Poeta e performer magnetico, John Giorno (New York, 1936 - New York, 2019) ha saputo trasformare la parola in forma d’arte. A lui il MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna dedica, dal 5 febbraio al 3 maggio, “John Giorno: The Performative Word”, a cura di Lorenzo Balbi, la prima grande retrospettiva italiana, allestita nella Sala delle Ciminiere, che celebra uno dei protagonisti più radicali e visionari della cultura contemporanea. L'esposizione rientra nel programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026, palinsesto di mostre ed eventi promosso dal Comune di Bologna con il sostegno di BolognaFiere in occasione di Arte Fiera, con la direzione artistica di Lorenzo Balbi. Figura cardine della New York d’avanguardia, poeta, artista e attivista, John Giorno ha infranto i confini disciplinari facendo della poesia un corpo vivo, un gesto capace di abitare luoghi inattesi. Le sue amicizie e collaborazioni con alcune delle figure più significative di quegli anni, tra cui Andy Warhol, Robert Rauschenberg, William Burroughs, John Cage e Patti Smith, e la fondazione, nel 1965, della Giorno Poetry Systems - la piattaforma no-profit che ha rivoluzionato la diffusione della poesia intrecciandola con musica, arti visive, impegno politico e pratiche comunitarie - testimoniano l’impatto imprescindibile che Giorno ha avuto nella storia dell’arte. “La retrospettiva dedicata a John Giorno si inserisce perfettamente nel contesto artistico di Bologna - dichiara Daniele Del Pozzo, assessore alla Cultura del Comune di Bologna - Giorno ha trasformato la parola in arte pubblica, estendendo la pratica della performance oltre la pagina, in ambiti non convenzionali come le strade e le linee telefoniche, accordandosi perfettamente con lo spirito di sperimentazione e di apertura verso le nuove forme d'arte che Bologna ha sempre coltivato. La fusione tra parola e azione, tra vita personale e opera, è stato l'innesco per un nuovo modo di intendere la pratica artistica, vista come un modo di intervenire nello spazio pubblico per agire un cambiamento sociale, come nel caso dell'attivismo contro l'AIDS; un modello che rispecchia la vocazione di Bologna a riconoscere il valore delle differenze e a dare spazi a un'arte che dialoga con la città e con chi ci vive. La retrospettiva curata dal MAMbo è un'esperienza preziosa che collega storia, performance e poesia, e che offre spunti di riflessione ancora attuali per il nostro oggi”. “John Giorno ha incarnato, come pochi altri, la possibilità di una poesia che si fa esperienza del mondo, che abita il corpo, la voce e lo spazio, aprendosi alle forme e ai linguaggi dell’arte contemporanea. La sua opera, oggi riconosciuta come una delle più influenti e trasversali del secondo Novecento, si situa al crocevia tra parola e immagine, suono e gesto, spiritualità e cultura pop, costruendo un universo estetico e performativo che ancora risuona con sorprendente attualità”, spiega Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo e curatore della mostra. L'esposizione ripercorre la pratica multiforme di John Giorno attraverso diversi nuclei di opere, mostrando come l’artista abbia valorizzato il linguaggio poetico nelle sue dimensioni plastiche, relazionali e performative spingendo la parola a sconfinare nel territorio delle arti visive e delle reti di telecomunicazione. Larga parte della sua produzione artistica reimpiega estratti delle sue poesie replicati su diversi supporti, con l'uso di colori accuratamente scelti e un font iconico. Epicentro della mostra è Dial-A-Poem, l'iconica opera interattiva con cui l’artista ha reso fruibili al pubblico, attraverso un numero di telefono da comporre, le registrazioni delle voci di poeti, artisti, musicisti e attivisti intenti a leggere le proprie composizioni. Il progetto pioneristico che trasformò il telefono in uno strumento di diffusione poetica su larga scala fu originariamente prodotto nel 1969 e presentato successivamente nel 1970 nella mostra “Information” al MoMA - Museum of Modern Art di New York. L'opera divenne un lavoro emblematico dell’arte concettuale partecipativa, ampliandosi negli anni fino a raccogliere 282 registrazioni di 132 autori, tra cui Patti Smith, Allen Ginsberg e Amiri Baraka, e generando edizioni internazionali in diversi Paesi come Dial-A-Poem France, Dial-A-Poem Mexico, Dial-A-Poem Brazil, Dial-A-Poem Thailand, Dial-A-Poem Switzerland. In occasione di “John Giorno: The Performative Word”, nasce la versione italiana dell’opera ideata appositamente per il MAMbo, Dial-A-Poem Italy, che ha visto il coinvolgimento di oltre trenta poetesse e poeti italiani contemporanei, selezionati da Caterina Molteni, curatrice del museo, che hanno prestato la voce al progetto sonoro che conduce il pubblico nel cuore pulsante della visione di Giorno. Tra questi, ricordiamo Antonella Anedda, Domenico Brancale, Milo De Angelis, Valerio Magrelli e Patrizia Valduga. Come nell’opera storica, anche nella sua versione italiana l’ascolto rimane imprevedibile: una chiamata, una voce inattesa, un frammento poetico che trasformano l’esperienza in una performance privata. Un nuovo numero telefonico + 39 051 0304278 verrà attivato in occasione della mostra e sarà raggiungibile gratuitamente ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, da chiunque. All'interno del percorso espositivo, una sezione dedicata ai materiali d’archivio a cura di Nicola Ricciardi con la collaborazione di Eleonora Molignani, e con un allestimento progettato da Studio EX (Andrea Cassi e Michele Versaci): poster, lettere, libri e contratti, in alcuni casi mai esposti, tracciano l’evoluzione della traiettoria di John Giorno tra arte e attivismo e mettono in relazione la sua esperienza con quella di altri artisti. Confermando l’attenzione per il mondo della performance che da sempre caratterizza la ricerca curatoriale del MAMbo, “John Giorno: The Performative Word” mette in luce la dimensione performativa della pratica poetica dell'artista inserendola nella più ampia storia delle sperimentazioni artistiche legate a questo ambito. Dalle prime poesie visive e dai collage linguistici agli Electronic Sensory Poetry Environments del 1967, la sua ricerca sviluppa una vera e propria poetica dell’energia, fondata su ritmo, respiro e vibrazione, anticipando temi oggi centrali nelle arti intermediali: l’interdisciplinarità, il corpo come veicolo di conoscenza, la dimensione relazionale dell’opera. A questa tensione performativa si intrecciano in modo decisivo il suo impegno politico - in particolare all’interno della comunità LGBTQ+ e durante l’emergenza dell’AIDS negli anni Ottanta, periodo in cui fondò la AIDS Treatment Project - e la sua adesione al buddhismo tibetano, che introduce nella sua opera una profonda dimensione meditativa. Con “John Giorno: The Performative Word” il MAMbo rende omaggio a un artista che ha reinventato la poesia come gesto, ritmo, corpo e presenza; un vero e proprio linguaggio multidimensionale, capace di unire politica, spiritualità e vita quotidiana, di restituire alla voce la sua potenza irriducibile e di costruire un ponte tra storia e contemporaneità. Ad accompagnare la mostra una monografia edita da Mousse Publishing. Il volume raccoglie un’ampia selezione di materiali d’archivio e testi di Lorenzo Balbi, curatore della mostra, di Drew Sawyer, curatore del Whitney Museum of American Art (New York), del poeta Kyle Dacuyan e del curatore Nicola Ricciardi, oltre a un’inedita intervista tra Ugo Rondinone e Laura Hoptman, che insieme offrono approfondite prospettive interpretative sull’opera di Giorno. La mostra è realizzata in collaborazione con Giorno Poetry Systems e con il supporto della Galleria Thomas Brambilla. La pubblicazione è realizzata grazie al contributo di Shane Akeroyd, Almine Rech, kurimanzutto e Galerie Eva Presenhuber (Zurigo / Vienna). Dial-A-Poem Italy vede la partecipazione di: Ubah Cristina Ali Farah, Antonella Anedda, Riccardo Benassi, Tomaso Binga, vito m. bonito, Domenico Brancale, Maria Luce Cacciaguerra, Sandra Cane, Marco Ceriani, Giulia Crispiani, Marzia D'Amico, Milo De Angelis, Rita Degli Esposti, Tommaso Di Dio, Caterina Dufì, Carmen Gallo, John Gian, Marco Giovenale, Allison Grimaldi Donahue, Riccardo Held, Wissal Houbabi, Eleonora Luccarini, Valerio Magrelli, Alberto Masala, Enzo Minarelli, Jonida Prifti, Marilena Renda, Federica Scaringello, June Scialpi, Italo Testa, Ida Travi, Patrizia Valduga, Italo Zuffi. (gci)
A LORETO (AN) L'EVENTO IMMERSIVO “AVVENGA DI ME QUELLO CHE HAI DETTO”
Un’esperienza immersiva ideata per il Giubileo 2025 tra fede, arte e comunicazione contemporanea. Dallo scorso 20 dicembre fino al 15 marzo, il Bastione Sangallo di Loreto (AN) ospita “Avvenga di me quello che hai detto. Un viaggio visivo e sonoro nel mistero dell'Annunciazione”, a cura di Francesca Coltrinari con la regia di Francesco De Melis. L’evento, pensato a conclusione dell’anno giubilare, propone un percorso multimediale dedicato all’Annunciazione, l’evento fondante della storia cristiana, esplorato attraverso i capolavori della storia dell’arte. Realizzato con la consulenza scientifica della professoressa Francesca Coltrinari, storica dell’arte dell’Università di Macerata e con la regia dell’antropologo e musicologo Francesco De Melis, l’evento intende accompagnare la chiusura del Giubileo a Loreto, città che custodisce le pareti della Santa Casa, il luogo fisico dell’Annuncio, trasportato in Occidente alla fine del Duecento. Come ricorda San Giovanni Paolo II, Loreto è il “vero cuore mariano della cristianità”: presentare qui alcuni dei massimi capolavori sulla scena dell’Annunciazione assume un valore simbolico unico e restituisce un legame profondo tra arte, spiritualità e territorio. L’evento è promosso dal Comune di Loreto, con il contributo della Regione Marche. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo. All’interno del Bastione Sangallo, il pubblico potrà vivere un viaggio digitale spettacolare attraverso alcune delle Annunciazioni più celebri dell’arte. Grazie a sistemi multimediali avanzati e a letture visive sviluppate anche tramite intelligenza artificiale, i visitatori sono accompagnati dentro le opere: colori, gesti, simboli e dettagli prendono vita per svelare la complessità narrativa e teologica di uno dei temi più rappresentati della storia dell’arte. Tra le Annunciazioni più significative presenti nel video, ci sono opere di Carlo Crivelli, Giambattista Tiepolo, El Greco, Sandro Botticelli, Antonello da Messina, Guido Reni, Pieter de Witte e altri grandi artisti. L’esperienza nasce con particolare attenzione ai giovani, tramite l’utilizzo di un linguaggio contemporaneo capace di unire rigore scientifico e capacità divulgativa. Le parole della curatrice Francesca Coltrinari: “L’Annunciazione è uno degli eventi più importanti della storia cristiana: accogliendo il saluto dell’angelo Gabriele, la Vergine Maria accetta di diventare la madre del Redentore, permettendo al Verbo di farsi carne. Gli artisti di ogni epoca lo hanno raccontato con soluzioni diverse, in cui ogni dettaglio parla: il gesto dell’angelo, la sorpresa o l’umiltà di Maria, la luce che irrompe dall’alto, il fiore, il libro, il silenzio sospeso di un istante che cambia la storia. E al centro di tutto c’è la casa: la Casa di Nazareth, luogo reale della vita di Maria e dell’Annuncio. A Loreto questa meditazione si fa ancora più viva, perché la Santa Casa custodita qui è il segno concreto di quel luogo originario. Il nostro percorso invita a rileggere l’Annunciazione con occhi nuovi, attraverso alcune delle più straordinarie opere dell’arte, per rivivere il momento in cui l’Eterno entrò nel tempo e la storia cambiò per sempre”. La mostra sarà anche occasione per valorizzare le Annunciazioni conservate nelle Marche, promuovendo itinerari culturali e spirituali tra chiese, musei e città d’arte. Tra le altre, si segnalano le Annunciazioni di Pietro Alamanno e Guido Reni presso la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, l’arazzo su cartone di Rogier van der Weyden nei Musei Civici di Fermo, il capolavoro di Lorenzo Lotto e l’affresco strappato di Olivuccio di Ciccarello nei Musei Civici di Recanati, l’opera di Bernardino di Mariotto nella Pinacoteca Civica di San Severino Marche, l'Annunciazione di Sperimento di Giovanni Angelo di Antonio a Camerino, gli affreschi strappati del Maestro di Campodonico nella Pinacoteca Civica di Fabriano, le opere di Lotto nella Pinacoteca Civica di Jesi, le Annunciazioni di Pietro Perugino a Senigallia e di Guido Reni a Fano, oltre a diverse Annunciazioni nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. Questa rete diffusa offrirà a pellegrini, appassionati d’arte e turisti un percorso nuovo per scoprire la ricchezza iconografica e spirituale del tema. Il video è accompagnato da una lettura dal “Vangelo secondo Luca”, per raccontare la realtà luminosa del mistero in un fluire di tinte, musiche, parole e figure. Commenta Francesco De Melis: “La semplicità delle parole di Luca nel suo racconto evangelico dell’evento premonitore per antonomasia del ‘regno che non avrà fine’ è disarmante e sconcertante a un tempo, nel senso ossimorico di una luminosità del mistero. Questa semplicità misteriosa è alla base dell’ispirazione pittorica sul tema dell’Annunciazione attraverso i secoli, nel senso, sempre ossimorico, della naturale sprezzatura che sgorga dai capolavori. Il passo del Vangelo di Luca, nella sua chiarezza lampante e scura, è dunque il testo che fa testo in quanto alla luminosa semplicità dell’Annunciazione”. L’esperienza immersiva al Bastione Sangallo di Loreto rappresenta, dunque, un viaggio attraverso alcune delle più straordinarie Annunciazioni dell’arte: opere che, pur nella loro diversità, cercano tutte di raccontare ciò che accadde in quella Casa, quando l’Eterno entrò nel tempo e la storia cambiò per sempre. (gci)
MILANO, “QUEENS & DUCKS” DI PATRICK MIMRAN PROROGATA AL 15 FEBBRAIO
Al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano è prorogata fino al 15 febbraio la mostra “Queens & Ducks” di Patrick Mimran (Parigi, 1956). Il progetto è realizzato in collaborazione con il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci. Dopo le precedenti esperienze espositive a Milano, l’artista torna con un percorso inedito e visionario che intreccia arte, scienza e tecnologia, pensato appositamente per gli spazi storici del museo. L’esposizione si snoda lungo i chiostri seicenteschi e culmina nell’imponente padiglione dei treni, trasformando il patrimonio tecnico-scientifico del museo in un palcoscenico per immagini potenti e sorprendenti. Due serie fotografiche inedite, presentate in anteprima assoluta, instaurano un dialogo inaspettato con l’architettura e con le collezioni, invitando il pubblico a vivere un’esperienza sensoriale e contemplativa. "Siamo lieti di rinnovare la collaborazione site-specific con Patrick Mimran, a quasi vent’anni dalla sua prima significativa presenza nei nostri spazi con Billboard Project in the city. Questo nuovo progetto conferma l’impegno del Museo nel proporsi come luogo di dialogo tra discipline, aperto a visioni artistiche capaci di interrogare il presente e arricchire la lettura del nostro patrimonio. Una mostra che trasforma gli spazi espositivi in scenari estetici di meraviglia e riflessione, offrendo uno sguardo inedito e provocatorio sulla scienza intesa come atto creativo", afferma Fiorenzo Marco Galli, direttore generale del Museo. Il progetto prende avvio da due soggetti apparentemente lontanissimi: un piccolo anatroccolo di plastica e tre ritratti della regina Elisabetta I fotografati al Metropolitan Museum di New York. Mimran ne ha ricavato sequenze di variazioni grafiche multiple – 12 per le Ducks e 11 per ciascun ritratto della regina – sfruttando le potenzialità delle più moderne tecnologie digitali. Nelle Queens, le figure storiche vengono modernizzate e proiettate nel XXI secolo, liberandole dalla loro aura di intangibilità e rendendole sorprendentemente contemporanee. Nelle Ducks, invece, il piccolo animale di plastica si trasfigura in una moltitudine di identità diverse: a volte buffe, altre inquietanti o malinconiche, sempre però capaci di evocare emozioni umane e di rimandare a uno specchio interiore. Il filo conduttore del progetto è la trasformazione: il soggetto perde la propria funzione primaria per rinascere sotto nuove forme, attraversando tempo e linguaggi. L’immagine diventa così un dispositivo di riflessione, un pretesto per interrogarsi sulla percezione e sul modo in cui l’arte possa reinventare il reale. Come osserva Denis Curti, le opere di Mimran rivelano “il respiro nascosto dell’immagine”. Dietro ogni pixel e ogni stratificazione grafica si cela un pensiero intenzionale che trasforma l’interazione passiva in esperienza attiva. Le fotografie, più che repliche manipolate, diventano portali temporali, capaci di traghettarci tra epoche e linguaggi, mettendo in scena una continua metamorfosi visiva. (gci)
A LECCE “FALLING” DELL'ARTISTA VISIVO ALBANESE DRIANT ZENELI
Fino al 7 gennaio, negli spazi del Complesso di San Francesco della Scarpa, in Piazzetta Giosuè Carducci a Lecce, è visitabile “Falling” di Driant Zeneli. Curata da Laura Lamonea e promossa dal Polo Biblio-Museale di Lecce e dal Museo Castromediano, la mostra riunisce i video When Winds in Monsoon Play, the White Peacock Will Sweep Away e Those Who Tried to Put the Rainbow Back in the Sky, insieme all’installazione La coccinella e lo struzzo del progetto Short Fairytales for Adults. La caduta, intesa come occasione di trasformazione: tra immaginazione, politica e realismo magico, il percorso espositivo restituisce alcuni momenti significativi della ricerca dell’artista, che indaga l’istante in cui corpi, sistemi e istituzioni perdono equilibrio, aprendo a nuove possibilità immaginative. La mostra si apre con il film When Winds in Monsoon Play, the White Peacock Will Sweep Away, ambientato in Bangladesh e realizzato nell’ambito di The Six Seasons of the White Peacock, progetto promosso dalla Regione Puglia – Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio – attraverso il Polo Biblio-Museale di Lecce e il Museo Castromediano, e cofinanziato dalla tredicesima edizione del programma Italian Council della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’opera nasce dal coinvolgimento di una rete internazionale di istituzioni culturali attive in quattro Paesi: la Samdani Art Foundation (Bangladesh), l’EMST – Museo Nazionale d’Arte Contemporanea di Atene (Grecia), la Fondazione Art House di Adrian Paci e Melisa Paci a Scutari (Albania) e il Museo Civico di Castelbuono (Italia) che accoglierà questa nuova opera. Scandito dalle sei stagioni bengalesi, il video racconta un viaggio politico e interiore che ruota attorno all’innamoramento di un pavone bianco per la propria lacrima. Attraverso diversi livelli di lettura, affronta questioni esistenziali, ecologiche e politiche — tra cui le proteste della cosiddetta Rivoluzione di luglio 2024, in cui hanno perso la vita oltre mille persone. La narrazione è attraversata dal Khonar Bachan, antichi proverbi della tradizione orale bengalese, mentre l’architettura brutalista di Louis Kahn assume una presenza fisica e metaforica. Gli elementi visivi sono stati realizzati in collaborazione con giovani artisti locali; la partitura sonora, rielaborata dal maestro Francesco Aliberti, intreccia barocco e musica bengalese in una composizione ibrida. Al centro della chiesa La coccinella e lo struzzo, favola ideata con lo studioso lacaniano Mimmo Pesare, docente dell’Università del Salento, nell’ambito del progetto Short Fairytales for Adults. Attraverso un dialogo a due, l’artista e lo psicoanalista costruiscono una narrazione speculativa che fa emergere nuclei simbolici, immagini dell’inconscio e tensioni latenti. L’incontro accidentale tra i due animali si trasforma in una convivenza forzata, segnata dall’impossibilità di fuga e da un istinto primario di sopravvivenza, diventando metafora dell’essere insieme, del limite e del desiderio. In mostra, la grande scultura in cartapesta realizzata da Driant Zeneli in collaborazione con artigiani locali occupa lo spazio sacro come un corpo estraneo e vulnerabile, sospeso tra immaginario fiabesco e tensione drammatica. A completare l’opera, una traccia sonora in riproduzione continua, con la voce narrante di Giulia Maria Falzea, amplifica la dimensione intima e perturbante del racconto. In un'altra piccola sala, infine, in loop Those Who Tried to Put the Rainbow Back in the Sky. Tre persone e un’anatra, ferme su una misteriosa nave di cemento, ritrovano casualmente un frammento caduto a terra e decidono di tentare l’impossibile: rimetterlo al suo posto. Girato in un solo giorno nel villaggio albanese di Velmisht, il lavoro nasce dall’incontro fortuito dell’artista con un emigrato rientrato dalla Grecia che, spinto da un profondo desiderio di ritorno, ha costruito la nave in cemento come gesto di radicamento e di attesa. L’azione sospende ogni giudizio razionale e riconduce lo spettatore a un’idea originaria di possibilità e di tensione verso l’altrove, dove l’utopia si manifesta come atto ostinato dell’immaginazione. In tutto il progetto, Zeneli afferma che la caduta non è fine, ma passaggio: uno spazio aperto in cui realtà e invenzione convivono e l’immaginazione diventa strumento per leggere – e superare – le nostre rovine. “Lasciarsi andare all’attrazione del proprio peso, concedersi alla forza invisibile che ci riporta alla terra. La caduta corrisponde all’attimo in cui i corpi o le istituzioni appaiono vulnerabili, è un accadimento che può smontare le impalcature del potere, preparando una nuova scena - sottolinea Laura Lamonea - Nelle favole di Driant Zeneli sono molteplici i tentativi di allontanamento dalla terra attraverso i quali l’artista, tra poesia e realismo, osa per andare dove nessuno è mai stato. La chiesa di San Francesco della Scarpa, il cui nucleo centrale risale al XIII secolo, conserva ancora le tracce dei suoi mutamenti, delle cadute, delle rinascite. La caduta anche in questo caso non è un atto terminale, ma la premessa per una nuova dimensione costruita attraverso il tempo”. (gci)
“UN’ALTRA VITA”: L’ESPOSIZIONE CHE RACCONTA FRANCO BATTIATO
Tra ricordi e materiali inediti, la vita di Battiato è stata racchiusa in un’esperienza intensa e toccante, oltre la musica, oltre il tempo. Dal 31 gennaio al 26 aprile, lo Spazio Extra del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma accoglie un viaggio unico: “Franco Battiato. Un’altra vita”, una mostra-evento che celebra, a cinque anni dalla scomparsa, il genio umano e musicale di un artista senza eguali nella storia della musica italiana. Coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, a cura di Giorgio Calcara con Grazia Cristina Battiato, è organizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS. Cantautore, musicista, poeta, filosofo, intellettuale: ogni sfaccettatura del suo talento risuona nella mostra. Dall’avanguardia al pop, dall’elettronica alla mistica, Battiato ha trasformato la canzone italiana, creando testi evocativi, armonie perfette, melodie immortali. Sette sezioni raccontano la sua vita e la sua arte: 1. L’inizio (dalla Sicilia a Milano), 2. Sperimentare (dall’acustica all’elettronica), 3. Il successo (dall’avanguardia al pop), 4. Mistica (tra Oriente e Occidente), 5. L’uomo (ritorno alle origini), 6. Il Maestro, 7. Dal suono all’immagine (il cinema di Battiato). Al centro della sala, uno spazio ottagonale, eco dell’ottava musicale, cuore pulsante della mostra, dove un sistema di ascolto avvolge il visitatore in un’esperienza sonora immersiva. Tra copertine di album, poster storici, fotografie e cimeli rari, la mostra restituisce la poliedricità di Battiato: innovatore, sperimentatore, precursore di stili. Accanto all’universo musicale, prende vita il coté pittorico originale, con sfondi dorati e visioni cariche di simboli e archetipi, che evocano un preciso gusto allegorico mediorientale, amato da sempre dal Maestro siciliano. Nelle ultime due decadi della sua produzione, emerge la dimensione cinematografica: lungometraggi narrativi e documentari che raccontano le sue ricerche artistiche e spirituali, organici alla sua matrice musicale e in dialogo con la contemporaneità. La mostra, che sarà accompagnata da momenti di approfondimento e da un catalogo dedicato, rende omaggio alla vita che trascende la morte, all’anima delicata e luminosa di uno dei più grandi geni italiani contemporanei, invitando il pubblico a ritrovare e riabbracciare, attraverso le sue opere, quel centro di gravità permanente che, in fondo, tutti cerchiamo.
NELLA FOTO. John Giorno con l'opera Dial-A-Poem, 1970. Courtesy Giorno Poetry Systems
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