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direttore Paolo Pagliaro

SI SCATENA LA LOTTA
PER IL POST-KHAMENEI

SI SCATENA LA LOTTA <BR> PER IL POST-KHAMENEI

Il vuoto di potere lasciato dalla morte dell’Ayatollah Ali Khamenei nell’inutilmente blindatissimo distretto di Pasteur ha innescato una reazione a catena che sta polverizzando i già precari equilibri del Medio Oriente, trasformando la capitale iraniana in una polveriera istituzionale. La scomparsa della figura che per quasi trentasette anni ha incarnato la sintesi tra potere spirituale e militare ha generato uno stato di paralisi senza precedenti, poiché l'Assemblea degli Esperti si ritrova decimata dai raid e impossibilitata a designare un successore immediato con la necessaria autorità religiosa. In questo scenario di estrema fragilità, emergono i profili dei leader superstiti che tentano disperatamente di puntellare ciò che resta della Repubblica Islamica: Ali Larijani, Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, si sta muovendo come l'unico interlocutore politico ancora in grado di parlare a nome dello Stato, cercando di mediare tra la necessità di una resistenza militare e il collasso civile. Tuttavia, la sua leadership è insidiata dalle figure rimaste nell'ombra dei Pasdaran, come il generale di brigata Ismail Qaani, comandante della Forza Quds, la cui sopravvivenza ai primi raid israeliani lo ha reso il punto di riferimento naturale per le milizie dell'Asse della Resistenza che ora agiscono senza un coordinamento centrale.

Nelle strade di Teheran e delle principali città, il clima è di sospensione drammatica e violenta: mentre i fedelissimi del regime, guidati dalle poche unità Basij ancora operative, invocano una vendetta apocalittica, si moltiplicano i segnali di insurrezione nelle periferie e tra i movimenti studenteschi. Questi gruppi di opposizione interna sembrano voler cogliere quella che Donald Trump ha definito “l'occasione storica” per abbattere definitivamente il sistema teocratico, alimentando il rischio concreto di una guerra civile fratricida sotto l'ombra costante dei jet stealth americani e israeliani. La tensione è alimentata anche dalla figura di Mojtaba Khamenei (NELLA FOTO), figlio del defunto leader, che nonostante la mancanza di un ruolo ufficiale sembra stia tentando di mobilitare le ultime frange della guardia pretoriana per mantenere il controllo sul distretto governativo, scontrandosi però con la diffidenza di parte dell'esercito regolare che teme un annientamento totale in caso di resistenza prolungata.

Oltre i confini iraniani, la decapitazione del vertice sta producendo un effetto domino devastante, lasciando Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Iraq orfani della guida strategica e del supporto logistico che solo la Guida Suprema garantiva con autorità indiscussa. Questo disorientamento sta portando i gruppi proxy verso scelte radicali e frammentate: i ribelli Houthi hanno già annunciato ritorsioni indiscriminate contro il traffico marittimo internazionale, mentre lungo il confine settentrionale di Israele la mobilitazione di Hezbollah, priva di un ordine chiaro da Teheran, fa temere l'apertura di un fronte nord autonomo che renderebbe il conflitto del tutto incontrollabile. La perdita del “grande arbitro” ha rimosso l'unico freno alle spinte più irrazionali della regione; se la previsione dei “quaranta giorni” di guerra formulata dalla Casa Bianca dovesse rivelarsi corretta, il mondo si appresta a vivere settimane di caos assoluto, in un vuoto diplomatico dove la forza bruta sembra aver sostituito ogni residua forma di politica internazionale. (2 MAR - deg)

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