di Paolo Pagliaro
Il 20 gennaio 2025, nella Rotonda del Campidoglio dove si celebrava l’insediamento di Donald Trump, alle spalle del presidente sedevano cinque degli uomini più ricchi del pianeta: Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Tim Cook e Sundar Pichai. Le loro aziende tecnologiche valevano insieme oltre 12.000 miliardi di dollari. Tra gli sconfitti di ieri ci sono anche loro.
Musk è stato, senza paragoni, il protagonista finanziario della campagna. Secondo il New York Times ha versato ai candidati repubblicani 474 milioni di dollari, più di qualunque donatore nella storia di un singolo ciclo elettorale. Gli altri quattro sono stati più parsimoniosi, ma il danno politico va oltre il denaro sprecato.
Con il cambio di maggioranza al Congresso si rilancia infatti il dibattito americano sulla sicurezza dell’IA, sui minori e sulla responsabilità giuridiche delle piattaforme digitali. Con la presidenza delle commissioni, i democratici potranno obbligare le aziende a testimoniare. Si indagherà sui rapporti tra i colossi tecnologici e la Casa Bianca, sull’impatto dei data center nelle bollette elettriche, sull’uso dell’IA per fissare prezzi diversi a seconda del cliente.
Qualcosa e forse molto cambia anche per l’Europa. Non scompare la minaccia di dazi contro i regolamenti europei sui contenuti digitali, ma a Washington perde forza la tesi secondo cui quelle regole sarebbero censura. Le infrastrutture, i sistemi di comunicazione e le piattaforme sulle quali si sviluppa una parte crescente della vita pubblica restano nelle mani dei cinque monopolisti che sedevano alle spalle di Trump, ma da oggi non saranno più loro a dettare le regole e questa è una novità che riguarda anche noi.





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