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Una riforma elettorale
poco attraente

Una riforma elettorale <br> poco attraente

di Paolo Pombeni

Mentre il mondo sta sospeso nell’attesa di capire come si evolverà la situazione in Medio Oriente dato un contesto non facile da decifrare, la politica italiana si occupa stancamente della riforma elettorale. Stancamente, perché è una questione che coinvolge gruppi ristretti di professionisti della politica, militanti o osservatori che siano, mentre l’opinione pubblica appare distante. Del resto neppure l’avvicinarsi delle urne referendarie sembra scaldare gli animi, a parte quelli, sin troppo incandescenti, delle due “curve” che si contrappongono a base di propagande sempre più rozze.
La domanda che si pone ad un osservatore della scena politica è quanto i proponenti della proposta di legge elettorale si rendano conto dei problemi strutturali con cui devono misurarsi. Essi sono essenzialmente due: l’astensionismo e il contesto che è necessario per avere un sistema proporzionale che funzioni. La prima questione è più evidente, la seconda meno.
Sull’astensionismo c’è da partire da una questione semplice, semplice: stabilire l’attribuzione di un premio di maggioranza ai meglio classificati nella distribuzione dei voti quando si ha un astensionismo che si colloca intorno alla metà del corpo elettorale (e che non dà segni di venire ridimensionato) significa rapportare il valore dei voti ottenuti a questa realtà. Diciamolo nel modo più banale possibile. Se attribuisci un premio di maggioranza a chi coalizione o, in astratto, singolo partito abbia raggiunto il 40% dei consensi, con il 50% circa degli astenuti significa che dai un potere di governo “stabile” (cioè in teoria con pochi condizionamenti) a chi rappresenta il 20% del corpo elettorale. Gli specialisti inorridiscono di fronte a queste semplificazioni, ma è così che i dati verranno interpretati, anche, se vogliamo, con strumentalità e malizia. Vuol dire avere un governo ad alto potenziale di decisione, ma a bassa legittimazione popolare.
Conosciamo l’obiezione dei cinici della politica: ma se la gente non va a votare, significa che gli va bene qualsiasi cosa esca dalle urne. Non è esattamente così nella vita concreta, perché il ragionamento funziona finché il governo espresso dal voto si tiene più o meno all’ordinaria amministrazione, per cui la gente accetta quello che ritiene più o meno normale e/o inevitabile. Ma quando si dovranno prendere decisioni difficili, oppure nel caso in cui il governo si impegni in suoi progetti particolari (e non vogliamo pensare ad alzate d’ingegno, che visti i tempi non mancano) il deficit di legittimazione emergerà e potrà anche diventare drammatico. Solo che a quel punto, visto il sistema elettorale che si sta progettando, si potrà solo ricorrere allo scioglimento della legislatura: la mossa meno utile in tempi di seria crisi.
Una via per moderare questa impasse sarebbe alzare la soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza, avvicinandola sensibilmente a quel 50% +1 che era fissata dalla famosa “legge truffa” del 1953. Ma i partiti, tanto di maggioranza quanto di opposizione, non ci stanno, perché la giudicano proibitiva. Aggiungiamoci, per inciso, che quanto meno si dovrebbe limitare il potere di maggioranza che assegna il premio, scendendo di qualche punto dal 55% dei seggi e fissando comunque quella soglia come rigida e non superabile per impedire che si possa arrivare ad una maggioranza pigliatutto per la nomina delle autorità di garanzia (Presidente della Repubblica, giudici della Corte Costituzionale, ecc.).
Qui però entriamo, anche se sembrerà strano, nella questione del significato di una legge elettorale di impianto proporzionale. In premessa andrebbe ricordato, da parte di un modesto storico come chi scrive, che il proporzionale nacque per garantire presenza e misurabilità di componenti strutturali del sistema: gruppi etnici, aggregazioni socio-culturali come quelle religiose, componenti regionali. Nel nostro sistema repubblicano venne recepito per tenere conto dell’esistenza di partiti che rappresentavano “mondi vitali”, aggregazioni socio-culturali ancor prima che politiche con storie e tradizioni radicate con confini piuttosto stabiliti. Questa realtà è stata cancellata dall’evolversi dei sistemi sociali e oggi viene ripresentata strumentalmente anche se per i partiti si tratta di vuote bandiere (ma è così in tutti i sistemi politici occidentali). Ora dunque il proporzionale serve per misurare il numero di “like” che ciascun contendente può raccogliere dal suo pubblico riferimento, diventato variabile e che si tiene legato con tecniche di fidelizzazione più o meno commerciali che con l’appello a valori ideali profondi (altra roba rispetto agli slogan e ai mantra) che strutturano la vita dei corpi sociali.
In un contesto del genere, il proporzionalismo avrà effetti dirompenti, soprattutto se la gestione delle candidature verrà affidata, come è nel progetto di riforma, ai vertici dei partiti senza possibilità per l’elettore di intervenire sul loro recepimento. Quei vertici tenderanno a formare liste di “fedeli”, anche nell’ottica di un avere un parlamento a cui non si affida l’elaborazione di politiche, ma solo la funzione di cassa di risonanza di quel che essi decidono fuori delle Aule. La conseguenza prevedibile è che ci sia un incentivo alla frammentazione partitica: singoli o gruppi che non vedono possibilità di presenza per loro significativa nei partiti oggi consolidati saranno invogliati a farsi loro liste con scissioni o in altro modo.
Si accentuerà così non solo il fenomeno della personalizzazione delle proposte politiche, ma la promozione di una “democrazia dei personaggi”, se ci consentite questa definizione, perché è quanto già oggi si inizia a vedere: a competere non sono capi, leader o guide di formazioni a cui essi ispirano, in un lavoro comune, l’elaborazione e la realizzazione di risposte alle sfide che pone la realtà del Paese e del mondo, ma singole “figure” che tengono la scena con un proprio repertorio, variabile se sono bravi, stucchevolmente fisso se sono maschere, e che lavorano circondati non da organismi per il dibattito e la risoluzione dei problemi, ma da staff di addetti al backstage e alla comunicazione.
Non proprio una gran prospettiva per il rilancio della nostra vita democratica.

(da mentepolitica.it)

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