di Paolo Pagliaro
Il 2 settembre il Veneto ha fatto quello che il Parlamento non fa da sette anni. Con 32 sì, 14 no e 5 astenuti è diventato la prima Regione governata dal centrodestra a dare il via libera a una legge sul fine vita. La legge non crea nessun nuovo diritto: non introduce requisiti di accesso, ma organizza il servizio sanitario regionale affinché verifichi le condizioni previste a livello nazionale e gestisca le richieste. Il diritto esiste già, perché in Italia il suicidio assistito è legale grazie a una sentenza della Corte costituzionale del 2019, ma manca una legge su tempi e modi. Il testo veneto istituisce commissioni mediche multidisciplinari permanenti, obbliga a informare il malato sulle cure palliative, da garantire con priorità assoluta, e prevede un sostegno psicologico, con prestazioni gratuite e senza ritardi ingiustificati. Zaia ha portato i numeri: dal 2019 le richieste in Veneto sono state 31, e ognuna era una persona lasciata sola davanti alla burocrazia. Zaia ha sfidato la propria parte perché il diritto di cui si discute “è un tema etico, non di destra o sinistra”. Il governo ha risposto con l’impugnazione. Il Consiglio dei ministri del 5 novembre ha portato la legge davanti alla Consulta, citando gli articoli 2, 3, 32, 97, 117 e 123 della Costituzione. Questa posizione ha una propria coerenza: per Meloni la materia spetta alle Camere, la stessa linea seguita con Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Su quelle leggi la Consulta ha già constatato una parziale illegittimità. In più, in una materia così delicata la norma non può cambiare da una Regione all’altra. Il fatto è che il governo rivendica una competenza che poi non esercita. Se il fine vita spetta allo Stato, lo Stato faccia la legge. Bloccare chi prova a colmare il vuoto, non tutela la vita: lascia i malati abbandonati alla loro solitudine e alla loro sofferenza.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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