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UCRAINA, AD ABU DABHI
VERSO L’ENNESIMO FLOP

UCRAINA, AD ABU DABHI <BR> VERSO L’ENNESIMO FLOP

Il secondo round dei negoziati trilaterali tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, svoltosi oggi negli Emirati Arabi Uniti, si è concluso nel tardo pomeriggio con un clima che i diplomatici definiscono di “estremo pessimismo”. Mentre i mediatori statunitensi, guidati da Steve Witkoff e Jared Kushner, tentavano di tessere una trama di dialogo, la realtà del conflitto ha travolto il tavolo delle trattative, segnando una distanza che appare, al momento, incolmabile.

LE PRETESE DI MOSCA: UNA "RESA STRUTTURALE". Le condizioni tecniche presentate dalla delegazione russa nel corso delle ultime ore hanno delineato una strategia che va ben oltre il semplice cessate il fuoco. Mosca non chiede solo una tregua, ma una revisione totale dell'assetto territoriale e militare dell'Ucraina. A quanto si è appreso, i punti chiave della proposta russa includono alcune richieste che Kiev non intende accettare. La prima è quella del ritiro ai Confini Amministrativi: Mosca esige che le forze di Kiev abbandonino immediatamente tutte le porzioni delle regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhia ancora sotto controllo ucraino. Non si tratta di un congelamento del fronte attuale, ma di una cessione territoriale preventiva. Inoltre, il Cremlino ha ribadito la sua pretesa che il paese invaso accetti la neutralità forzata e la smilitarizzazione: il pacchetto tecnico prevede limiti rigidi sulla gittata degli armamenti ucraini e sul numero di effettivi dell'esercito. Inoltre, il Cremlino ha posto un veto assoluto sulla presenza di truppe NATO o europee come garanti sul terreno, definendo tale ipotesi un "intervento straniero" intollerabile. Infine c’è la questione del riconoscimento giuridico: la Russia pretende che l'Ucraina modifichi la propria Costituzione per riconoscere formalmente la sovranità russa sui territori occupati e sulla Crimea, punto che la delegazione di Kiev ha bollato come "irricevibile e provocatorio".

LA REAZIONE DI KIEV E L'ESCALATION MILITARE. Mentre ad Abu Dhabi si discuteva di clausole e confini, il territorio ucraino subiva una delle ondate di attacchi più feroci delle ultime settimane. La stampa ucraina e le agenzie internazionali hanno confermato che proprio nel pomeriggio un attacco russo con munizioni a grappolo ha colpito un mercato nell'est del Paese, causando numerose vittime civili. Questo atto è stato interpretato da Kiev come un segnale di "terrorismo negoziale": colpire la popolazione per piegare la resistenza del governo al tavolo delle trattative. Contemporaneamente, i raid russi hanno continuato a martellare sistematicamente la rete elettrica nazionale e infrastrutture critiche a Odessa e in altre città chiave. L'obiettivo del Cremlino sembra essere quello di arrivare a un eventuale accordo dopo aver inflitto il massimo danno possibile al potenziale industriale e civile ucraino.

IL RUOLO DI MEDIAZIONE DEGLI STATI UNITI. La delegazione americana sta cercando disperatamente di evitare il collasso totale dei colloqui. Gli inviati di Washington hanno proposto soluzioni tecniche alternative, come il monitoraggio del fronte tramite tecnologie satellitari e droni neutrali, per superare l'ostruzionismo russo sulla presenza di truppe di peacekeeping. Tuttavia, la pressione di Mosca per un collegamento diretto tra la firma del protocollo e lo sblocco immediato degli asset russi congelati all'estero ha aggiunto un ulteriore livello di complessità finanziaria e politica.

UNO SCENARIO GEOPOLITICO FRAMMENTATO. L'ombra fallimentare del confronto globale si allunga dunque su Abu Dhabi. Mentre la Russia ribadisce la solidità dell'asse con Pechino come "fattore di stabilità", l'Occidente osserva con crescente preoccupazione le rivelazioni sullo spionaggio satellitare russo ai danni dell'Europa, dettaglio che mina la già scarsa fiducia reciproca. In questo contesto, il fatto che la giornata si sua chiusa con un nulla di fatto appare dunque ben più che un segnale dell’ennesimo nulla di fatto nella ricerca di una soluzione alla tragedia ucraina. Anche se le delegazioni restano nelle rispettive sedi emiratine, pronte a riprendere domani i lavori, il divario tra la richiesta russa di una capitolazione di fatto e la determinazione ucraina a difendere l'integrità territoriale non è mai stato così evidente. E l'eco delle esplosioni continua a coprire il chiacchiericcio al quale sembra essersi ridotta in questa fase la diplomazia. (4 FEB – DEG)

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