Si è svolto a Venezia il XIX Simposio Cotec Europa, un appuntamento che quest'anno ha messo al centro del dibattito il tema "Rethinking Work in the Age of AI: Transformation, Opportunity and Governance". L'evento ha visto la partecipazione e il confronto diretto tra il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, il Re di Spagna Felipe VI e il Presidente del Portogallo António José Seguro. Al di là del cerimoniale, l'incontro ha prodotto un atto concreto di coordinamento politico e strategico: la firma di un memorandum d'intesa sull'Intelligenza Artificiale siglato dai presidenti delle rispettive fondazioni Cotec nazionali.
L'iniziativa si colloca in un momento cruciale per il continente europeo, impegnato a definire una propria via alla transizione digitale che non sia una mera rincorsa ai modelli statunitensi o asiatici, ma che provi a declinare l'innovazione secondo i canoni dello stato di diritto e della tutela sociale. Il documento siglato a Venezia punta a formalizzare una risposta sinergica tra i tre Paesi della sponda sud dell'Unione, storicamente legati da affinità strutturali nel mercato del lavoro, per guidare l'impatto dell'IA sui processi produttivi e occupazionali.
L'ILLUSIONE DELL'AUTONOMIA E L'ASSE DEL MEDITERRANEO. Nel suo intervento, il Capo dello Stato italiano ha voluto subito sgombrare il campo da tentazioni isolazioniste o sovranismi tecnologici, evidenziando come la transizione in atto rappresenti una linea di faglia globale che nessun attore continentale, preso singolarmente, ha la massa critica per governare. La cooperazione tra Italia, Spagna e Portogallo viene così presentata non come una semplice opzione di buon vicinato, ma come una necessità geometrica all'interno degli equilibri europei.
Le parole del Presidente delineano la necessità di un'azione collettiva: “la sfida dell'innovazione è una delle grandi prove del nostro tempo e nessun Paese può immaginare di affrontarla in solitaria”. Dietro la formula diplomatica emerge la consapevolezza che, senza un coordinamento stretto sulle regole del gioco e sugli investimenti infrastrutturali, i singoli Stati membri rischiano di subire passivamente gli standard decisi altrove, frammentando ulteriormente il mercato unico e indebolendo la capacità negoziale dell'intera Unione Europea nei confronti dei colossi tech globali.
IL PASSAGGIO DALL'USO PASSIVO ALLA SOVRANITÀ DIGITALE. Un passaggio chiave dell'analisi odierna ha riguardato l'asimmetria di potere legata alla conoscenza tecnica e alla capacità di computazione. Il rischio sistemico evidenziato a Venezia è la creazione di una nuova e profonda stratificazione sociale su scala globale, dove l'apparente democratizzazione dell'accesso agli strumenti digitali maschera in realtà una totale dipendenza dai pochissimi attori in grado di progettarli e controllarli.
Il Capo dello Stato ha quantificato questa dinamica con una percentuale che fotografa una vera e propria urgenza democratica: "Oggi il 99% della popolazione mondiale è un mero utilizzatore passivo delle nuove tecnologie: la capacità di comprenderne i meccanismi, di intervenire nella loro programmazione, è di pochi. Una tendenza che va invertita. Con urgenza”. L'appello solleva una questione di alfabetizzazione strutturale: l'inversione di questa tendenza non è solo un obiettivo educativo, ma una precondizione per mantenere una reale sovranità economica e politica. Se la capacità progettuale resta concentrata in oligopoli transnazionali, i diritti di cittadinanza rischiano di essere subordinati a decisioni algoritmiche prive di controllo pubblico.
IL LAVORO COME BARICENTRO COSTITUZIONALE E L'ENCICLICA PAPALE. Il discorso si è poi spostato sugli effetti della transizione nei settori produttivi, un terreno dove il modello sociale europeo rischia l'impatto più duro. Per controbilanciare la spinta verso un'automazione guidata esclusivamente da logiche di efficienza e riduzione dei costi, è stato evocato un forte richiamo etico e dottrinale, attingendo alla recente produzione del Vaticano per blindare la centralità della persona nei processi macroeconomici.
È stata così richiamata la riflessione contenuta nella prima enciclica “Magnifica humanitas” di Papa Leone XIV, sottolineando che “l'Intelligenza Artificiale deve rispettare le capacità di ogni persona, non ridurla a elemento marginale di processi automatizzati”. Citando testualmente il testo pontificio, è stato ribadito che “il lavoro resta una dimensione fondamentale dell'esperienza umana: non soltanto un mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità”. Questo posizionamento indica la volontà di costruire un fronte comune ampio, capace di saldare i principi costituzionali del lavoro con la dottrina sociale, per evitare che l'algoritmo diventi l'unico regolatore dei tempi e delle modalità dell'esistenza umana.
NUOVE CITTADINANZE E IL RISCHIO DI ESCLUSIONE GENERAZIONALE. Il monito emerso dal Simposio si rivolge in modo particolare alle prospettive delle nuove generazioni e alla tenuta dei servizi essenziali. L'introduzione pervasiva dei sistemi di IA non configurerà solo una ristrutturazione delle mansioni aziendali, ma ridisegnerà i canali di accesso alle prestazioni pubbliche e private, dalla sanità alla previdenza, fino all'istruzione. Il pericolo concreto è la nascita di nuove forme di analfabetismo funzionale che si traducono immediatamente in esclusione sociale ed economica.
“L'alternativa - ha ammonito il Presidente - riguarda i giovani, e milioni di persone, di ogni età e condizione, per l'accesso ai servizi più elementari - nuova frontiera della cittadinanza - e milioni di lavoratori che dovranno acquisire nuove capacità per operare in ambienti produttivi integrati con sistemi di Ia”. La qualificazione dei lavoratori e la garanzia dell'accessibilità diventano quindi i nuovi parametri su cui misurare la tenuta democratica. L'investimento formativo non viene visto come una misura assistenziale, ma come un pilastro fondamentale per difendere lo statuto dei diritti di fronte alle asimmetrie generate dall'automazione avanzata.
IL RICHIAMO STORICO E I LIMITI DELLA SOVRANITÀ NELL'ERA DEI DATI. L'ultima parte della riflessione veneziana ha affrontato il nodo giuridico e politico della regolamentazione dello spazio digitale. Nella lettura delle dinamiche odierne, emerge la tendenza dei grandi operatori tecnologici a muoversi in un vuoto normativo, esercitando di fatto un potere quasi assoluto all'interno di piattaforme che scavalcano i confini nazionali e le giurisdizioni degli Stati democratici. Un'espansione che rischia di violare la sfera privata e i diritti fondamentali dei singoli cittadini sotto la copertura dell'innovazione tecnologica.
Per circoscrivere i rischi di questo vuoto regolatorio, il Presidente Mattarella ha introdotto un parallelismo storico tratto dalle origini della scienza giuridica europea, richiamando il principio formulato ottocento anni fa da un giurista italiano per scardinare l'assolutismo dell'epoca: “'Quilibet in domo sua dicitur rex' - 'Chiunque, in casa propria, va considerato sovrano'”. Nelle intenzioni del Capo dello Stato, l'attualizzazione di questa massima serve a definire i confini invalicabili che lo sviluppo tecnologico deve rispettare rispetto alla sfera dei diritti individuali: “In casa propria non in quella altrui o negli ambiti comuni, come rischia di avvenire”. Sotto il profilo dell'analisi politica, la sottolineatura di Mattarella non è un semplice richiamo dottrinale, ma un monito diretto contro l'estensione indebita del potere delle multinazionali del digitale nei domini collettivi e privati. Evocando il concetto di sovranità in relazione agli “ambiti comuni”, il Quirinale mette in guardia contro il rischio che i grandi attori oligopolistici privati finiscano per imporre le proprie regole private (i propri algoritmi) negli spazi pubblici della democrazia. La riflessione presidenziale riafferma così il primato della legge dello Stato – intesa come codice e grammatica relazionale condivisa – sulla pretesa dei colossi tecnologici di operare al di fuori di qualsiasi controllo giurisdizionale nazionale o sovranazionale.
UNA RISPOSTA EUROPEA PER IL CONNUBIO DEL XXI SECOLO. L'orizzonte finale indicato dal vertice trilaterale di Venezia rimane l'Europa, intesa come lo spazio politico minimo in cui far valere queste istanze di regolamentazione. Il dialogo promosso negli anni dalle fondazioni Cotec di Italia, Spagna e Portogallo è oggi chiamato a trasformarsi in una proposta politica stringente all'interno dei tavoli decisionali di Bruxelles, dove si giocano le partite decisive sull'attuazione dei regolamenti comunitari sul digitale.
L'appello conclusivo fissa la responsabilità storica della leadership continentale: “Le Fondazioni Cotec di Portogallo, Spagna e Italia hanno promosso negli anni un dialogo fecondo sull'innovazione. Oggi sono chiamate a misurarsi con una responsabilità conseguente: contribuire a una risposta europea alla trasformazione del lavoro nel tempo dell'Intelligenza Artificiale”. Non si tratta solo di gestire un cambiamento tecnologico, ma di preservare l'eredità politica del Novecento: “Non lasciamoci sfuggire l'opportunità di rinnovare - adeguandole al futuro - le basi del connubio tra innovazione, lavoro e democrazia, che ha caratterizzato il XX secolo. Lo dobbiamo alle giovani generazioni”. Un richiamo che sposta il focus dall'efficienza tecnologica alla stabilità delle istituzioni democratiche occidentali.
(17 GIU – deg)
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