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direttore Paolo Pagliaro

COME I RAID RISCRIVONO
GLI EQUILIBRI TRA “I BIG”

COME I RAID RISCRIVONO <BR> GLI EQUILIBRI TRA “I BIG”

L’attuale crisi in Medio Oriente non è solo un braciere regionale, ma il reagente chimico che sta accelerando la ridefinizione degli equilibri tra le superpotenze. Mentre il Pentagono valuta le opzioni nei confronti di Teheran, il triangolo Washington-Pechino-Mosca si muove su una scacchiera dove ogni mossa iraniana ha un riflesso immediato sul Pacifico e sulle pianure eurasiatiche. Una serie di dichiarazioni rilasciate ieri da Pechino invocano “rispetto reciproco e coesistenza pacifica”, rappresentando non solo un esercizio di retorica diplomatica, ma un segnale preciso inviato alla Casa Bianca nel bel mezzo della tempesta iraniana. La Cina sta cercando di accreditarsi come il polo della stabilità globale, contrapponendo la propria postura cauta a quella che molti osservatori internazionali percepiscono come l'imprevedibilità strategica americana. Il dialogo regolare tra Xi Jinping e Donald Trump, iniziato nel 2025, rappresenta un tentativo di “deconfliction” ad altissimo livello: Pechino sa che una guerra aperta tra USA e Iran destabilizzerebbe le rotte dell'energia da cui dipende la sua economia, mentre Washington non può permettersi un'escalation mediorientale che la costringa a distogliere troppe risorse dal contenimento della Cina nel Mar Cinese Meridionale. La “cooperazione vantaggiosa” auspicata dai vertici cinesi è, in realtà, la richiesta di un riconoscimento di parità che gli Stati Uniti faticano a concedere, specialmente quando la sicurezza dei propri alleati regionali è in gioco.

Mentre il rapporto con gli USA resta segnato da una competizione sistemica, il legame tra Russia e Cina si sta consolidando in una vera e propria architettura di sicurezza alternativa. Per Mosca, l'Iran è un tassello fondamentale per mantenere la propria influenza nel Mediterraneo e nel Golfo; per Pechino, è un partner energetico vitale e un nodo della Nuova Via della Seta. Questa convergenza di interessi ha creato un fronte comune che agisce da contrappeso alla proiezione di potenza americana. I media russi e cinesi sottolineano con vigore come la pressione militare degli Stati Uniti non faccia altro che spingere queste tre nazioni verso un coordinamento tattico sempre più stretto. Non si tratta più solo di scambi commerciali, ma di una visione del mondo multipolare dove il potere decisionale non è più prerogativa esclusiva dell'Occidente. La Russia, in particolare, osserva con favore l'impegno cinese nel mediare le tensioni, vedendo in Pechino il “garante economico” capace di sostenere i partner comuni sotto sanzione americana.

Dall'altra parte dell'Atlantico, le cancellerie europee, in particolare Parigi e Berlino, osservano questo rimescolamento di carte con crescente ansia. La preoccupazione maggiore è che l'Europa rimanga schiacciata tra l'unilateralismo americano e l'espansionismo strategico sino-russo. Mentre la diplomazia francese cerca di mantenere aperti i canali con Teheran per evitare il collasso definitivo dell'area, la Germania guarda con estremo pragmatismo ai propri legami industriali con la Cina. Il timore europeo è che un eventuale scontro, anche solo economico, tra USA e Cina sull'asse iraniano possa innescare una recessione globale senza precedenti. Gli analisti europei evidenziano come la stabilità delle catene di approvvigionamento sia ormai indissolubilmente legata alla capacità di Washington e Pechino di trovare quel “consenso” di cui parla il governo cinese, evitando che la crisi iraniana diventi la scintilla di una conflagrazione globale.

In questo scenario, il vero pericolo risiede nel “miscalculation”. La Cina chiede di ridurre le aree di attrito, ma continua a rafforzare la propria presenza militare; gli Stati Uniti invocano la sicurezza globale, ma mantengono una postura che i rivali definiscono aggressiva. La nota odierna di Pechino è un invito a Washington a scegliere la via del pragmatismo transazionale caro al Tycoon, preferendo l'accordo commerciale alla rottura diplomatica. Tuttavia, con l'Iran che agisce da variabile impazzita e Mosca pronta a capitalizzare ogni distrazione americana, l'equilibrio tra le due sponde del Pacifico rimane più fragile che mai. Il futuro della geopolitica mondiale non si deciderà solo nei deserti del Medio Oriente, ma nella capacità di queste due superpotenze di trasformare la competizione in una forma di convivenza che, seppur armata, resti comunque pacifica. (5 MAR – deg)

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