Il secondo round dei negoziati di Abu Dhabi si è ufficialmente concluso, lasciando sul tavolo un segnale di speranza concreto: l'accordo per lo scambio di 314 prigionieri di guerra. Questo risultato rappresenta il primo vero passo avanti tangibile da mesi, un’intesa raggiunta in un clima di estrema pressione che ha visto il coinvolgimento diretto della mediazione statunitense per cercare di sbloccare l'impasse diplomatica tra Kiev e Mosca. L'inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, ha commentato l'esito di queste giornate con un misto di ottimismo e realismo, definendo l'incontro come “un passo avanti positivo, con un impegno diplomatico sostenuto”, pur aggiungendo immediatamente che “abbiamo ancora molto lavoro da fare”. Le sue parole riflettono la complessità di un dialogo che, sebbene sia riuscito a risolvere una questione umanitaria urgente, si scontra ancora con visioni diametralmente opposte sul futuro politico della regione.
Dalla parte ucraina, il capo negoziatore Rustem Umerov ha descritto il confronto come “molto produttivo e molto professionale”, sottolineando l'importanza di aver mantenuto aperto un canale di comunicazione diretto focalizzato su misure concrete. Tuttavia, l'accoglienza dei vertici di Kiev resta cauta. Il presidente Volodymyr Zelensky ha infatti avvertito che i passi verso la de-escalation devono essere “reali” e non manovre tattiche russe per sfruttare l'inverno a proprio vantaggio, ribadendo che gli ucraini non accetteranno scenari in cui Mosca guadagnasse tempo per riarmarsi. Il clima di cauto ottimismo respirato negli Emirati è alimentato anche dalle parole di Donald Trump, che ha difeso la sua linea di dialogo sostenendo che Vladimir Putin abbia “mantenuto la parola” in merito alla tregua temporanea agli attacchi alle infrastrutture energetiche, tregua che però negli ultimi giorni è stata interrotta da pesantissimi attacchi notturni alle infrastrutture energetiche del paese invaso, in un momento in cui si registrano temperature anche di meno venti gradi centigradi. Sia come sia, per il presidente americano, ogni segnale di rallentamento delle ostilità è un successo da capitalizzare per arrivare a una chiusura rapida del conflitto.
Di parere opposto resta la Russia: il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha gelato gli entusiasmi ricordando che le forze russe continueranno le operazioni finché Kiev non prenderà “decisioni” definitive, un chiaro riferimento alle pretese territoriali sul Donbass che rimangono, per ora, il principale ostacolo alla pace. Questa rigidità trova un'eco di diffidenza in Europa, dove l'Alto Rappresentante Kaja Kallas ha espresso dubbi sulla reale serietà di Mosca al tavolo negoziale, temendo che Abu Dhabi sia solo – per l’ennesima volta – un palcoscenico per guadagnare tempo. Con la chiusura di questa fase, i riflettori si spostano ora sui gruppi tecnici incaricati di “sincronizzare le posizioni” in vista di futuri incontri. L'accordo sui prigionieri dimostra che la diplomazia può produrre risultati, ma la sfida per una pace duratura resta aperta, sospesa tra la spinta pragmatica di Washington e la resistenza di chi, sul campo, teme che una tregua instabile possa trasformarsi in una nuova trappola.
(5 FEB - deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





amministrazione