Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

PAOLO PAGLIARO, L’ARTE
DELL’INFORMAZIONE

PAOLO PAGLIARO, L’ARTE <br> DELL’INFORMAZIONE

Aula magna gremita al liceo Messedaglia. Un silenzio teso, rispettoso, quello che precede le occasioni importanti. Sul palco Paolo Pagliaro, firma storica del giornalismo italiano, autore della rubrica Il Punto nella trasmissione Otto e Mezzo dal 2009, uno che conosce la materia con la precisione del chirurgo e la profondità dello storico. L’evento, organizzato con passione e rigore dalla Rete Scuola e Territorio, ha visto protagonisti anche gli studenti della classe 5F, impeccabili in ogni dettaglio, e il giornalista Luca Mantovani in veste di moderatore. Presente anche Vittorino Beifiori

L’incontro si è aperto con un video realizzato dai ragazzi per raccontare il lungo curriculum dell’ospite. Poi, con voce visibilmente commossa, Pagliaro ha esordito: «Dire che sono emozionato è poco. Non mi era mai capitato di vedermi così dall’esterno». Una frase che ha subito spostato il baricentro dell’incontro: non una lezione cattedratica, ma un confronto vivo, autentico, sulla materia più scivolosa e centrale del nostro tempo – l’informazione.

«L’informazione comprende il giornalismo, ma non si esaurisce nel giornalismo. È anche un’idea, una telefonata, un dato. Le fake news non sono semplici bugie: sono bugie costruite per ferire, per ottenere visibilità, per manipolare». Pagliaro non usa mezzi termini. Srotola dieci fake news “credibili”, e mostra quanto sia facile farle attecchire. E quanto sia difficile, poi, estirparle. Non è un problema solo di comunicazione, ma di giustizia: «Oggi i magistrati hanno difficoltà a utilizzare le intercettazioni, perché potrebbero essere manipolate. La verità, oggi, è diventata un’opinione».

Il giornalista fa un passo indietro nella storia e cita la Donazione di Costantino, la caccia agli ebrei durante la peste, l’invasione dell’Iraq: le bugie di Stato hanno sempre alimentato paura e odio per consolidare il potere. Ma la novità dei nostri tempi ha un nome preciso: Internet. «È un moltiplicatore, una cassa di risonanza, una pandemia informativa».

La disintermediazione – l’eliminazione dell’intermediario tra chi produce e chi consuma notizie – ha messo in crisi la filiera dell’informazione. «Dal dicembre 2006, quando Time nominò You persona dell’anno, ciascuno di noi è diventato scrittore, fotografo, giornalista e editore. Ma tanti frantumi della realtà non fanno una verità. Nessuno ci dà più un’idea del mondo. L’informazione è diventata comunicazione, e la comunicazione non vuole far conoscere: vuole convincere».

Il mestiere del giornalista – insiste Pagliaro – non è finito, ma trasformato. Serve competenza, certo. Ma serve soprattutto reputazione. E la reputazione si conquista con la fatica del controllo, con l’onestà del racconto, con la resistenza all’urlo e alla menzogna.

Oggi, l’industria dell’informazione è a rischio. Il circuito tradizionale – giornali, radio, tv, social – si regge ancora sulla prima fonte, il giornale. Ma le piattaforme digitali non rispondono di nulla: «Hanno un vantaggio immenso, la sostanziale irresponsabilità». E nel frattempo, tutto viene tracciato, schedato, venduto. Spesso senza consenso. «È una delle forme più pericolose di disinformazione: quella occulta».

«Il sensazionalismo e la menzogna sono modi per generare traffico e fare soldi. Le fake news nascono per ricattare, per diffamare, per distruggere». Pagliaro sottolinea la sproporzione delle responsabilità: chi dirige un giornale ne risponde penalmente, chi gestisce una piattaforma digitale no. E tuttavia qualcosa si muove: «L’Unione Europea sta cercando di introdurre una responsabilità civile per le piattaforme».

Il momento più denso arriva sul finale: «L’intelligenza non è trovare in fretta le informazioni. È dare loro un senso. Il pensiero critico è a rischio. Il giornalista non deve subire la rete. Deve conquistarla. Con due regole d’oro: il controllo dei fatti e l’onestà nel riferirli».

In un tempo in cui la verità è fragile come vetro e rumorosa come una sirena, queste parole suonano come un invito e come un monito. A Verona, la Rete STEI e il liceo Messedaglia hanno saputo accogliere e rilanciare una riflessione che non riguarda solo il giornalismo, ma la democrazia stessa. Perché il giornalismo, se fatto bene, non racconta solo il mondo: lo protegge. Prof.ssa Wanna Bianchi

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