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Bambini e autostima, attenzione alle parole

Ogni frase detta ai più piccoli può influire su autostima, insicurezze e percezione di se stessi: ecco cosa evitare


Le parole hanno un peso, soprattutto quando a pronunciarle sono gli adulti e ad ascoltare sono i più piccoli. Nel rapporto con i bambini, infatti, il linguaggio quotidiano può contribuire a costruire autostima, sicurezza e capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, ma può anche lasciare tracce negative quando diventa giudicante, svalutante o ricattatorio. Per questo è importante evitare etichette negative, ricatti affettivi e frasi che sminuiscono ciò che il bambino prova. L'obiettivo non è rinunciare alle regole o alla necessità di correggere un comportamento, ma distinguere il comportamento dalla persona: un errore può essere corretto senza mettere in discussione il valore del bambino. Ugualmente importante è chiedere un parere da parte di un esperto.
Tra le espressioni da evitare c'è, innanzitutto, “se fai così non ti voglio più bene”. Un'affermazione di questo tipo può creare una profonda insicurezza, facendo percepire che l'amore dell'adulto sia condizionato dal suo comportamento e che possa smettere di essere amato quando sbaglia. Anche frasi come “sei cattivo” o “sei stupido” spostano l'attenzione dall'azione all'identità. Non viene contestato ciò che il bambino ha fatto, ma viene attribuita un'etichetta alla sua persona, con il rischio di trasformare un comportamento occasionale in una definizione di sé.
Un altro messaggio da evitare è “non sei capace, faccio io”. Sebbene possa nascere dall'intenzione di aiutare o di velocizzare una situazione, può trasmettere al bambino l'idea di non essere in grado di fare da solo, indebolendo la fiducia nelle proprie capacità e frenando lo sviluppo dell'autonomia.
Particolare attenzione va riservata anche alle emozioni. “Smettila di piangere” oppure “non si piange per questo” possono sembrare frasi innocue o pronunciate per interrompere un momento di difficoltà, ma rischiano di invalidare ciò che il bambino sta provando. Imparare a riconoscere e gestire le emozioni passa anche dalla possibilità di esprimerle e di sentirsi accolti, senza che vengano considerate sbagliate o esagerate. Anche parole assolute come “sempre” e “mai” possono diventare pesanti quando vengono utilizzate per giudicare. Dire, per esempio, “non fai mai niente” trasforma una situazione specifica in una condanna generale, rendendo più difficile individuare il comportamento concreto da correggere e lasciando al bambino la sensazione di non poter cambiare.
Infine, è importante evitare i paragoni, come “perché tuo fratello è più bravo?”. Mettere i bambini a confronto può alimentare rivalità, senso di inadeguatezza e mortificazione. Ogni bambino ha tempi, caratteristiche e capacità differenti: il confronto può quindi spostare l'attenzione dal percorso personale alla necessità di essere all'altezza di qualcun altro.
Educare, dunque, significa anche scegliere con attenzione le parole. Correggere, stabilire limiti e accompagnare i bambini nella crescita non richiede di svalutarli: il comportamento può essere messo in discussione, mentre la loro dignità, il loro bisogno di sentirsi amati e la legittimità delle loro emozioni devono rimanere fuori dal giudizio.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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