Alla scoperta dell’arte di Walter Davanzo: l’Antico Ospedale Santa Maria dei Battuti di San Vito al Tagliamento (PN) ospiterà, dallo scorso 6 maggio fino al 18 giugno, “Dream on earth”, personale di Walter Davanzo promossa dal Comune di San Vito al Tagliamento - Assessorato alla Vitalità in collaborazione con la galleria milanese Agostino Art Gallery. Il titolo dell’esposizione fa riferimento ai dolori e alle costrizioni del periodo pandemico, ma anche al desiderio condiviso di libertà, unione con la natura e ricongiunzione con i propri affetti. Il percorso espositivo comprende una trentina di opere, tutte inedite, realizzate dal 2020 ad oggi. Tele artigianali e di scena (in alcuni casi recuperate dalla messa in scena della "Tosca" al Teatro La Fenice di Venezia), con imprimitura a gesso, lavorate dall'artista con colori ottenuti da pigmenti puri, unitamente a resine naturali, che donano al lavoro una finitura lucida. La sua narrazione per immagini si dipana in una sorta di laica "via crucis", ispirata a opere di grandi artisti del passato: dalla figura ieratica di San Sebastiano, che rimanda alla pittura rinascimentale di Antonello e Mantegna, alla leonardesca “Gioconda”, con il volto celato in parte dalla mascherina, fino all’“Amor sacro e Amor profano” di Tiziano. E poi molteplici variazioni del “Déjeuner sur l’herbe”, tema caro alla pittura francese impressionista, evocato nelle declinazioni di Monet e Renoir. Attraverso la citazione di alcuni capolavori della storia dell'arte, Davanzo racconta la società contemporanea, la paura e la speranza, il desiderio di aria campestre e libertà. Fra le figure tragiche, si affaccia inoltre il volto sereno di Carmelo Zotti, artista di Trieste che Walter Davanzo considera suo maestro. Di opera in opera, si osserva, inoltre, l'emersione di alcuni elementi ricorrenti (simboli iniziatici e misteriosi, la croce, la casa-prigione, le orecchie da Topolino che alludono agli sconfinati territori dell'arte e della poesia), parte di una grammatica personale, costruita in anni di studio e ricerca. Walter Davanzo è pittore, fotografo, designer e art director. Nato a Treviso nel 1952, si è dedicato fin dagli anni giovanili alla fotografia e alla pittura, iniziando l'attività espositiva nel 1970 nella propria città. Dopo la maturità scientifica, si iscrive al DAMS di Bologna con indirizzo Pittura. Viaggia a lungo in Europa e in Africa, studiando le opere di Bacon, Munch, Manguin, Varlin, Matisse, Van Dogen e de Vlaminck, e rafforzando il suo interesse per i segni primitivi e il grafismo infantile. Tra le mostre, si segnala, in particolare la personale del 2008 a Madrid, presso l'Istituto Italiano di Cultura. Collabora come art director all'Asolo Art Film Festival, Happiness, Replay, i-SENS, Rude Riders, Dhea, Meeting, Opificio Bikers, Technogel. Progetta linee di abbigliamento (T-Shirt in omaggio a Rocky Balboa e alla Pantera Rosa, su permesso rispettivamente di MGM e Metro Goldwyn Mayer), vetrine, ristoranti, camere d'artista per luxury hotel, stand fieristici e collezioni d'arredo, tra cui una linea di mobili in nido d'ape per il Salone del Mobile di Milano, in collaborazione con Ti-Vu Plast e Colortech. Le sue opere di trovano in musei e collezioni private, mentre la documentazione dell'attività presso l'ASAC della Biennale di Venezia e presso il Ludwig Forum fur Internationale Kunst Kunst Bibliothek, Aachen. L'artista è presente nel volume "Pittura nel Veneto. Il Novecento. Dizionario degli artisti" (Mondadori Electa, 2009). Vive e lavora a Treviso. “Walter Davanzo - scrive Eugenio Manzato, già direttore dei Musei Civici di Treviso - dà testimonianza del terribile primo anno di Covid-19 attraverso un intenso ciclo pittorico scandito per immagini, quasi capitoli di un visionario romanzo: prigioniero nella sua prodigiosa casa-studio, articolata come un sorprendente labirinto, ha dipinto forsennatamente per i lunghi mesi della pandemia dando forma a paure ed angosce, ma anche a riflessioni e fantasie, laddove drammaticamente efficace si è rivelato il suo personale e inconfondibile stile pittorico primitivo ed espressionista”. “Nell'economia della mostra - commenta Cinzia Lampariello Ranzi, fondatrice di Agostino Art Gallery insieme a Giacomo Christian Giulio Ranzi - particolare importanza assumono le opere dedicate a San Sebastiano, anche in relazione alla sede espositiva, in passato luogo di soccorso e accoglienza per malati e pellegrini. Nell'iconografia più diffusa del Santo, rappresentato come un giovane imberbe trafitto dalle frecce, Walter Davanzo concentra l'idea del dolore, che si è vissuto durante la pandemia e che in parte si vive ancora. Ma San Sebastiano era invocato anche come protettore contro la peste, foriero di un messaggio di fede, speranza e inclusione. La nostra Galleria lavora da un anno con Walter Davanzo, apprezzandone la qualità pittorica e la profondità di indagine. Siamo dunque onorati di essere parte di questo importante progetto. Dopo la mostra di San Vito al Tagliamento, vorremmo portare avanti insieme un progetto teatrale, volto a realizzare una scenografia pittorica per un'opera lirica, in collaborazione con un teatro di tradizione e un'accademia di belle arti italiana”. (gci)
“BERGAMO ‘23”: LA CITTA’ RIFLETTE SUL SUO PRESENTE E FUTURO
A Bergamo una mostra che espone una riflessione sul presente e sul futuro della città e del territorio che la circonda, tramite lo sviluppo architettonico e urbanistico e attraverso una molteplicità di voci e sguardi che possano renderne la ricchezza della complessità. Gli spazi di Palazzo della Libertà, esempio di architettura razionalista riaperto al pubblico per la prima volta, ospiteranno fino al 17 settembre la mostra “Bergamo ’23. Visioni per un futuro presente. Città, ambiente comunità”, a cura di Luca Molinari con Federica Rasenti. Un’esperienza conoscitiva attraverso tre aree e tre percorsi autoriali: l'esposizione si apre al piano terra, come un benvenuto da parte dei cittadini di Bergamo, con il progetto fotografico di Filippo Romano (1968) che coniuga ritratti e luoghi contemporanei, per raccontare non solo le infrastrutture, ma anche chi abita e abiterà la città; prosegue con un'esplorazione sulla qualità architettonica del territorio con la collezione di fotografie di Gabriele Basilico (1944-2013), proveniente dall'archivio ANCE Bergamo e in parte inedita, che presenta la città del passato in dialogo con disegni, render e immagini fotografiche di diversi progetti; al primo piano la mostra si sviluppa con una proiezione verso un futuro possibile grazie a tre video-racconti affidati a Davide Rapp (1980). La mostra è promossa da Comune di Bergamo in partnership con ANCE Bergamo e Plenitude, insieme alla mostra gemella bresciana, è parte del palinsesto di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023. Si tratta di un'esposizione pensata come un evento pop e coinvolgente, grazie all'allestimento di Piovenefabi che delinea, con rimandi cromatici giallo brillante, le strutture e il percorso in cui si alternano ritratti, architetture note ed edifici anonimi, disegni originali, progetti, scenari, numeri, dati e domande aperte, mappe e storie capaci di raccontare la complessità della città attuale e il futuro, tra architettura, ambiente e comunità. “La sfida di questa mostra è quella di raccontare Bergamo nel suo presente-futuro a un pubblico vasto di cittadini e curiosi, per far comprendere le importanti trasformazioni che stanno avvenendo e che cambieranno in parte il volto del suo territorio metropolitano - commenta il curatore Luca Molinari - Transizione ecologica, inclusività, qualità urbana e cultura diffusa sono alla base di una metamorfosi necessaria che porta la città in un tempo nuovo e che consente di affrontare un tempo di cambiamento. Per questo abbiamo scelto di organizzare la mostra intorno a materiali eterogenei che mescolino fotografia, disegni di architettura, video e grafica e non solo, per fare in modo che chiunque possa capire i processi in corso e il loro destino”. (gci)
“DREAMING THE END”: A ROMA LA PERSONALE DI SIN WAI KIN
Una mostra per riflettere sul tema del corpo e delle sue trasformazioni. La Fondazione Memmo di Roma ospiterà, a partire dallo scorso 4 maggio fino al 29 ottobre, “Dreaming the End”, prima mostra personale in Italia di Sin Wai Kin (Toronto, 1991) a cura di Alessio Antoniolli. La mostra costituisce un ulteriore capitolo della ricerca di Sin Wai Kin, che riflette sull’oggettivazione del corpo e la cultura che lo regola attraverso la pratica dello storytelling, ponendo così in discussione i processi normativi che regolano le categorie identitarie e una coscienza del sé fondata sul binarismo. Fulcro dell’esposizione è il video “Dreaming the End”: una storia che si muove tra il registro narrativo e quello reale, giocando con i tempi, gli spazi, i luoghi e riferimenti, così da rendere tutto allo stesso tempo familiare e sconosciuto. Ossessioni e contraddizioni sono al centro del film, un viaggio a metà tra sogno e visioni opprimenti compiuto da una serie di figure enigmatiche che si incrociano nei diversi scenari immaginati da Sin Wai Kin. Caratterizzati da una narrazione fortemente improntata alla fiction, nei progetti artistici di Sin Wai Kin si assiste a uno sdoppiamento, talvolta una vera e propria moltiplicazione dei personaggi in scena, quasi sempre interpretati dall’artista. È il caso di “Dreaming the End”, produzione inedita interamente concepita in occasione della mostra alla Fondazione Memmo, dove i personaggi si incontrano e si muovono attraverso lo spazio narrativo, scambiandosi e alternandosi l’uno con l’altro. Interamente girato a Roma, il film può contare su ambientazioni di grande fascino, tra gli interni di Palazzo Ruspoli, i giardini di Villa Medici e gli spazi del Palazzo della Civiltà Italiana: contesti iconici che amplificano il senso di meraviglia dell’opera di Sin Wai Kin, creando un inedito ponte tra la storia millenaria di Roma e l’enfasi dell’artista sul potere della narrazione. Oltre al film, gli spazi della Fondazione Memmo saranno popolati dai personaggi di “Dreaming the End” e dai loro stadi di trasformazione. Busti e parrucche saranno collocati in spazi diversi, ma in dialogo l’uno con l’altro, così da creare un continuo scambio; questi elementi saranno accompagnati da una serie di salviette struccanti con le tracce del make-up dei diversi personaggi interpretati da Sin Wai Kin: si tratta a tutti gli effetti di “sindoni” che diventano dipinti contenenti paesaggi e cosmologie di un’identità che cambia e che lascia segni di un processo senza fine. “Dreaming the End” non è soltanto la prima esperienza espositiva di Sin Wai Kin in Italia, ma anche il debutto italiano del curatore Alessio Antoniolli, che con questa mostra inaugura un nuovo corso per la Fondazione. Il progetto di Sin Wai Kin vedrà anche la realizzazione di una pubblicazione sotto forma di fotoromanzo e di una serie di attività di approfondimento come incontri e laboratori didattici rivolti ai bambini. Sin Wai Kin è un artista visivo. Il film più recente dell'artista, “A Dream of Wholeness in Parts” (2021), è stato candidato al Turner Prize 2022 e incluso nella mostra itinerante British Art Show 9, oltre a essere proiettato al 65° London Film Festival del British Film Institute. Sue opere sono presenti nelle collezioni del British Museum Prints & Drawings, della White Rabbit Gallery di Sydney, della Ferens Art Gallery di Hull, della Ingram Collection of Modern British Art, della Sunpride Foundation di Hong Kong e del M+ Museum di Hong Kong. (gci)
PROROGATA A TERAMO “LA CAMERA DELLE MERAVIGLIE”
Continua a Teramo l’esperienza di scoperta della pratica nota come camera delle meraviglie, o Wunderkammer. La mostra “La camera delle meraviglie”, grazie al grande successo di pubblico ottenuto dalla sua inaugurazione il 21 gennaio ad oggi, sarà prorogata fino al 4 giugno. L’esposizione, ideata da Stefano Papetti e curata insieme ad Antonio D’Amico, conservatore del Museo Bagatti Valsecchi, è ospitata nel Castello Della Monica di Teramo, la prestigiosa residenza neogotica da poco riconsegnata alla collettività dopo importanti interventi di restauro. La mostra, la prima allestita all’interno del Castello, è organizzata in sinergia tra la Città di Teramo e il Museo Bagatti Valsecchi di Milano, una delle più affascinanti case museo italiane. Per la prima volta, una selezione di preziosi e insoliti oggetti di arredo tardorinascimentali collezionati a metà Ottocento dai fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi per la loro casa nel cuore di Milano lasciano la sede museale per arricchire un’altra importante residenza d’epoca. Unicum architettonico nell’Italia Centro meridionale per la sua specificità progettuale, il Castello Della Monica di Teramo è stato ideato e realizzato dall’artista Gennaro Della Monica, architetto, scultore e pittore, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, che lo volle come sua dimora personale e sede del proprio studio. Collocata sul colle di San Venanzio, che sovrasta l’abitato cittadino, questa dimora d'artista, la cui costruzione iniziò nel 1889, segue la moda di fine secolo che si ricollega al gusto neogotico, caratterizzandosi per un ritorno allo stile medievale. Un progetto raro non tanto per i dettagli costruttivi architettonici e ornamentali, quanto per la realizzazione della piccola espansione urbanistica della città esistente, che l’artista cercò di rendere decadente, come corrosa dal passare degli anni. Questa scelta stilistica di rievocare l'arte medievale si inserisce nel clima europeo del Gothic Revival, un intento, seppur indirizzato verso un differente periodo storico, che lega il pittore Della Monica ai due fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi. A partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, infatti, i due baroni milanesi si dedicarono alla ristrutturazione della dimora di famiglia situata nel cuore di Milano, un palazzo collocato tra via Gesù e via Santo Spirito, oggi al centro del quadrilatero della moda, con l’intento di emulare una residenza ecclettica rinascimentale. Parallelamente i due fratelli iniziarono a collezionare dipinti e manufatti d’arte applicata quattro-cinquecenteschi con l’intento di allestirli nella loro casa così da creare una dimora ispirata alle abitazioni del Cinquecento lombardo. “La camera delle meraviglie” presenta dunque una selezione di oggetti di arredo abitualmente esposti nel percorso della Casa Museo. Suppellettili, armature, cassoni finemente decorati e intagliati e cofanetti in avorio, formano una vera e propria Wunderkammer, piccole camere delle meraviglie tutte da scoprire che entrano in dialogo con le suggestive sale della storica dimora teramana, tra pareti affrescate e suggestive vetrate policrome. L’esposizione è corredata da un catalogo edito da Rrose Sélavy Editore con saggi dei due curatori, Stefano Papetti e Antonio D’Amico, cui si aggiungono la puntuale disamina sulla storia architettonica del castello redatta da Francesca Tottone e le dettagliate schede storico-critiche degli oggetti in mostra redatte da Aurora Ghezzi. (gci)
“L’ISTANTE E L’ETERNITA’”: ESPOSTA L’ARCHEOLOGIA TRA ITALIA E GRECIA
S'intitola “L’istante e l’eternità. Tra noi e gli antichi” la mostra che si tiene a Roma al Museo Nazionale Romano, dallo scorso 4 maggio fino al 30 luglio, promossa dai Ministeri della Cultura italiano e della Grecia (Eforato per le Antichità delle Cicladi), a testimonianza dell’importanza della collaborazione tra i due Stati. L’esposizione, attraverso circa 300 pezzi eccezionali tra opere greche, romane, etrusche e italiche, medievali, moderne e contemporanee, esplora in modi inaspettati e spettacolari il rapporto complesso e variegato intrattenuto fra noi e gli antichi. Per l’occasione riaprono al pubblico, dopo decenni, alcune delle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, che ospitarono nel 1911 la Mostra Archeologica nell’ambito delle celebrazioni per il primo cinquantenario dell’Unità d’Italia e che conservano, ancora oggi, parte dell’allestimento storico degli anni Cinquanta. “Il valore della libertà, il valore dell’Occidente è il filo conduttore di questa mostra - ha dichiarato il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano - L'intento è quello di proporre le origini e il cammino della nostra storia. Ringrazio il Ministero della cultura e dello sport della Grecia per la collaborazione fattiva e amichevole. Nella civiltà greco-romana affondano le nostre radici ed è nostro compito salvaguardare e rendere fruibile a tutti questo patrimonio che ci ricorda la nostra eredità culturale e che ispira la nostra filosofia contemporanea. Tradizione e modernità, due facce della stessa medaglia, fanno parte del percorso della mostra”. Il nostro rapporto con gli antichi è sostanzialmente doppio: da una parte, si è costruito attraverso un lungo e discontinuo processo storico di trasmissione intellettuale e artistica che ha plasmato la nostra cultura classica fra continuità, fratture e manipolazioni; dall’altra, ha talvolta preso la forma di un rapporto di immedesimazione, sviluppato con persone che, pur vissute molto tempo fa, hanno affrontato, come noi, tutte le vicende della vita, dalle più gioiose alle più drammatiche, e a queste hanno dato voci e forme che sono giunte fino a noi. Per questo, gli antichi sembrano allo stesso tempo lontani e vicini. La prima sala della mostra (Aula I - L’eternità di un istante) si apre con un reperto che più di tutti esplicita questo doppio rapporto: il calco di due vittime anonime dell’eruzione del Vesuvio che l’archeologia ci ha restituito come eternamente immobilizzate nell’istante della morte. Attorno ad esse invece, sono presentate diverse forme popolari e colte di reinterpretazione moderna dell’antico. La seconda sala (Aula II - La fama eterna degli eroi) esplora le forme della trasmissione e tradizione culturale dell’antichità attraverso l’arte e la letteratura: come i moderni hanno ereditato modi antichi di ostentare e rappresentare il potere, da Cesare a Cosimo da Medici; come i grandi cicli mitici - quelli omerici dell’Iliade e dell’Odissea - tramandati in varie forme fin dall’antichità, sono rimasti vivi nell’immaginario popolare contemporaneo; e come, al contrario, altre tradizioni mitiche siano cadute nell’oblio, e poi recuperate solo grazie alla riscoperta erudita e filologica della letteratura antica operata in età post-antica. Dal mito si passa, nell’Aula III (L’ordine del cosmos) alle rappresentazioni antiche dello spazio e del tempo, che prendono la forma di divinità, di personificazioni e di entità astratte che hanno dato origine alle nostre categorie spaziali e temporali. Così si conclude un primo percorso verso l’eternità - Aion - e l’ordine immutabile del mondo - il kosmos: tra le forme che gli antichi dettero a nozioni sovrumane come queste, spiccano alcuni reperti eccezionali che popolano questa sezione, come l’omphalos - l’ombelico del mondo - che si trovava nel grande santuario di Apollo a Delfi. Nella seconda parte del percorso, si illustra il rapporto intimo di immedesimazione che, malgrado la distanza culturale e temporale che ci separa dagli antichi, ce li rende vicinissimi ogni volta che identifichiamo le vicende delle loro vite con le nostre. Nell’Aula IV (Le opere e i giorni) si ricostruiscono, attraverso una serie di spettacolari scoperte recenti, importanti momenti della vita sociale, sia nella casa sia nella città, scandite da rituali privati e pubblici. L’antichità ha tramandato un’inesauribile varietà di modi di rappresentare l’individuo, dalle potenti statue-stele neolitiche alle raffinate composizioni classiche ed ellenistiche. Una scelta significativa di queste raffigurazioni è esposta nell’Aula V (Umani divini). Spiccano in particolare la monumentale statua femminile di Santorini, una della più antiche di tutta la scultura greca, esposta per la prima volta in assoluto al grande pubblico, la statua in bronzo dell’arringatore e uno dei giganti sardi di Mont’e Prama. Intorno a queste figure umane divinizzate, si segue il lungo percorso che porta il defunto nell’aldilà, sia attraverso le diverse raffigurazioni del rituale funerario, sia tramite le varie credenze nell’oltretomba che l’antichità ci ha tramandato. Accompagnano il visitatore in questo percorso di scoperta e confronto alcune opere straordinariamente rappresentative, provenienti non solo dai principali musei italiani, nell’ambito del Sistema Museale Nazionale coordinato dalla Direzione Generale Musei, ma anche da importantissimi istituti della Grecia. Molte delle opere in mostra sono presentate al pubblico per la prima volta: nuove scoperte, come il carro da parata di Civita Giuliana e la statua di Ercole del Parco Archeologico dell’Appia Antica, nuove acquisizioni, come la Tabula Chigi del Museo Nazionale Romano, e soprattutto numerosi capolavori solitamente conservati nei depositi dei musei dell’Italia e della Grecia, come la statua di Santorini. La mostra rappresenta così un'ulteriore opportunità per il progetto "Depositi (Ri)scoperti", ideato e promosso dal Museo Nazionale Romano, permettendo non solo di proseguire l'iniziativa, ma anche di incrementarla con la realizzazione di nuove tappe espositive negli istituti della Direzione Regionale Musei Lazio a Nemi e a Sperlonga. L’evento espositivo, organizzato dalla Direzione generale Musei e dal Museo Nazionale Romano in collaborazione con Electa, è ideato e curato da Massimo Osanna, Stéphane Verger, Maria Luisa Catoni e Demetrios Athanasoulis, con il sostegno del Parco Archeologico di Pompei e la partecipazione della Scuola IMT Alti Studi Lucca e della Scuola Superiore Meridionale. (redm)
NELLA FOTO. Dettaglio di: Walter Davanzo, Bimba cob bici, 2020, tecnica mista su tela, cm 91x165





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