Lo prevedeva il Pniec, nell’ultima versione aggiornata: “L’Italia attuerà le politiche e misure necessarie al raggiungimento degli obiettivi di riduzione di gas a effetto serra concordate a livello internazionale ed europeo. Per i settori coperti dal sistema di scambio quote EU ETS – innanzitutto il termoelettrico e l’industria energivora, contribuiranno il phase out dal carbone, programmato entro il 2025, come accennato nei limiti e sempreché siano per tempo realizzati gli impianti sostitutivi e le necessarie infrastrutture, e una significativa accelerazione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica nei processi di lavorazione”. I venti di guerra e l’aumento di materie prime fossili come petrolio e gas invece hanno fatto fare retromarcia, alla maggioranza ma non solo: un emendamento al decreto Bollette, in arrivo da oggi alla Camera, posticipa infatti il phase out dal carbone di ben 13 anni, fino al 2038. Criticano le opposizioni ambientaliste: per Angelo Bonelli si tratta di “una scelta grave e irresponsabile che tiene in vita il killer dell’ambiente e della salute, che non renderà l’Italia autonoma dal punto di vista energetico e che terrà alto il prezzo dell’energia. Il governo Meloni, invece di ridurre le bollette investendo sulle rinnovabili, punta sulla fonte più inquinante, danneggiando ambiente e salute. È il segno di una politica energetica fallimentare che blocca la transizione energetica e aumenta la dipendenza dall’estero”. Secondo gli ambientalisti sarebbe possibile installare 60 GW di rinnovabili in pochi anni e ridurre drasticamente l’uso di gas, per circa 40 miliardi di mc di gas, “ma si sceglie il carbone, il killer del clima”. Senza contare che “questa decisione è anche un danno economico: prolunga l’uso di impianti costosi e obsoleti e scarica i costi su famiglie e imprese, mentre le rinnovabili sono oggi la soluzione più conveniente per abbassare le bollette e garantire stabilità”. (sis – 30 mar)
(© 9Colonne - citare la fonte)




amministrazione