di Paolo Pagliaro
In febbraio, rispondendo a un sondaggio del Centro di Ricerche Sociologiche, otto spagnoli su dieci dissero che Trump era un pericolo per la pace mondiale. Un giudizio suggerito dalla guerra dei dazi, dall'intervento in Venezuela per catturare Maduro, dalle aspirazioni sovraniste sulla Groenlandia, dallo strangolamento economico di Cuba, dai rastrellamenti del paramilitari del servizio anti-immigrazione in Minnesota. C’è dunque la grande maggioranza dell’opinione pubblica spagnola dietro la fermezza con cui Pedro Sanchez in questi giorni ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari di Cadice e Siviglia per l'invio di armi da utilizzare contro l’Iran. Sanchez ha giustificato il veto affermando che "si può essere contro un regime odioso e, allo stesso tempo, contro un intervento militare ingiustificato e pericoloso”.
La traiettoria di Sánchez come voce critica verso Washington non inizia oggi. Durante i massacri a Gaza il premier socialista spagnolo è stato tra i primi leader europei a usare la parola "genocidio" e a promuovere il riconoscimento dello Stato palestinese. Al vertice NATO è stata l'unica voce fuori dal coro di fronte alla richiesta di Trump di un aumento della spesa militare fino al 5% del PIL, obiettivo giudicato incompatibile con il modello di welfare spagnolo. E sui dazi ha sollecitato una risposta europea robusta e coordinata — con fondi comuni, contro-dazi e strumenti nuovi — rifiutando sia la sottomissione acritica a Washington sia la frammentazione degli interessi nazionali. In Spagna la situazione politica è instabile ed eventuali elezioni anticipate vedrebbero la destra ampiamente favorita. Ma anche lì la variabile Trump può cambiare le carte in tavola.





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