“Sicuramente è una battaglia che io ho sostenuto con il massimo del mio vigore, della mia energia e della mia convinzione, quindi è anche una sconfitta mia, di cui rivendico la paternità, perché se c'è una cosa che non mi manca è il coraggio”. Lo dichiara il ministro della Giustizia Carlo Nordio in una intervista a Il Foglio precisando che “non penso di dovermi dimettere né sarò certo io a cercare altri capri espiatori, o scuse per la sconfitta, era una battaglia in cui credevo e l'abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto”. Il Guardasigilli conferma la compattezza della compagine ministeriale assicurando che Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi resteranno al loro posto e, pur non temendo una reazione giudiziaria diretta o ritorsioni, paventa che “la magistratura associata costituirà un'ulteriore limitazione della sovranità della politica” esercitando una “resistenza sistematica a qualsiasi progetto di riforma che il governo vorrà portare avanti” definendola una opposizione “sorda, capillare” e per questo “più pericolosa per la politica”. Nordio ammette che l'esito referendario comporterà “un rallentamento in tutte le riforme che avremmo voluto fare” ispirate al codice Vassalli e interviene duramente sulle dichiarazioni di Nicola Gratteri osservando che “se la mafia controllasse davvero il voto nel Mezzogiorno, come Gratteri ha sostenuto per anni, e il Mezzogiorno ha votato No, allora la mafia ha votato No” aggiungendo che tali allarmismi risultano oggi smentiti dai fatti. Il ministro manifesta rammarico per l'interpretazione di alcune sue uscite pubbliche, come quella sul sistema paramafioso nel Csm, considerandola “una lezione che mi porterò dietro, un elemento di prudenza per le prossime volte” e parla della mancanza di una regia unitaria nel centrodestra durante la campagna elettorale a differenza di quanto avvenuto a sinistra dove l'operazione politica è stata quella di “prendere un referendum di garanzia costituzionale e trasformarlo in uno strumento di lotta politica contingente” per dare una spallata al governo Meloni. (24 mar - red)
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