveva ancora detto la famosa frase che ci ha salvato a tutti, ‘il cinema non è gli hamburger’ per cui l'eccezione culturale ci ha salvato dall'aggressione del cinema americano. Ma riuscimmo a terminare il film…”. E quindi, col senno del poi, l’indignazione di cui parla Francesco Torelli fu una fortuna. Se non ci fosse stata la passione da cinefilo ed il deciso temperamento del produttore romano, Sergio Citti non avrebbe portato sullo schermo, nel 1996, il suo film ispirato ad una sceneggiatura scritta 30 anni prima da Pierpaolo Pasolini ed a cui lo stesso Citti, aiuto regista di Pasolini, aveva collaborato. Morto Totò, Pasolini la stava adattando per Eduardo De Filippo per impersonare un “re magio randagio” che parte col suo schiavo (Ninetto Davoli, sulla scia di “Uccellacci e uccellini”) alla ricerca di un messia, seguendo la cometa dell’ideologia, lungo un pellegrinaggio che conduce tra surreali allegorie. Pasolini venne ucciso e il progetto si fermò ma non nella mente di Citti che ad esso si ispirò per creare la storia di una strampalata peregrinazione di tre poetici saltimbanchi (Silvio Orlando, Rolf Zacher e Patrick Bauchau) che – a differenza dell’idea di Pasolini che fa terminare il film in un mondo che, preda della tecnocrazia, giunge al suicidio collettivo - si chiude nella speranza di un mondo libero e rinnovato. Nel cast figurano lo stesso Ninetto Davoli, il fratello del regista Franco Citti, Laura Betti, Mario Cipriani, tutti attori pasoliniani. “I magi randagi” viene proiettato questa sera a Roma, al Cinema delle Provincie, dalle 19, alla presenza dello stesso produttore, in un incontro dal titolo “Il massacro di Pasolini: le novità che possono riaprire un’inchiesta” in cui interverrà Simona Zecchi, autrice del libro "Pasolini ordine eseguito”, edito da Ponte alle Grazie, in cui nessun elemento relativo a quella fatidica notte del 2 novembre 1975, noto o trascurato o volutamente nascosto, viene tralasciato, mentre testimonianze di prima mano portano a nuove, sconvolgenti evidenze. E il contesto nel quale è maturato l’assassinio, qualcosa che va molto al di là della notte di Ostia, è ricostruito con minuzia di dettagli, riportandoci all’epoca cupa delle stragi e delle infiltrazioni neofasciste. Insieme a Zecchi interverranno anche l’autrice Martina Di Matteo, il giornalista Rai Alessandro Gaeta, la criminologa Simona Ruffini. Saranno proiettati immagini, filmati, documenti ed interviste.

“I magi randagi” ha un passaggio proprio dove Pasolini venne ucciso, il 2 novembre 1975, all’idroscalo di Ostia. Lì dove Sergio Citti, il mattino dopo l’omicidio del suo amico, fece un filmato che documentava chiazze di sangue nell’arco di 300 metri, provando quindi che avessero agito non uno ma più assassini, che fu un agguato. Fu lo stesso Francesco Torelli a consegnare quel filmato al legale della famiglia Pasolini. Una prova del fatto che Pasolini, che stava lavorando al romanzo Petrolio sul delitto Mattei e sui meccanismi del "nuovo fascismo" economico e stragista che stava dilaniando il Paese, sia stato attirato all'Idroscalo di Ostia dal 17enne Giuseppe Pelosi con l'esca del recupero delle pellicole originali del suo film "Salò o le 120 giornate di Sodoma", che erano state rubate poco tempo prima. Una trappola per portarlo in un luogo isolato dove un gruppo di persone lo avrebbe massacrato. Pochi mesi prima di morire, Pasolini aveva pubblicato sul Corriere della Sera il celebre articolo "Il romanzo delle stragi", che iniziava con "Io so. Ma non ho le prove", accusando quindi apertamente i vertici dei poteri politici ed economici dell’epoca di essere i mandanti di quelle che oggi sono definite “stragi di Stato” (per l’accertata o sospettata partecipazione di servizi segreti deviati), da Piazza Fontana in poi e della conseguente strategia della tensione. Lo stesso Pelosi, che per decenni sostenne di essere l'unico colpevole, nel 2005 ritrattò la sua versione affermando che era stato costretto a tacere perché minacciato di morte insieme alla sua famiglia e sostenne che quella notte erano presenti tre uomini (che sostiene avessero un accento meridionale anche se si parla del coinvolgimento di killer della malavita romana e della banda della Magliana), che massacrarono il poeta chiamandolo "sporco comunista”. Pelosi venne condannato in primo grado nel 1976 per "omicidio volontario in concorso con ignoti" (una formula che già allora suggeriva che non fosse solo). In appello, però, la corte stabilì che fu l'unico autore del delitto, condannandolo a 9 anni, 7 mesi e 9 giorni di reclusione. Trascorse gli anni in carcere tra periodi di semilibertà e nuove accuse per reati minori (furti, rapine e ricettazione), che lo portarono a entrare e uscire di prigione per tutta la vita che si concluse nel 2017, a 59 anni, per un tumore al polmone. (3 feb – red)

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