Il grande gigante americano, finora rimasto assopito, si è risvegliato, ha osservato attentamente la piega presa dalla nazione e ha lanciato un fragoroso “NO!”. Quanto accaduto ieri non è stato — come sostengono alcuni — l’inevitabile oscillazione del pendolo elettorale, tipica delle elezioni di metà mandato, a sfavore del partito al governo. Il Texas non elegge un senatore democratico dal 1988; in Kansas, l’ultimo senatore democratico risale al 1932. E non si è trattato nemmeno solo di una questione economica. Gli americani sono scontenti dell’inflazione, ma il Paese non si trova in una fase di depressione o recessione; il tasso di disoccupazione, peraltro, rimane piuttosto basso. Infine, non è stato tutto merito — o colpa — di Trump. Nonostante i suoi ripetuti tentativi di spingere gli elettori a “immaginare” che il suo nome fosse sulla scheda elettorale, di fatto non lo era. La maggior parte dei candidati repubblicani lo ha menzionato a stento, mentre molti candidati democratici hanno preferito concentrarsi su questioni locali o statali, anziché focalizzarsi ossessivamente su di lui.
Alla base di quanto accaduto c’è un fenomeno ben più ampio: il populismo anti-establishment. È un’ondata che si è scagliata contro i colossi aziendali, capaci di registrare profitti record mentre la maggior parte degli americani ha dovuto far fronte a costi più elevati. Si è rivolta contro i grandi donatori che hanno inondato la politica statunitense con una mole di denaro — vere e proprie tangenti legalizzate — senza precedenti. E si è scagliata contro i miliardari del settore tecnologico, divenuti la forza più influente nell’economia e nella società americana, nonché i sostenitori più visibili di Trump e del Partito Repubblicano.
L’ironia della sorte vuole che sia stata proprio questa rabbia anti-establishment a spingere Trump alla presidenza nel 2016 e, di nuovo, nel 2024. Molti americani hanno visto nei suoi sfoghi politicamente scorretti e nel suo nativismo — riassunto nello slogan “America First” — lo specchio della propria frustrazione per essere stati ignorati o lasciati indietro. “Sono il vostro guerriero”, ha dichiarato ai sostenitori annunciando la sua candidatura per le elezioni del 2024.
Tuttavia, nel corso del suo secondo mandato, Trump si è trasformato proprio in quell’establishment contro cui si era scagliato. Ha concesso sgravi fiscali e sussidi ai miliardari della tecnologia, in cambio del loro aiuto per rendere miliardari anche lui e la sua famiglia. Ha promosso la loro intelligenza artificiale, sostenuto i loro data center, affidato a Elon Musk la guida del “DOGE”, caldeggiato le loro criptovalute e dato il via a conflitti in Medio Oriente; tutto ciò non solo ha fatto impennare i prezzi del carburante, ma ha anche garantito miliardi ai colossi del petrolio – tanto che Trump, in modo alquanto sconcertante, si vanta dicendo: “nel nostro Paese stiamo facendo una fortuna pazzesca” – e ha arricchito i giganti della tecnologia, i produttori di armi e i relativi investitori, inclusi i membri della sua stessa famiglia.
Molti di coloro che avevano votato per Trump nel 2016 e nel 2024 gli hanno voltato le spalle, disgustati da questa palese corruzione, dal capitalismo clientelare e dal suo evidente desiderio di collocarsi dalla parte privilegiata della nuova “Età dell’oro” (Gilded Age) americana. Secondo un sondaggio della CNBC di fine ottobre, la corruzione è risultata la preoccupazione principale degli elettori.
Nel frattempo, il populismo anti-establishment ha finalmente messo radici solide all’interno del Partito Democratico. “La frattura più profonda in questo Paese non è tra destra e sinistra”, ha dichiarato James Talarico, neoeletto candidato al Senato per il Texas, “ma tra chi sta in alto e chi sta in basso”. Sherrod Brown ha riconquistato il suo seggio al Senato per l’Ohio, in gran parte grazie alla rabbia degli elettori verso i data center e i miliardari del settore tecnologico che vi stanno dietro. Durante la campagna elettorale, Abdul El-Sayed ha ricordato più volte agli elettori del Michigan che il suo avversario, Mike Rogers, era sostenuto da grandi multinazionali e mega-donatori. Anche Adam Hamilton, vittorioso in Kansas – che durante la corsa al Senato ha respinto con fermezza l’etichetta di “di sinistra” che il suo avversario cercava di affibbiargli – ha basato la propria campagna su proposte concrete: far pagare ai data center il costo dell’energia che consumano, vietare ai legislatori di negoziare titoli azionari, estendere le negoziazioni sui prezzi dei farmaci nell’ambito del programma Medicare e contrastare le speculazioni sui prezzi. Hamilton, così come la maggior parte dei candidati democratici al Senato, ha inoltre rifiutato finanziamenti provenienti dai PAC (comitati di azione politica) aziendali.
La vera domanda, a mio avviso, è se i Democratici – una volta assunto il controllo del Congresso a gennaio – sapranno sfruttare questo nuovo populismo per attuare misure di cui la maggior parte degli americani ha bisogno, come il sistema sanitario universale (“Medicare for All”), e riforme ampiamente richieste, quali leggi antitrust più severe e limiti ai contributi elettorali (anche qualora ciò richiedesse un emendamento alla Costituzione). È probabile che Trump ponga il veto su iniziative del genere, naturalmente; ma, quantomeno, esse serviranno a tracciare una rotta in vista delle elezioni presidenziali del 2028 – che, a giudicare da quanto abbiamo visto nelle elezioni di metà mandato, si preannunciano come una sfida populista di grande portata.
Nel frattempo, un grazie a tutti coloro che hanno lavorato così duramente per contribuire a ottenere la straordinaria vittoria di oggi. La nostra democrazia ha funzionato. Ha tenuto.
*Economista, membro del Partito Democratico americano e segretario del Lavoro durante la presidenza di Bill Clinton





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