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Il premio a Mario Draghi
e l’Europa che sogniamo

Il premio a Mario Draghi <br> e l’Europa che sogniamo

di Vittorino Beifiori

La cittá termale e romana di Aquisgrana ricca di storia a partire da Carlo Magno, che vi fece costruire la splendida cattedrale ottagonale, nella quale vennero consacrati per volere di Ottone I nei secoli i re tedeschi, e dove sono conservati il suo trono e il lampadario di Barbarossa, ha ospitato ancora una volta il conferimento del Karlspreis, il premio Carlo Magno. In questa occasione il premio é stato assegnato a Mario Draghi, non il primo italiano perché precedentemente era toccato ad Alcide De Gasperi, uno dei grandi fondatori dell'Unione Europea con Konrad Adenauer e Robert Schuman.
Carlo Magno, incoronato imperatore a Roma nella notte di Natale dell'800 da papa Leone III, é ritenuto il primo governante europeo. In effetti dominava su grandi territori dell'attuale Europa, aveva introdotto la lingua latina come ufficiale; lui analfabeta che firmava col punzone, cercava di unificare le genti religiosamente col cristianesimo, anche con metodi sbrigativi: in un solo giorno aveva fatto decapitare 5 mila Sassoni che avevano rifiutato il battesimo. Questa splendida cittá crocevia fra Germania, Belgio e Olanda ospitó in epoca piú recente, durante il dominio di Hitler, la resistenza cattolica al nazismo che fu fortissima, come il movimento Rosa bianca di Monaco di Baviera dove, nel campo di concentramento di Dachau, il primo in assoluto aperto all'inizio del 1933, nato come centro di rieducazione per dissidenti, oppositori, sindacalisti, ebrei, zingari, omosessuali, ecc., mai divenuto di sterminio, morirono mille preti cattolici.
Una bella sede dunque per il coniatore del celebre "whatever it takes" (a qualunque costo) per annunciare la salvaguardia dell'euro. Gli organi di informazione hanno riferito alcuni concetti importanti della sua lezione. Innanzitutto la "solitudine" europea con riferimento al raffreddamento dei rapporti con gli Stati Uniti d'America. Inoltre la concezione originaria dell'Unione Europea basata sull'impossibilitá della prevalenza di uno dei suoi membri sugli altri, la possibilitá di introdurre " velocitá" diverse fra i vari Stati, da ultimo la difesa comune. In tempi come il nostro, in cui viene messo in discussione tutto, si é palesata la crisi dei partiti e dei parlamentarismi, giá ampiamente prevista dal pensatore Romano Guardini, che li vedeva come portatori prevalentemente di interessi particolari e non come propositori di soluzion globali ispirate dal Bene Comune, si affida a Google la scienza di chi a qualunque titolo é "ignorante", si puó fare qualche osservazione anche al discorso di uno dei piú seri attori politici, in senso etimologico, come é Mario Draghi.
L'Unione Europea con i suoi quasi 500 milioni di abitanti, tre volte la Russia e quasi un terzo in piú degli Usa, la sua tradizione umanistica, la sua cultura, la sua ricchezza e le linee direttive che le hanno dato i suoi fondatori, non puó essere definita sola. A meno che non la si osservi con la faccia posteriore di Giano, la si ricordi cioé come la piú grande esportatrice di guerra nei secoli e, dopo l'ultima guerra mondiale prevalentemente condizionata dal riarmo contro la Russia (Nato e Patto di Varsavia), quasi incurante del dialogo diplomatico come compito prioritario. Grande eccezione furono due attori come Helmut Kohl e Mihail Sergeevic Gorbaciov, che portarono alla guarigione la piú profonda e pericolosa ferita ereditata dalla guerra, la divisione della Germania in due, che finí il 3 ottobre del 1990.
In realtá l'unico praticante assiduo della diplomazia nel dopoguerra in Europa fu lo Stato del Vaticano, che inventó con il cardinale Agostino Casaroli l' "Ostpolitik". Lo sforzo diplomatico ridurrebbe la necessitá del riarmo, come peraltro successo in decenni precedenti. I soldati statunitensi potranno tornare a casa, anche perché la Russia non ha interesse a colpire con bombe atomiche la vicina Unione Europea: servatis servandis (fatte le debite proporzioni) sarebbe come darsi la zappa sui piedi. Come ogni cittadino applica le serrature alle porte di ingresso della propria abitazione, é però ragionevole pensare ad una difesa, comune dell'Unione. É sotto gli occhi di tutti che la militarizzazione decisa dalla miope dirigenza dell'Unione impone l'abbandono dello stato sociale, della lotta alle diseguaglianze, giá in atto, e pertanto la cronicizzazione delle diseguaglianze, pure in atto: quindi il tradimento della cultura occidentale basata sulla pari dignitá di ogni persona.
L'economia, possibilmente florida e prioritaria, deve essere sganciata dalla finanza, moderno Moloch in mano a pochi plutocrati infiltratisi in essa, che postulano una crescita tendente all'infinito, priva di etica e di moralitá, e che ad un certo punto non esiteranno a distruggere il pianeta per riprendere da zero un esercizio che ha provocato finora decine di guerre croniche, rischio che corre anche quella in Ucraina. Un esempio su tutte é quella somala che persiste, ignorata, dal 1992. Quanto alle velocitá diverse fra Stati, esse sono pericolose, perché primo arriva sempre il piú forte, tentato magari di non stimolare chi sta dietro per staccarsi sempre piú. E il piú forte, come insegna il tycoon statunitense, impone le sue regole, giuste o insane che siano, con metodi arbitrari.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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