Le prime conseguenze politiche della sconfitta del governo al referendum sulla giustizia arrivano nel giro di poche ore dalla chiusura dello scrutinio, aprendo una crisi interna al Ministero di via Arenula che si traduce nelle dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove e della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Un epilogo che, secondo quanto emerge, era già nell’aria nella serata di ieri e che ha preso forma nel corso della giornata di oggi, al termine di una serie di colloqui tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio, Delmastro e la stessa Bartolozzi. A confermare la svolta è stato lo stesso Delmastro, che in una nota ha annunciato di aver lasciato l’incarico: “Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla Giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell'interesse della Nazione, ancor prima che per l'affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio”. In queste ore concitate, è arrivata anche la decisione di Giusi Bartolozzi. Secondo quanto si apprende, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia ha rassegnato le dimissioni dopo una riunione con il ministro Carlo Nordio negli uffici di via Arenula, aggravando così una giornata segnata da un progressivo inasprirsi della crisi interna al dicastero.
Appena questa mattina, intervenendo a Sky Tg24, il ministro Nordio aveva escluso un ridimensionamento della sua collaboratrice, aggiungendo: “La riforma ha il mio nome, mi assumo la responsabilità politica”. A pesare sul clima interno al ministero è anche la vicenda personale di Bartolozzi, già finita al centro di tensioni nelle settimane precedenti. L’ex deputata, capo di gabinetto di Nordio, è stata infatti indagata dalla Procura di Roma con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri sulla liberazione del cittadino libico Almasri, con l’avviso di conclusione delle indagini notificato a fine febbraio. A marzo, inoltre, aveva alimentato nuove polemiche definendo la magistratura un “plotone di esecuzione” nel corso di un dibattito televisivo sul referendum, invitando al voto favorevole per “toglierla di mezzo”. Parallelamente, la posizione di Delmastro era diventata sempre più fragile negli ultimi giorni, a ridosso della consultazione referendaria. Il sottosegretario era finito al centro di una bufera politica per la vicenda delle sue quote in una società e in un ristorante in cui compariva anche Miriam Caroccia, figlia di Mauro, figura ritenuta vicina al clan dei Senese. Le opposizioni avevano immediatamente chiesto le dimissioni, rilanciando la pressione anche in Parlamento con una mozione di censura e la richiesta di calendarizzazione del provvedimento alla Camera.
La questione è approdata anche alla Commissione parlamentare Antimafia, che ha già acquisito gli atti dell’inchiesta sugli affari del clan romano e che si riunirà nei prossimi giorni per valutare eventuali sviluppi, mentre resta sul tavolo la richiesta di audizione dello stesso Delmastro. Il ministro Nordio, nelle ore precedenti alla decisione, aveva difeso il suo sottosegretario sostenendo che “sono certo che il sottosegretario Delmastro riuscirà a chiarire”, escludendo qualsiasi contiguità con ambienti mafiosi e parlando di possibili “eccessi nella comunicazione”. Una linea che però non ha retto all’urto politico del risultato referendario. Le dimissioni hanno immediatamente provocato le prime reazioni politiche. “Le necessarie e doverose dimissioni di Delmastro dal ministero di Grazia e Giustizia arrivano con imperdonabile ritardo”, afferma Nicola Fratoianni di Avs, secondo cui “devono essere chiariti ancora molti aspetti” e che “accogliamo le dimissioni sue e della capo di gabinetto del ministro di Grazia e Giustizia Bartolozzi come una buona notizia”. Sulla stessa linea le critiche del Partito Democratico. “Finalmente arrivano le dimissioni della Bartolozzi e di Delmastro, dimissioni tardive solo per meri calcoli politici”, dichiara Marco Lacarra, deputato Pd in commissione Giustizia della Camera, che aggiunge: “Attendiamo con ansia ora le dimissioni tardive, anche quelle, della Santanché, ma come si dice, meglio tardi che mai”.
Più duro l’intervento dell’eurodeputato Sandro Gozi, Renew Europe: “Le dimissioni di Delmastro non risolvono niente, rivelano tutto. Il problema non è lui. Il problema è chi lo ha messo lì”, sottolinea, aggiungendo che “Giorgia Meloni non ha solo nominato Delmastro. Lo ha difeso. Lo ha coperto. Ha tenuto duro fino a quando la situazione è diventata semplicemente insostenibile”. Dal Movimento 5 Stelle il capogruppo al Senato Luca Pirondini parla di scelta tardiva: “Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi sono solo un atto tardivo. Una bistecca servita fredda. Dovevano scattare subito. Invece Meloni ha aspettato vigliaccamente l’esito del referendum”. Sulla tempistica insiste anche la deputata Pd Michela Di Biase: “Le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove sono un atto dovuto, che avrebbe dovuto compiersi subito”, sostenendo che si tratti “del frutto di un tatticismo politico maturato a Palazzo Chigi”. (24 MAR - alp)
(24 MAR - alp)
(© 9Colonne - citare la fonte)




amministrazione