Roma, 4 feb – Dieci mesi di ritardo, un primato negativo assoluto dal 1978 a oggi e dati che restano ufficialmente “fantasma”. È l’accusa che il Movimento 5 Stelle rivolge al Ministero della Salute, che non ha ancora trasmesso la Relazione annuale sull’attuazione della legge 194 per il 2023, nonostante l’obbligo di presentazione entro febbraio dell’anno successivo. Una mancanza che, secondo le promotrici della conferenza stampa “194: i dati negati”, rappresenta una vera e propria violazione istituzionale e incide direttamente sulla possibilità di monitorare e garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. “Siamo davanti a una palese violazione di un dovere istituzionale – afferma la deputata M5S Gilda Sportiello –. Nascondersi dietro difficoltà tecniche è ridicolo: c’è una chiara volontà politica di nascondere i dati, silenziare le tante storie e i troppi ostacoli che ancora esistono per garantire davvero il diritto all’aborto. Il ministro Schillaci rispetti la legge: l’accesso ai dati non è una sua gentile concessione, ma un nostro diritto”. Sportiello sottolinea come non si sia “mai registrato un ritardo simile” e lega l’assenza di informazioni a una strategia precisa: “Questo ritardo si spiega solo con una volontà politica ben precisa, che è quella di creare un ulteriore ostacolo rispetto all’accesso all’aborto nel nostro Paese. Quei dati sono le nostre storie, servono per capire cosa non funziona e sono nostri”.
Una lettura condivisa anche da Federica Di Martino, psicoterapeuta e fondatrice di Ivgstoobenessimo, che punta il dito contro l’impossibilità di fare analisi e prevenzione senza numeri aggiornati. “Ci stiamo chiedendo da tempo che cosa stia succedendo, attraverso interrogazioni parlamentari e il lavoro dei movimenti di mutualismo dal basso, che ogni giorno accompagnano e sostengono le donne nel percorso dell’aborto. I dati ufficiali a disposizione risalgono al 2022 e, per regioni come Sicilia e Sardegna, addirittura al 2021. Parliamo di attualità con informazioni pre-Covid, una distopia collettiva che non consente di costruire politiche efficaci”. Secondo Di Martino, non si tratta di difficoltà tecniche ma di una scelta politica: “Negare i dati e rallentare l’attuazione delle linee guida del 2020 sull’aborto farmacologico, così come le sperimentazioni sull’aborto farmacologico domiciliare in alcune regioni, significa colpire il diritto di autodeterminazione delle donne. È l’indicazione di un governo che nega una libertà fondamentale”.
(PO / Sis)
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