Roma, 9 feb - “Ho iniziato quasi per istinto, rendendomi conto che esisteva un bagaglio enorme di memorie e di vissuto che pochissimi conoscevano”. Così Viviana Facchinetti, giornalista e scrittrice, direttore del periodico L’Arena di Pola, racconta il lungo lavoro di ricerca e divulgazione dedicato alla storia dell’esodo giuliano-dalmata, illustrato oggi alla Camera nel corso della conferenza stampa alla vigilia del Giorno del Ricordo. Facchinetti, autrice di numerose inchieste, pubblicazioni e documentari sul confine orientale, ha ricordato come tutto sia iniziato nel 1985, dall’altra parte del mondo. “Ho cominciato andando in Australia e mi sono accorta di quante tappe avesse attraversato la vita di queste persone – ha spiegato – e di quanto poco se ne sapesse. Al massimo si era a conoscenza del fatto che ci fossero degli italiani dall’altra parte dell’oceano, ma non della loro storia”. Da lì è nata la passione per le “storie fuori dalla storia”, come le definisce, a partire dagli immigrati giuliano-dalmati in Australia, un lavoro che ha avuto “un successo vero” e che l’ha spinta a proseguire. Il viaggio nella memoria è continuato in Canada e in altri Paesi, fino a raccogliere oltre quattrocento testimonianze di esuli italiani sparsi nel mondo. Un percorso che ha conosciuto anche una svolta linguistica e generazionale. “Gli stessi esuli, anche di prima generazione, mi dicevano: ‘Peccato però che mio figlio o mio nipote ormai parlino soprattutto inglese, fanno fatica a leggere in italiano’. Da lì è nato lo stimolo a pubblicare anche la versione inglese del libro dedicato al Canada”, ha raccontato.
Nonostante le vite ricostruite altrove, il legame con l’Italia e con le terre d’origine resta forte. “È sempre presente – ha detto Facchinetti – io dico che si sentono come una mela tagliata a metà. Da una parte ci sono i sogni nel cassetto, quello che pensavano sarebbe stata la loro vita; dall’altra l’oggi e il futuro, fatto di figli e nipoti”. Un legame spezzato bruscamente, ha aggiunto, con la cessione delle loro terre: “Una volta mi hanno detto: ‘Abbiamo perso la guerra, sì, ma non devono farcela pagare con la mia casa e con la mia memoria’”. Nel processo di riscoperta pubblica di questa storia, Facchinetti rivendica con discrezione il proprio ruolo. “Mi sento parte di un meccanismo più grande – ha concluso – ma ne sono orgogliosa. L’affetto e la riconoscenza che continuano a dimostrarmi gli esuli mi stimolano ad andare avanti: è qualcosa che mi commuove davvero”.
(PO / Sis)





amministrazione