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direttore Paolo Pagliaro

E ADESSO MOSCA
PREDICA LA PACE

E ADESSO MOSCA <BR> PREDICA LA PACE

In un clima di estrema tensione internazionale, scandito dai bombardamenti su Teheran e Karaj e dall'incertezza sul fronte ucraino, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è intervenuto questa mattina durante una tavola rotonda presso Accademia Diplomatica di Mosca, dedicata proprio alla risoluzione del conflitto in Ucraina. Le sue parole, riportate con enfasi dalle agenzie statali TASS, Ria Novosti e dal quotidiano economico Kommersant, delineano la complessa posizione del Cremlino: un funambolismo diplomatico che cerca di capitalizzare il dirottamento dell'attenzione occidentale verso il Medio Oriente, pur temendo profondamente il collasso dell'Iran, pilastro fondamentale dell'asse antagonista all'Occidente.

L’INIZIATIVA RUSSA AL PALAZZO DI VETRO. Lavrov ha esordito con una proposta formale volta a sfidare la paralisi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla crisi iraniana, cercando di riprendere l'iniziativa diplomatica globale. “Alziamo insieme la voce per fermare tutto questo”», ha dichiarato il capo della diplomazia russa, riferendosi all'escalation bellica contro la Repubblica Islamica. “È necessaria una risoluzione semplice, concisa, di una sola pagina nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e siamo pronti a preparare una bozza del genere con i nostri amici a New York e vedere quale sarà la reazione”, ha aggiunto, lanciando un guanto di sfida agli Stati Uniti e ai loro alleati. Il Ministro ha poi sottolineato la necessità di un'azione corale per evitare che la regione sprofondi definitivamente nell'abisso: “Vogliamo fermare tutto questo, ma dobbiamo farlo insieme... Questo si può fare solo insieme”, ha osservato durante l’incontro. Tuttavia, nonostante l’attivismo proposto, Lavrov non ha nascosto un profondo scetticismo sulla reale volontà di de-escalation da parte degli attori coinvolti, descrivendo la pace come un traguardo ancora fuori portata.

IL MIRAGGIO DELLA SOLUZIONE NEGOZIATA. Interrogato sulle possibilità di una fine delle ostilità in Medio Oriente, Lavrov ha ammesso che la strada del dialogo resta impervia. “C'è ancora una piccola possibilità che questa crisi in Medio Oriente si concluda con la consapevolezza dell'inutilità di simili avventure future e dell'inevitabilità di raggiungere accordi sostenibili, reciprocamente rispettosi e basati sui principi di indivisibilità e sicurezza”, ha affermato. Ma la chiusura del suo ragionamento è stata netta: “C'è sempre una possibilità. Per ora, è remota”. Questa analisi riflette la preoccupazione di Mosca per l'indebolimento del regime degli Ayatollah. Se da un lato il Cremlino trae vantaggio tattico dal fatto che le risorse militari e l'attenzione mediatica di Washington siano ora assorbite da Teheran piuttosto che da Kiev, dall'altro la Russia non può permettersi il crollo di un partner strategico che fornisce supporto logistico e militare fondamentale nella sfida globale all'ordine a guida americana.

IL DOSSIER UCRAINA: IL FANTASMA DI TRUMP E GLI “ACCORDI DELL’ALASKA”. Spostando il focus sul conflitto in Ucraina, Lavrov ha dipinto un quadro di stallo diplomatico, puntando il dito contro la continuità delle politiche di pressione di Washington, nonostante il cambio di amministrazione. “È difficile parlare delle prospettive di ulteriori negoziati sull'Ucraina”, ha ammesso con freddezza. Il capo della diplomazia russa ha evidenziato come, nonostante la retorica elettorale, la pressione russa non sia diminuita: “Gli Stati Uniti continuano ad assistere indirettamente l'Ucraina, mentre Trump sta già adottando numerose sanzioni anti-russe”. Lavrov ha inoltre respinto le recenti aperture di Kiev, dichiarando che “la Russia non ha visto le garanzie di sicurezza menzionate da Zelensky” e ribadendo con fermezza la posizione del Cremlino sul futuro dei territori contesi: “Non ci sono ancora accordi definitivi sull'Ucraina. La Russia ritiene che dovrebbero basarsi sulle intese raggiunte in Alaska”. Questo riferimento agli “intesi dell'Alaska” suggerisce che Mosca non intenda arretrare rispetto ai parametri stabiliti nei precedenti round negoziali riservati, fissando condizioni che l'Occidente continua a ritenere inaccettabili.

MOSCA TRA DUE FUOCHI. L’articolo del Kommersant analizza come Lavrov stia cercando di legare i due scenari: presentare la Russia come il mediatore “razionale” capace di produrre risoluzioni ONU brevi e incisive per l'Iran, mentre mantiene una linea di massima intransigenza sull'Ucraina. Il rischio calcolato dal Cremlino è che l'improvvisazione strategica americana, denunciata dalle opposizioni a Washington, finisca per incendiare l'intero asse mediorientale, rendendo l'Iran incapace di sostenere lo sforzo bellico russo. In questo senso, la tavola rotonda di stamattina è servita a Lavrov per ribadire che la Russia non si sente isolata, ma anzi si pone come capofila di quei "paesi amici" pronti a sfidare l'unilateralismo statunitense nel Consiglio di Sicurezza. La sfida per Mosca resta quella di gestire un alleato iraniano ferito senza farsi trascinare in una guerra totale che potrebbe logorare le già precarie risorse russe destinate al fronte ucraino. (5 MAR – deg)

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