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direttore Paolo Pagliaro

GUERRA, GIORNO 35:
RESILIENZA MISSILISTICA

GUERRA, GIORNO 35: <BR> RESILIENZA MISSILISTICA

La trentacinquesima giornata del conflitto iraniano si è aperta, nelle prime ore di oggi, con una nuova e massiccia ondata di lanci balistici partiti dal territorio della Repubblica islamica. Intorno alle 02:30 ora italiana, le sirene d’allarme hanno squarciato il silenzio in gran parte del centro di Israele e nelle località meridionali. Lo stato maggiore ebraico ha diramato una nota ufficiale immediata: “L'esercito ha identificato missili lanciati dall'Iran verso il territorio dello Stato di Israele; i sistemi di difesa sono in azione per intercettare la minaccia”. La popolazione di Tel Aviv e della città turistica di Eilat è stata invitata a raggiungere i rifugi mentre i cieli venivano solcati dalle scie delle batterie Arrow e David’s Sling.

Quasi simultaneamente, le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato l’azione, dichiarando di aver impiegato vettori a lungo raggio per colpire obiettivi sensibili nel cuore dello Stato ebraico. Ma il coinvolgimento bellico si è allargato geograficamente nelle ore successive di oggi. Lo Stato Maggiore dell’esercito kuwaitiano ha confermato via social che “le difese aeree kuwaitiane stanno attualmente respingendo attacchi missilistici e di droni ostili”, precisando che le forti esplosioni avvertite dalla popolazione civile sono “il risultato dell'intercettazione” di ordigni diretti verso obiettivi non meglio specificati, ma probabilmente legati alla logistica regionale.

LA STRATEGIA DEL TERRORE INFRASTRUTTURALE: LE MINACCE DI TRUMP. Nella serata di ieri, il Presidente statunitense Donald Trump ha impresso una violenta accelerazione alla retorica bellica, spostando esplicitamente il mirino dagli obiettivi militari a quelli civili. Attraverso il suo social network, Truth Social, l’inquilino della Casa Bianca ha celebrato la distruzione di un ponte iconico in fase di completamento nei pressi di Teheran, definendo l’azione solo l'inizio di una nuova fase punitiva. “I ponti saranno i prossimi, poi le centrali elettriche!”, ha avvertito il tycoon, aggiungendo che gli Stati Uniti “non hanno nemmeno iniziato” il loro programma di metodica distruzione delle infrastrutture civili del Paese.

L’approccio di Trump sembra rispondere a una logica di pressione massima volta a provocare il collasso interno del sistema iraniano. Secondo il presidente, la quasi totalità dei siti militari iraniani sarebbe già stata neutralizzata dall'inizio dell'offensiva lo scorso 28 febbraio. “I leader del nuovo regime sanno cosa bisogna fare, e che bisogna farlo SUBITO!”, ha incalzato The Donald, alternando la minaccia di un ritorno all’età della pietra per l’Iran a spiragli per un cessate il fuoco immediato, purché alle condizioni dettate da Washington e Gerusalemme. Tra le righe di queste dichiarazioni emerge la volontà di forzare un negoziato prima che l'opinione pubblica americana o gli alleati regionali inizino a mostrare segni di stanchezza per un conflitto che sta entrando nel suo secondo mese.

IL BILANCIO UMANITARIO E LA CONTA DEI DANNI DELLA MEZZALUNA ROSSA. Mentre la politica alza i toni, i dati che giungono dal terreno delineano un quadro di devastazione civile che cozza con la narrazione di una guerra nel segno delle “azioni chirurgiche”. In un rapporto dettagliato diffuso ieri, la Mezzaluna Rossa iraniana ha fornito una prima stima dell’impatto dei raid aerei condotti nelle ultime cinque settimane. Il conteggio è impressionante: quasi 140.000 unità tra residenze private e locali commerciali risultano danneggiate o distrutte dai bombardamenti. La propaganda di un conflitto scevro da danno collaterali viene dunque smentita dai numeri riguardanti i servizi essenziali: risultano colpiti almeno 316 centri sanitari e di pronto soccorso, oltre a 763 scuole e 18 centri operativi della stessa Mezzaluna Rossa.

L’organizzazione ha inoltre evidenziato l’enorme sforzo dei soccorritori, segnalando che dall’inizio delle ostilità i cani da ricerca hanno partecipato a 693 missioni per estrarre feriti e corpi dalle macerie. La distruzione del ponte menzionato da Trump avrebbe causato, secondo fonti mediche locali riferite ieri, la morte di otto civili. Questo passaggio della guerra evidenzia come il confine tra obiettivi “dual use” (infrastrutture utili sia ai civili che ai militari) si stia definitivamente dissolvendo, portando il peso del conflitto direttamente sulla popolazione urbana iraniana.

L’INTELLIGENCE USA: L’ARSENALE DI TEHERAN È ANCORA OPERATIVO. Nonostante l’ottimismo ostentato dalla Casa Bianca, le valutazioni d’intelligence trapelate nelle ultime 14 ore offrono una prospettiva assai più cauta. Fonti qualificate hanno riferito alla CNN che circa il 50% dei lanciamissili iraniani è tuttora intatto, nonostante cinque settimane di bombardamenti quotidiani. Questo dato suggerisce che una parte consistente della capacità di ritorsione di Teheran sia stata preservata all'interno di basi sotterranee o silos protetti (vere e proprie “città dei missili”) che finora hanno resistito agli ordigni bunker-buster delle forze alleate.

Altrettanto preoccupante per il comando centrale statunitense è lo stato della flotta di droni. Circa la metà delle migliaia di droni d’attacco “a senso unico” (leggi: kamikaze) resterebbe operativa. “Sono ancora pronti a scatenare il caos più totale in tutta la regione”, ha commentato una fonte dell’intelligence, sottolineando che l’Iran conserva una capacità di saturazione delle difese aeree nemiche ancora intatta. Inoltre, gran parte dei missili da crociera per la difesa costiera non sarebbe stata colpita, una scelta che riflette la strategia iniziale degli Stati Uniti di evitare escalation dirette nello Stretto di Hormuz per non paralizzare il traffico petrolifero mondiale, ma che oggi lascia a Teheran un’arma micidiale per minacciare le rotte marittime in qualsiasi momento.

DIPLOMAZIA D’OMBRA E SEGNALI DI LOGORAMENTO. Sul fronte diplomatico, la giornata di ieri è stata caratterizzata da un’intensa attività sotterranea. Sebbene ufficialmente non vi siano canali aperti, mediatori regionali segnalano che la Svizzera e l’Oman starebbero lavorando freneticamente per tradurre le minacce pubbliche di Trump in una bozza di accordo tecnico. La lettura politica suggerisce che l’Iran stia tentando di resistere il più possibile per arrivare al tavolo negoziale non come un Paese totalmente sconfitto, ma come una potenza ancora in grado di infliggere danni economici e militari significativi (come dimostrato dagli attacchi di oggi verso il Kuwait e Israele).

Tuttavia, l'insistenza di Trump sulle centrali elettriche indica che Washington è pronta a colpire il “cuore energetico” del Paese, un atto che porterebbe al blackout totale e alla paralisi di ogni attività economica. La resilienza dei lanciamissili sotterranei e la sopravvivenza della flotta di droni indicano che, sebbene l'Iran sia ferito, il “caos totale” citato dall'intelligence americana resta una minaccia concreta. Le prossime ore di oggi saranno decisive per capire se la dimostrazione di forza missilistica notturna di Teheran sia stata l'ultimo atto di sfida prima di un cedimento o il preludio a una nuova, ancora più violenta, fase di attrito regionale.

(3 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)