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direttore Paolo Pagliaro

L’OMBRA DI BAGHDAD
CALA PURE SU TEHERAN

L’OMBRA DI BAGHDAD <BR> CALA PURE SU TEHERAN

Secondo le analisi incrociate di testate come il New York Times e il Washington Post, all'interno della comunità di intelligence statunitense serpeggia un profondo senso di inquietudine. Il parallelo con il 2003 è inevitabile e doloroso: allora, l'amministrazione di George W. Bush spinse il Paese in una guerra devastante basata sulla “fake news” delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, una narrazione alimentata da rapporti d'intelligence manipolati o interpretati con eccessivo zelo politico. Oggi, il Financial Times sottolinea come molti analisti della CIA e della NSA siano estremamente cauti nel classificare le mosse dell'Iran come “minaccia immediata”. Sebbene Teheran abbia ripreso alcune attività nucleari e mostri i muscoli nel Golfo, i servizi segreti non hanno ancora presentato quella “pistola fumante” che giustificherebbe un attacco preventivo. Il timore, riportato da CNN, è che la Casa Bianca stia nuovamente forzando la lettura dei dati grezzi per costruire un casus belli artificiale, ignorando le sfumature di una strategia iraniana che molti esperti definiscono puramente difensiva o di deterrenza.

IL FRONTE DEL “NO”: L'OPPOSIZIONE PARLAMENTARE E IL NODO COSTITUZIONALE. Sul fronte interno, il Tycoon si trova ad affrontare una barricata legislativa senza precedenti. ABC News e CBS News hanno ampiamente documentato la furia dei Democratici al Congresso, guidati da figure che chiedono il rispetto rigoroso del War Powers Act. L'opposizione non è solo politica, ma costituzionale: i parlamentari sostengono che il Presidente non abbia il mandato per iniziare un conflitto su vasta scala senza una dichiarazione formale di guerra o un'autorizzazione specifica. Axios riporta che anche alcuni esponenti repubblicani iniziano a mostrare segni di insofferenza, temendo che un'escalation incontrollata possa alienare l'elettorato moderato in vista delle prossime scadenze elettorali. La preoccupazione principale è che Trump agisca d'impulso, bypassando i controlli istituzionali che dovrebbero impedire a un singolo uomo di trascinare la nazione in un “Vietnam mediorientale”.

LO SCOLLAMENTO DELL’OPINIONE PUBBLICA E LO SPETTRO DELL'IMPEACHMENT. L'opinione pubblica americana, come rilevato dai sondaggi riportati dal Washington Post, appare profondamente frammentata e, in gran parte, stanca di "guerre infinite". C'è una frattura evidente tra la base più dura del Tycoon e il resto del Paese, che vede con terrore l'apertura di un nuovo fronte bellico mentre l'economia interna mostra segni di fragilità. In questo clima di tensione, l'ipotesi di una nuova procedura di impeachment non è più solo un sussurro nei corridoi di Capitol Hill. Se Trump dovesse ordinare un attacco basandosi su prove palesemente orchestrate o senza consultare il Congresso, i leader democratici sono pronti a trasformare la gestione della crisi iraniana nel fulcro di un nuovo atto d'accusa. L'idea è che l'abuso di potere in politica estera sia una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e alla tenuta democratica degli Stati Uniti.

LE ULTIME 12 ORE: LA RETORICA DEL TYCOON. Nelle ultime 12 ore, le dichiarazioni di Donald Trump hanno oscillato tra la minaccia esplicita e la disponibilità al dialogo, un gioco di “poliziotto buono e poliziotto cattivo” interpretato da una sola persona. Attraverso i suoi canali social e brevi scambi con i cronisti alla Casa Bianca, il Presidente ha ribadito che “l'Iran sta giocando con il fuoco”, avvertendo che qualsiasi attacco contro interessi americani riceverà una risposta “mille volte superiore in grandezza”. Tuttavia, fedele alla sua tattica transazionale, ha anche lasciato intendere che “sarebbe facile trovare un accordo” se Teheran decidesse di chiamare. Questa ambivalenza, lungi dal rassicurare, alimenta ulteriormente i dubbi dei servizi segreti: si tratta di una strategia di pressione massima o del preludio a un errore di calcolo dalle conseguenze catastrofiche? Mentre il Financial Times analizza le possibili ricadute sui mercati energetici, il resto del mondo resta a guardare, sperando che le lezioni dell'Iraq non siano state del tutto dimenticate. (4 MAR – deg)

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