La modifica della costituzione che è attualmente in discussione non contiene nessuna violazione dei principi fondamentali dell’ordinamento, al contrario configura una riforma garantista dei processi mettendo l’accusa e la difesa in parità davanti a un giudice terzo. Si tratta di un provvedimento che si colloca in piena continuità con la riformulazione dell’art. 111 del testo costituzionale approvata nel 1999. Anche dal punto di vista quantitativo la riforma è, tutto sommato, minimale e poco invasiva, perché si limita a intervenire su due articoli della costituzione; le altre modificazioni (che fanno salire a sette il numero degli articoli cambiati), infatti, sono necessarie aggiustature di coordinamento logico e grammaticale.
Rispetto a tale contenuto, tutt’altro che sovversivo, appaiono decisamente eccessivi, anche facendo la tara della inevitabile enfasi di una campagna elettorale, i toni allarmistici degli oppositori che parlano di una evidente volontà di ricondurre il giudiziario sotto il controllo dell’esecutivo. Una enfasi che appare ancora più singolare se si considera che la separazione delle carriere e anche la creazione di un’alta corte disciplinare, che sono i punti qualificanti della riforma, erano obiettivi che il Partito democratico aveva auspicato in passato.
Se si osserva la questione sotto questo profilo appare difficile comprendere perché non ci sia stata, da parte del Pd, una seria interlocuzione con la maggioranza di governo per una possibile convergenza (magari contrattando qualche modifica) ma si sia scelta da subito la strada della contrapposizione frontale. Per intendere le ragioni di un simile atteggiamento occorre considerare la questione sotto un’altra angolazione, squisitamente politica.
L’attuale dirigenza del Pd ritiene che, per sconfiggere il centro destra alle prossime elezioni politiche, occorra uno schieramento unitario comprensivo di tutte le componenti dell’opposizione, il cosiddetto “campo largo”. Rispetto a questo obiettivo le divergenze che pure esistono, e non sono del tutto trascurabili (ad esempio in politica estera), debbono essere superate o, almeno, accantonate.
Come è noto, oltre al Pd l’altro principale socio del “campo largo” è il Movimento 5 stelle, cioè un partito che, nella sua non lunghissima esistenza, ha sostenuto politiche e alleanze contrastanti; basti considerare che nella diciottesima legislatura ha governato dapprima con la Lega e successivamente con il Pd. Tuttavia, pur in questo moto ondivago, che lo ha portato più di una volta a rinnegare disinvoltamente posizioni precedenti, il partito di Conte ha una sua stella polare che ha sempre seguito. I pentastellati, infatti, sono portatori di una visione politica coerentemente giustizialista. A loro avviso l’ordine giudiziario non è un potere diffuso, che deve limitarsi ad applicare la legge nei singoli casi in esame con singole sentenze, ma deve operare come un organo unitario. Un organo che deve essere il supremo garante dell’equilibrio politico. In una simile ottica non ha senso parlare di una invasione di campo della magistratura, anzi una simile tendenza va incoraggiata. In sostanza il partito pentastellato si può sinteticamente definire come il braccio politico della magistratura ideologizzata. Per assicurarsi la piena adesione del Movimento 5 stelle al campo largo il Pd ha dovuto rinnegare le proprie posizioni garantiste e liberali in materia di giustizia.
Il senso del ragionamento che si è fatto in questa sede è così riassumibile: Votare a favore del referendum del prossimo 22 e 23 marzo da un lato significa appoggiare una riforma garantista, ma da un altro versante vuol dire rafforzare la prospettiva di un Partito democratico a vocazione riformista, alieno dal massimalismo giudiziario.
(da mentepolitica.it )
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