Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

Cazzullo e Branduardi raccontano ‘Francesco’

Teatro
Dai palchi più prestigiosi agli spettacoli di provincia, lo "Speciale teatro" presenta ogni settimana le novità in cartellone in giro per l'Italia. Tra classici della commedia e della tragedia, opere, One man show, cabaret e "prime", le rappresentazioni teatrali vengono anticipate attraverso una descrizione sintetica dello spettacolo, della sua scenografia e dei suoi autori e interpreti, oltre a un piccolo vademecum con le date e gli orari.

Cazzullo e Branduardi raccontano ‘Francesco’

A 800 anni dalla morte del santo patrono d’Italia, San Francesco, Aldo Cazzullo e Angelo Branduardi raccontano la storia del poverello d’Assisi nello spettacolo intitolato ‘Francesco’, in scena il 6 ottobre (ore 21) al Teatro Duse di Bologna (Teatro Duse - Bologna, via Cartoleria 42). Sul palco prenderà vita un racconto dei racconti sui vari aspetti della vita del santo. Il San Francesco della devozione, l’incontro con il lupo, la predica agli uccelli e le stimmate, ma anche il San Francesco della storia, dalla conversione e spoliazione al rapporto con il Papa, dalla nascita dell'ordine alla crociata, fino l'incontro con il sultano. E poi il San Francesco poeta con il Cantico delle Creature. Non solo. Cazzullo e Branduardi porteranno sotto i riflettori anche i grandi francescani della storia, come Dante Alighieri e Cristoforo Colombo fino a Sant'Antonio, Padre Pio e Papa Bergoglio.  Ad accompagnare i testi scritti da Cazzullo e le musiche di Branduardi, eseguite dal vivo in collaborazione con Fabio Valdemarin, una selezione di immagini che contribuiscono alla creazione del ritratto di una figura intrinsecamente legata all’identità italiana. (red)

CATERINA FILOGRANO AL TEATRO INDIA CON "ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI"

Una famiglia di donne, un matriarcato governato da un’ottantenne, una casa sul mare in cui memoria e presente finiscono per confondersi. Anche in casa si possono provare emozioni forti è l’intensa storia familiare di un microcosmo femminile, scritta e diretta da Caterina Filograno, che apre la stagione del Teatro India di Roma dall’8 all’11 ottobre (Lungotevere Vittorio Gassman, 1 già Lungotevere dei Papareschi), attraversando il confine tra autobiografia, invenzione scenica e libertà di scegliere chi diventare.  Al centro della storia troviamo Maddalena Casto, sovrana indiscussa di un matriarcato costruito intorno alle donne, capaci di bastare a sé stesse e di relegare gli uomini alla sola funzione della procreazione. Intorno a lei vivono le amate nipoti Caterina e Rebecca, la saggia figlia Mina e la fragile Simonetta: generazioni diverse che abitano il sistema creato da questo piccolo e tenace corpo di ottant’anni, imparando nel tempo a riconoscerne regole e contraddizioni.  Le donne trascorrono gli inverni a Bari e le estati al Villino Tajani, castelletto sul mare costruito dal capostipite Gabriele nel 1904, appena fuori dal porticciolo di Speronetta. Proprio al Villino la grande matriarca predilige regnare, solitamente seduta nella sua poltrona preferita: un tronetto realizzato da artigiani napoletani quando ancora i Tajani frequentavano la Corte borbonica. Al Villino le estati sembrano ripetersi sempre uguali, scandite dai rituali e dalle regole del matriarcato e dallo schiamazzo delle cocorite, gli odiosi pappagalli che hanno colonizzato il nord barese e dei quali le donne non riescono a liberarsi. Ma, proprio come le cocorite, anche i ricordi sono presenze tenaci: tornano, occupano spazio, resistono ai tentativi di allontanarli, fino a incrinare la quiete di quell’estate e l’apparente equilibrio della famiglia. Come dei pappagalli, infatti, è difficile disfarsi dei ricordi, e così l’ingombrante presenza della memoria intaccherà la pace dell’estate del matriarcato.  «Mi muovo tra le figure della mia famiglia e le osservo, come un’antropologa in uno zoo umano. Attraverso questa storia intendo rapportarmi al tema dell’ereditarietà – annota Caterina Filograno – Toccando diversi ambiti del sapere (psicologico/psichiatrico, antropologico e filosofico) esploro il peso della genetica sulle scelte e possibilità evolutive. Come alcuni eventi familiari – e la percezione che di essi abbiamo – determinano chi siamo? Quanto ci influenza nell’agire la nostra famiglia d’origine? E quanto il nostro destino genetico è alterato dalle scelte che compiamo, o non compiamo? Famiglia come casa, luogo principe del nostro sviluppo evolutivo, zona fisica e mentale della mia ricerca. Perché anche in casa si possono provare emozioni forti». Il racconto segue le tracce lasciate dalle donne che hanno preceduto la giovane regista, autrice e interprete, esplorando ciò che si trasmette di generazione in generazione: desideri, paure, aspettative e possibilità. La casa si trasforma così in uno spazio della memoria abitato da madri, figlie e sorelle. In un inedito dialogo con lo stilista Giuseppe Di Morabito — che firma per la prima volta anche la scenografia —, lo spettacolo costruisce un universo visivo in cui teatro e alta moda si fondono: i costumi diventano veri e propri paesaggi in movimento, estensioni del corpo capaci di dare forma all'invisibile. (red)

IL RITRATTO DI DORIAN GRAY RIVIVE A TEATRO IN UN ADATTAMENTO CONTEMPORANEO FIRMATO DA GIANCARLO NICOLETTI

 Dorian Gray torna a teatro e cambia volto: è Federica Luna Vincenti a interpretare il protagonista, con Alessio Vassallo nel ruolo del seducente e manipolatorio Lord Henry Wotton, nel nuovo adattamento contemporaneo di Il ritratto di Dorian Gray, scritto e diretto da Giancarlo Nicoletti. Il debutto nazionale è in programma il 16 ottobre a Lucca.  Completano il cast Giulio Forges Davanzati nel ruolo di Basil Hallward, Brunella Platania, Matteo Milani, Gianluigi Rodrigues e Francesca Bruni Ercole. Una lettura che porta il mito di Wilde nel presente e trasforma la sua ossessione per la bellezza, la giovinezza e lo sguardo degli altri in una riflessione sull’identità e sulla dittatura dell’immagine. Non una semplice trasposizione, ma un'immersione nell'universo wildiano che mette al centro le domande più urgenti e attuali: quanto siamo disposti a sacrificare per rimanere giovani, desiderabili e perfetti? Quanto della nostra identità ci appartiene davvero e quanto nasce dallo sguardo degli altri? Nell’adattamento di Giancarlo Nicoletti, il racconto abbandona la dimensione d’epoca per farsi dispositivo teatrale immerso nel contemporaneo. La Londra vittoriana cede il passo a una dimensione in cui il salotto dialoga con il club, il ritratto con lo schermo, il diario con la registrazione e la confessione con la sorveglianza. Telecamere, proiezioni, immagini frammentate e cornici luminose trasformano il quadro in un sistema di visione che osserva, duplica e infine giudica. Al centro della vicenda c'è Dorian Gray, giovane dalla bellezza straordinaria che diventa oggetto di desiderio assoluto. Il pittore Basil Hallward realizza il suo ritratto, destinato a farsi scrigno segreto in cui si depositeranno il tempo, la colpa e la corruzione. Ma è l’incontro con Lord Henry Wotton a segnarne la sorte. Brillante, ironico e spietato, Henry trasforma la bellezza in una filosofia di vita: inseguire il piacere, cedere alla tentazione e fare della giovinezza un imperativo. Il patto con il ritratto si trasforma così in una condanna. Dorian non invecchia e non porta sul corpo i segni delle proprie scelte: sarà il quadro a soffrire al suo posto.  Ma ciò che sembrava un dono diventa una prigione: ogni colpa e ogni conseguenza continuano a esistere e ad accumularsi. La scelta di affidare Dorian a Federica Luna Vincenti non è una mera inversione di genere, ma una precisa chiave di lettura: Dorian è un corpo desiderato, osservato e posseduto dallo sguardo altrui. Porre al centro una figura femminile evidenzia con ancora maggiore forza la spietata pressione esercitata sulla bellezza, sulla giovinezza e sulla costruzione dell’identità. Dorian appare libero, ma è prigioniero dell’immagine che la società ha proiettato su di lui; la sua bellezza diventa la forma più estrema di dipendenza. Accanto a lei, Alessio Vassallo dà corpo a un Lord Henry capace di trasformare il pensiero in contagio e l’aforisma in slogan. Le sue formule brillanti diventano per Dorian una grammatica pericolosa, spingendolo a fare della propria vita un esperimento estetico senza limiti. A completare la scena è un ensemble di attori-performer che incarna la società, il coro, la coscienza e la memoria collettiva. I corpi osservano, amplificano e contraddicono l'azione, mentre la musica e le interferenze sonore scandiscono un ritmo fatto di ebbrezza e inquietudine. Il ritratto diventa così uno specchio che conserva ciò che il corpo nasconde e che finisce per rivelarsi più vero dell'originale. È qui che Wilde incontra il nostro presente: i profili levigati, la ricerca ossessiva della perfezione, la necessità di essere costantemente visibili e il divario tra apparire ed essere diventano lo specchio di un’epoca in cui l’immagine sembra precedere l’identità. Uno spettacolo che non cerca una morale, ma mette in scena il cortocircuito tra immagine e responsabilità, bellezza e impunità. Perché Dorian non viene semplicemente chiamato a rispondere delle proprie azioni: viene protetto, desiderato, giustificato e infine condannato dalla stessa immagine che lo aveva salvato. La regia e la drammaturgia sono di Giancarlo Nicoletti. Le scene sono firmate da Emanuele Salamanca, i costumi da Nicoletta Ercole in collaborazione con Alessandra Carta, le musiche da Umberto Iervolino e il disegno luci da Giuseppe Filipponio. l ritratto di Dorian Gray è prodotto da Goldenart Production, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Teatro Biondo di Palermo. Produzione esecutiva di Daniela Piccolo, organizzazione generale di Valentina Taddei, responsabile di produzione Antonella Lepore. (red)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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