Nelle carceri “la condizione odierna è a dir poco drammatica. Con gli ultimi due suicidi delle scorse ore sono già 20 le persone che si sono tolte la vita in questa prima parte del 2025 in un istituto di pena. Il sovraffollamento è sempre più grave nelle carceri per adulti, con circa 16.000 persone che non hanno un posto regolamentare, ed è diventato ormai strutturale anche negli Istituti Penali per Minorenni dove non si era mai registrato. Molte strutture versano in condizioni fatiscenti e non garantiscono la disponibilità di servizi minimi come acqua e riscaldamenti. Una situazione che richiede provvedimenti immediati”. Lo si legge in un rapporto della associazione Antigone da cui emerge che alla data del 17 marzo in Italia si contavano 62.140 le persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare di 51.323 posti. Di questi, però, 4.518 posti non erano disponibili. Questo fa sì che il tasso di affollamento fosse del 132,764%. I detenuti dunque aumentano, sono 1.200 in più di un anno fa, mentre la capienza regolamentare in teoria resta sostanzialmente stabile. Aumentano però in effetti i posti detentivi non disponibili, a maggio del 2023 erano 3.646, e anche questo contribuisce alla costante crescita del sovraffollamento. Da tempo ormai le regioni più affollate sono la Lombardia, la Puglia ed il Veneto, e non a caso lì si trovano gli istituti più affollati del paese. A partire da Milano San Vittore (213%), e poi a seguire Foggia (209%), Lucca (205%), Brescia Canton Monbello (203%), Lodi (200%), Taranto (199%), Varese (192%), Como (191%), Busto Arsizio (186%), Verona (186%) e Roma Regina Coeli (185%). Sono ormai 146 gli istituti in cui i presenti sono più dei posti effettivamente disponibili.
Tra sovraffollamento, psicofarmaci, privatizzazione, secondo Antigone, la giustizia minorile è allo sbando. A ottobre 2022, momento in cui si insedia l’attuale governo, le carceri minorili ospitavano 392 persone, del tutto in linea con il dato immediatamente precedente la pandemia. Un anno dopo l’entrata in vigore del DL Caivano, i ragazzi nelle carceri minorili erano 569. Oggi assistiamo ad una situazione di sovraffollamento consolidata. La capienza di tutti gli IPM è pari a 559 posti, ma i giovani presenti nelle carceri minorili al 9 marzo sono 623. Ciò equivale ad un tasso di sovraffollamento pari al 111,45% (+ 7,92% rispetto a marzo 2024). Le condizioni di detenzione all’interno della maggioranza degli istituti sono critiche; sono stati aggiunti materassi per terra negli IPM di Torino, Milano e Bari. A Roma i ragazzi e le ragazze hanno trascorso tutto l’inverno senza riscaldamento. Anche il personale è allo stremo. "La 'soluzione' proposta dal governo è il trasferimento presso una sezione ad hoc del carcere per adulti di Bologna di una settantina di giovani adulti, in attesa dell’apertura di quattro nuovi IPM (a Lecce, l’Aquila, Rovigo e Santa Maria Capua Vetere). Tutte le norme internazionali prescrivono che minori e adulti devono essere rigorosamente separati, se non si vuole costruire una fabbrica di delinquenti. L’approccio educativo che aveva caratterizzato il sistema della giustizia minorile italiano, un modello a livello europeo, è ormai superato. Fuorviante è inoltre la narrazione sul boom di omicidi commessi da minori; al contrario, rimangono pochi ed oscillano nel tempo (35 nel 2024, 25 nel 2023, ma erano 37 nel 2017)" si legge nel rapporto. Sono già 20 i suicidi avvenuti in carcere in questo inizio 2025, tra questi anche quello di una donna. Il più giovane a togliersi la vita aveva 24 anni ed era recluso a Regina Coeli, il più anziano 69 e si è ucciso pochi giorni fa a Verona. “Dopo il record negativo dello scorso anno, quando furono 89 le persone che si suicidarono in galera, anche quest'anno ci si continua ad uccidere al ritmo di una persona ogni quattro giorno. Dati impressionanti e drammatici che raccontano e fotografano, insieme ad altri, anche lo stato in cui si trova il sistema penitenziario italiano”. Antigone nel suo rapporto segnala che sono 48 ad oggi i morti in carcere per motivi diversi dal suicidio, “anche questo un numero senza precedenti: di questo passo alla fine dell’anno questi saranno ben oltre 200, un numero mai visto prima”.
Cresce l’affollamento, aumentano gli ingressi, e le condizioni degli istituti si fanno sempre più precarie. Anche per questo, come vedevamo sopra, aumentano i posti inagibili, ma anche nelle sezioni e nelle celle che restano aperte la situazione è critica. Per fare degli esempi presi da nostre visite recenti si può citare la situazione di Sollicciano, con infiltrazioni e muffa ovunque, anche in spazi ristrutturati da poco e nelle postazioni del personale di polizia, mentre le condizioni in cui versano molte celle sono indegne: manca il mobilio, la luce, e nel corridoio della seconda sezione dopo il tramonto il personale si muove con le torce. Altrettanto accade a Regina Coeli, dove abbiamo trovato persone che non avevano a disposizione un tavolino su cui poggiarsi per mangiare, senza coperte, posate o altri beni di prima necessità, o anche a Modena, dove il vecchio padiglione è fatiscente, con cimici, sporco, vari oggetti bruciati, mobilio gravemente danneggiato e porte arrugginite. “Un quadro desolante ma purtroppo piuttosto diffuso” sottolinea Antigone. “Più del 60% delle sezioni oggi è a custodia chiusa. La Circolare DAP n. 3693/6143 del 18 luglio 2022, che predispone una riorganizzazione del circuito della media sicurezza, ha favorito un modello di gestione del penitenziario improntato sulla chiusura, che è andato a sostituire il modello a celle aperte che era stato adottato per alleviare il sovraffollamento dopo la sentenza Torreggiani. Oggi, quindi, più della metà delle persone detenute trascorre la maggior parte del tempo chiusa in cella, uscendo solamente per andare all’aria. Una comunità penitenziaria che ha perso la fiducia nel paradigma rieducativo e che pertanto non ha più nulla da perdere viene ormai gestita principalmente attraverso l’applicazione dell’isolamento informale e la custodia chiusa; si tratta di una strategia pericolosa che porterà nel futuro prossimo a maggiore disperazione e, verosimilmente, maggiori tensioni. Basti pensare che l’80% dei suicidi avvenuti nel 2024 si sono verificati all’interno di sezioni a custodia chiusa. Come abbiamo visto sopra, in nome della sicurezza, le carceri italiane sono sempre più chiuse. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, diventano sempre più insicure, sia per chi ci è detenuto che per chi ci lavora”.
“Dal 2023 al 2024 la popolazione detenuta è cresciuta del 2,8%, ma nello stesso anno gli eventi critici sono cresciuti molto di più. Sempre più si usano strumenti contenitivi, di natura fisica o farmacologica. Aumentano i provvedimenti di soggezione a regimi di sorveglianza particolare, anche nelle carceri femminili. Inoltre se dovesse essere approvato il delitto di rivolta penitenziaria, presente nel disegno di legge sicurezza, abbiamo calcolato che vi sarebbero nuove migliaia di anni di carcere che andrebbero a colpire principalmente i detenuti che protestano pacificamente, in forma nonviolenta. L’attività lavorativa in carcere dovrebbe rappresentare uno strumento di emancipazione. Eppure, nonostante questo sulla carta rappresenti uno degli elementi principali del trattamento penitenziario, sono solo un terzo le persone detenute che svolgono un lavoro stando in carcere; erano 19153 al 30 giugno 2023 e un anno dopo erano 20240. Tra le persone ristrette che hanno accesso al lavoro solo il 15,53% lavoravano alle dipendenze di un datore di lavoro esterno; nello specifico, al 30 giugno 2024 i detenuti che lavoravano per imprese private tradizionali erano solo 213, mentre erano 899 quelli che lavoravano per cooperative sociali. Il restante 84,47% lavorava alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria; per la maggior parte si tratta di lavori intramurari, non professionalizzanti, limitati allo svolgimento di mansioni legate alla vita quotidiana dell’istituto. In tante carceri, qua e là in giro per l’Italia, si chiudono attività culturali, si disincentivano i volontari ad avviare iniziative sociali, si burocratizza e imbavaglia l’entusiasmo della società civile esterna, laica o cattolica. Non si facilita neanche la presenza di insegnanti e istituzioni universitarie. In un contesto penitenziario di questo tipo, dove si accumulano tensioni e mancanza di visione, il personale è lasciato solo nel gestire situazioni drammatiche. Il rischio di burnout è enorme. E’ necessario che arrivi un messaggio forte e autorevole a tutto il personale, ridisegnando la funzione costituzionale dello stesso”. (21 mar – red)
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