“Ogni tanto lo chiamo, non sta benissimo ma fino a due anni fa si parlava ancora di tornare a lavorare insieme”. Massimiliano Zanin, già sceneggiatore di Tinto Brass ed oggi regista e capo delle produzioni di Wave Cinema, ha raccolto il solo, ultimo desiderio, dell’oggi 92enne maestro del cinema erotico più anarchico: girare il 31mo film, che sarebbe stato tirato fuori dai suoi cassetti in cui giacciono perlomeno una quarantina di copioni. Tutti per film in cui il sesso è sempre un allegro gioco, goloso e boccaccesco, non sa cosa sia la sofferenza, il tradimento è una afrodisiaca necessità di coppia, le natiche femminili uno “specchio dell'anima", intorno alle cui rotondità ruota un visionario mondo pop-surrealista in cui impera il piacere voyeuristico del suo autore, apertamente dichiarato al contrario di altri cineasti. Una artigliata finale per il regista veneziano a quella che ritiene da sempre la maggiore oscenità italiana: l’ipocrisia. “Rispetto ad altri autori del cinema erotico, il suo sesso non era mai mortifero, legato ad un dramma, era solo godereccio e questo rendeva Brass meno amato di altri, il più incompreso. Tinto è un uomo che davvero ama la vita e con lui ho capito tante cose su come interpretare l’esistenza. Il suo erotismo veicolava un messaggio di denuncia politica e sociale, era uno mezzo di rottura e sperimentazione. Usava, tra virgolette, il corpo femminile come una sorta di grimaldello per rompere i codici morali della società, uscire dalle gabbie delle convenzioni, sociali e private” afferma Zanin nella videointervista “Ciak, Azione!” per l’agenzia di stampa 9colonne. E proprio “The Cage - Nella gabbia” si chiama il primo lungometraggio che Zanin ha portato al cinema un anno fa, dopo numerosi cortometraggi ed ora su Netflix. Un film che racconta uno sport come riscatto sociale, la storia di una ragazza (Aurora Giovinazzo, tra i nuovi giovani talenti del cinema nazionale) che nell’arena dell'MMA, la gabbia appunto, combatte le imposizioni di un amore tossico che vuole piegarla alla “normalità”, i condizionamenti religiosi, la cappa familiare, spinta da una allenatrice inseguita anch’essa dai fantasmi di un passato difficile (una sorprendente Valeria Solerino affiancata dall’ex pugile Patrizio Oliva come coach in seconda). “E’ un film in cui si parla di uno sport violento. C'è sangue, c'è uno scontro fisico fortissimo e c’è una rappresentazione del corpo femminile potente, duro, in grado di competere con il corpo maschile, cosa che prima non è mai stata considerata, ma che allo stesso tempo mantiene l’eroticità femminile intesa come la rappresentazione più potente della vita, generando a sua volta la vita. Credo che, per questo approccio, sia debitore del cinema di Tinto. Mi sono portato dietro, trasformandola, la sua idea di erotismo nel senso più bello del termine, cioè di vita che si afferma sulla morte”. (segue)
Zanin è stato sceneggiatore e assistente alla regia di Brass nell’ultima decade della sua produzione, a partire dal 2000: da Vertigini a Fallo! da Non sei il solo a Tra(sgre)dire, a Monamour, il film del 2005 “brassiano” più spinto e allo stesso tempo canto del cigno del softcore nazionale, considerando che l’anno dopo eromperà sul web youporn. “Da allora il cinema erotico inizierà a morire – prosegue Zanin – affermandosi il porno casalingo che è solo un soddisfacimento di un desiderio solipsistico e solitario e non una condivisione di libertà, come la intendeva Brass. In un certo senso la morte di quel cinema si accompagna anche a quella della nostra socialità, della nostra voglia di protestare. Di sesso oggi se ne vede a volontà al cinema, in tv ma solo come un aspetto della realtà mentre il cinema erotico, a partire dagli anni ’70, era una sorta di protesta, di ribellione dell'essere umano verso i codici morali della società che imponevano un controllo assoluto della sessualità, perché la sessualità è rivoluzionaria, ti obbliga ad aprirti la vita. Nel 1983 ‘La chiave’ di Tinto Brass è stato biglietto d'oro, il film più visto in sala. C'erano file di persone fuori dal cinema per vedere questa che era una storia d'amore ma al limite del pornografico perché Brass, ad ogni film, spostava in avanti sempre di più il limite di quello che si poteva vedere sullo schermo. Oggi che non c’è più nessun limite da spostare, quel tipo di cinema ha perso la sua ragione di esistere. Sembra strano da dire ma la mancanza di divieti conduce ad un’autocastrazione, se tu puoi dire e fare tutto quello che vuoi, alla fine non sai cosa dire oppure hai paura di farlo. C'è bisogno di un divieto per poterlo infrangere. E di questa finta libertà ne risente ogni forma di vitalità e partecipazione, compresa la sessualità. D’altronde il sesso, ci dicono le statistiche, i giovanissimi, ora che possono aprire il web e vedere di tutto, lo fanno in modo spicciolo, è come se si dessero loro stessi un limite. Come se non avessero più gli strumenti per goderne”. Massimiliano Zanin, natali vicentini, era un giovane laureato in sociologia che, innamorato del cinema, aveva deciso di trasferirsi a Roma. “Nel 1999 inviai a Tinto Brass un mio film, ‘Rapporti Impropri’, sperando lo inserisse nei suoi ‘I corti circuiti erotici’. Non lo conoscevo e fui fortunato perché mi scelse tra i 12 giovani registi di quella sua collana. In seguito, mentre facevamo un incontro con una attrice per spiegarle il mio film, Brass disse: ‘E’ come in Teorema…’. Io feci finta di capire e corsi a cercare una copia del film di Pasolini che, infatti, raccontava una storia come la mia! Quella di un giovane (nel mio caso una ragazza) che porta il sesso in una famiglia borghese finendo per distruggerla. La cosa incredibile è che se avessi visto Teorema non avrei mai scritto questo corto e non avrei mai conosciuto Tinto con cui iniziai subito a lavorare. Mi portò subito sul set del suo film successivo, Senso ’45, del 2002, con Anna Galiena, Gabriel Garko e le musiche di Ennio Morricone”. E Pasolini di lì a poco torna nella vita di Zanin, quando, nel 2002, va ad abitare a Monteverde…. “Prima a piazza Scotti e poi in via Ghislieri Pasolini proprio accanto al posto dove c’era l’ex cinema delle Terrazze che Pasolini descrive nel suo romanzo Ragazzi di vita. E non mi stupisce che lui, che ha abitato a Monteverde, in una sua poesia abbia scritto ‘ed ecco la mia casa nella luce marina…’. Anche io ho amato tantissimo questo quartiere per questa sua vicinanza al mare (appena potevo salivo in macchina per farmi una passeggiata in spiaggia) che si riverbera nella sua luminosità. E poi quel suo essere in alto trasmette un senso di libertà. Mi sono poi goduto Villa Pamphili in tutte le stagioni perché all’epoca avevo un cane da far uscire, con il sole, la pioggia, il vento. Ho bellissimi ricordi. Ci sono rimasto ad abitare fino al 2011. Mi sono trasferito a Prati ma ogni volta che posso vado a correre a Villa Pamphili…”.
Il decennio di lavoro accanto a Brass, che coincide con la sua residenza a Monteverde, sarà molto prolifico per Zanin che, oltre a lavorare ai film di Tinto Brass, si cimenta in suoi cortometraggi, sempre accomunati da temi crudi, storie di sesso, personaggi complessi: nel 2002 “Per l’ultima volta” con Edoardo Sylos Labini e “Prima o poi l’amore arriva”, nel 2006 “Vuoi star zitta per favore?” da un racconto di Raymond Carver e nel 2011 il mediometraggio “Breve Storia di un grande amore” con Ivana Monti ed un cammeo di Tinto Brass. Zanin ha anche collaborato anche alla stesura della sceneggiatura di “Caligola remake in 3D”, il “primo porno tridimensionale” come venne annunciato da Brass nel 2010, non riuscendo però a realizzarlo. L’intento era quello, come sempre provocatorio, di mostrare “non l’orgia del potere ma il potere dell’orgia”. Si sarebbe poi rivalso della travagliata produzione del suo “Caligola” del 1979 che vide Brass entrare in frizione sia con lo sceneggiatore Gore Vidal (ne riscrisse diverse scene) che con il produttore Bob Guccione, proprietario di Penthouse (che impose delle scene troppo pornografiche), finendo estromesso dal set e con un montaggio finale da lui disconosciuto. Di quanto non fosse peraltro Brass convinto del successo della pellicola, Zanin ricorda un aneddoto citato nel suo documentario del 2013 “Istintobrass”: “Helen Mirren racconta che, ad una cena, Buccione annunciò tutto esaltato: ‘Abbiamo la migliore attrice, il Premio Oscar Helen Mirren, abbiamo John Childhood, Peter O’Toole, Malcolm McDowell (che aveva fatto Arancia meccanica che, come raccontò Brass, gli era stato proposto ma lui era troppo preso dalla realizzazione di quello che sarebbe stato ‘L’Urlo’ e la produzione si rivolse a Kubrik, ndr). E abbiamo il ‘the best director’s Tinto Brass’. E allora Tinto si gira e fa: ‘to make the worst movie’, per fare il peggior film! E infatti fu un kolossal disastroso la cui storia meriterebbe un film, una serie tv tutta sua”. “Istintobrass”, prosegue Zanin, “è il mio omaggio a Tinto con il quale mi piaceva tantissimo lavorare. Un innovatore geniale ed anche un uomo coltissimo. Per due anni, sul finire degli anni Cinquanta, è stato archivista alla Cinématèque Francaise di Parigi, dove ha potuto conoscere i giovani cineasti della nascente Nouvelle Vague, come Truffaut, Bresson, Godard. E’ stato poi montatore al fianco di Roberto Rossellini e Joris Ivens. Ed i suoi primi film furono sperimentali, di rottura, oggi considerati rivoluzionari”.
Il lavoro con Tinto Brass è stato fondamentale anche per affinare Zanin ai meccanismi della produzione, come anche le sue esperienze al fianco di Mario Di Biase storico organizzatore anche di Bertolucci, Fellini, Bolognini e Pasolini e di Enzo Sisti, executive producer di diversi film hollywoodiani girati in Italia come Gang’s of New York di Scorsese, The Passion di Mel Gibson e The American con George Clooney. Una esperienza confluita in Wave Cinema, con Federico Lami, seguendo importanti esordi di giovani registi: nel 2020 “Inverno” di Giulio Mastromauro che arriva in odore di Oscar grazie alle decine di premi e selezioni all’estero (“un cortometraggio bellissimo che quando ne ho letto la sceneggiatura ho detto ‘sicuramente siamo un David di Donatello’. E infatti lo ha vinto” ricorda); nel 2024 “L’origine del mondo”, primo lungometraggio di Rossella Inglese di cui Wave Cinema aveva prodotti anche i cortometraggi “Denise” nel 2017 ed “Eva” nel 2021: “Tra le nuove registe forse è la più interessante. Ha una visione molto particolare e che mi interessa perché ama parlare di temi legati all'erotismo e alla visione del corpo femminile”. Un altro settore di Wave Cinema è quello dei documentari. Zanin nel 2016 dirige e produce “Latif, poeta combattente” su Latif Al Saadi, scrittore dissidente torturato sotto il regime di Saddam Hussein ed esiliato in Italia; nel 2017 segue la produzione di “Salvatrice- Sandra Milo si racconta” di Giorgia Wurth; nel 2021 dirige, con Manlio Gomarasca, “Inferno Rosso. Joe D’Amato sulla via dell’eccesso” che riscopre la figura del regista di porno e b-movie Aristide Massaccesi, che conquista il primo premio al Sitges Festival, il più importante festival sul cinema del fantastico. Nel mentre, dal 2019, Wave Cinema si occupa anche della distribuzione di due film francesi molto controversi per i forti temi sessuali trattati: “Climax” di Gaspar Noè e “Sauvage” di Camille Vidal- Naquet. Come produttore indipendente, il giudizio di Zanin sulla nuova legge sul tax credit a non può che essere molto severo: “Sta danneggiando un settore che dopo il Covid, grazie anche alla crescita delle piattaforme, era arrivato ad essere il secondo per produzione in Europa. Mi sembra che ci sia una certa volontà politica di creare grandi player e poche produzioni importanti. Ciò porterà inevitabilmente ad una riduzione del mercato lavorativo, metterà in forte difficoltà i giovani autori e strozzerà sempre di più il nostro cinema che da sempre ha vissuto di sostegni pubblici. Nessuno pensa a proteggere il mercato cinematografico italiano, come invece fanno in Francia e la produzione estera continuerà ad aumentare sempre di più, anche sulle piattaforme che non hanno particolari obblighi in tal senso. Il paradosso è che si dà il tax credit anche alla produzione dei grandi stakeholder televisivi, un settore in forte crescita, che già può contare anche su fondi suoi. E trovo anche strano, per non dire assurdo, che paghino così poco sulle frequenze, che sono un bene pubblico, sfruttandole così con grandissimi vantaggi. Allora dico: lo Stato chieda di più e crei un fondo che serva a finanziare le produzioni cinematografiche dei giovani. Lo so che è una proposta utopistica ma metterebbe equilibrio. Intanto non ci fermiamo. Stiamo lavorando a due film e ad una serie documentaristica con la mia regia e stiamo sviluppando di un giovane regista già molto solido, Stefano Oddi, un documentario su Nichetti e un progetto di film su uno scontro generazionale tra un professore, interpretato da Giorgio Colangeli, ed un giovane studente universitario omosessuale, Leo Gassman, che condurrà ad un epilogo molto significativo”. (26 feb – red)
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