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direttore Paolo Pagliaro

LA DIPLOMAZIA RITROVA
UNA FRAGILE SPERANZA

LA DIPLOMAZIA RITROVA <BR> UNA FRAGILE SPERANZA

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres (NELLA FOTO), ha accolto con favore la tregua di due settimane raggiunta tra Stati Uniti e Iran, un annuncio che ha interrotto, almeno temporaneamente, il conteggio alla rovescia verso un conflitto totale. Attraverso il suo portavoce, Stéphane Dujarric, il leader del Palazzo di Vetro ha espresso soddisfazione per l'intesa, sottolineando però come questo intervallo non debba essere considerato un punto d'arrivo, ma una finestra di opportunità critica. "Il Segretario generale accoglie con favore l'annuncio di un cessate il fuoco di due settimane da parte degli Stati Uniti e dell'Iran", ha dichiarato Dujarric.

L'appello di Guterres si spinge oltre la semplice sospensione delle ostilità, puntando alla stabilità strutturale. Il leader “invita tutte le parti coinvolte nell'attuale conflitto in Medio Oriente a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale e a conformarsi ai termini del cessate il fuoco al fine di aprire la strada a una pace duratura e globale nella regione”. Dietro il linguaggio felpato della diplomazia Onu si legge la preoccupazione che la tregua possa essere utilizzata per un riposizionamento tattico delle forze in campo piuttosto che per un reale disarmo delle tensioni, specialmente in considerazione delle scadenze imminenti e delle divergenze interpretative tra Washington e Teheran.

IL FATTORE IRACHENO: TRA SOLLIEVO E FERITE APERTE. L'Iraq, paese che storicamente funge da principale camera di compensazione e, purtroppo, da campo di battaglia per le tensioni tra americani e iraniani, ha espresso un immediato favore per l'intesa. Il Ministero degli Esteri iracheno ha accolto con favore l'annuncio di un "cessate il fuoco tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica islamica dell'Iran" in una dichiarazione rilasciata subito dopo la mediazione pakistana. Per Baghdad, la riduzione della tensione non è solo una questione politica, ma di sopravvivenza interna, considerando che proprio ieri sette civili sono stati uccisi in episodi legati all'escalation.

Il governo iracheno "invita inoltre a sfruttare questo sviluppo positivo avviando canali di dialogo seri e duraturi che affrontino le cause profonde delle controversie e rafforzino la fiducia reciproca". Tra le righe di questo comunicato emerge la necessità di Baghdad di sottrarsi al ruolo di bersaglio passivo: l'Iraq teme che, senza un accordo di lungo termine, la sovranità nazionale rimarrà costantemente ostaggio delle decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. La richiesta di affrontare le "cause profonde" è un chiaro riferimento alla presenza militare straniera e all'influenza delle milizie, nodi che rimangono irrisolti nonostante il silenzio delle armi.

ISLAMABAD AL CENTRO DELLA SCENA: I "COLLOQUI DI PACE" DI SHARIF. Il vero architetto diplomatico di questa sospensione appare essere il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif. Forte dei legami storici, culturali e della vicinanza geografica con l'Iran — oltre che dei complessi rapporti di sicurezza con gli Stati Uniti — Sharif ha trasformato il Pakistan nel fulcro del dialogo. "Accolgo con grande favore questo gesto saggio ed esprimo la mia più profonda gratitudine ai leader di entrambi i paesi", ha dichiarato Sharif ieri. Il Pakistan, sede della più grande popolazione sciita fuori dall'Iran, ha un interesse vitale nell'evitare una deflagrazione che destabilizzerebbe l'intero asse dell'Asia meridionale.

La mossa successiva di Islamabad è già stata formalizzata: Sharif ha invitato le delegazioni di Washington e Teheran a recarsi in Pakistan per ulteriori colloqui il prossimo venerdì 10 aprile. L'obiettivo è ambizioso: "risolvere tutte le controversie" e trasformare il cessate il fuoco di quattordici giorni in una pace permanente. "Speriamo vivamente che i 'colloqui di Islamabad' riescano a raggiungere una pace duratura e desideriamo condividere altre buone notizie nei prossimi giorni!", ha aggiunto il premier. La scelta di Islamabad come sede negoziale non è casuale: offre una zona neutrale in cui l'Iran non si sente accerchiato e gli Stati Uniti possono dialogare senza l'interferenza diretta dei partner regionali più radicali.

LA CAUTELA DI MOSCA E L'ATTENDISMO DI PECHINO. Dalle analisi emerse nelle ultime 14 ore, la reazione del blocco euroasiatico appare improntata a un pragmatismo guardingo. La Russia, pur non avendo ancora rilasciato una dichiarazione di alto livello a firma di Putin oggi, ha fatto filtrare attraverso i canali diplomatici di Ria Novosti e Tass un giudizio positivo sulla tregua, pur sottolineando che "le garanzie di sicurezza per l'Iran devono essere concrete e non basate su post nei social media". Per Mosca, un allentamento della pressione sull'Iran è funzionale a mantenere l'equilibrio nei mercati energetici e a evitare un fronte di crisi ingestibile ai propri confini meridionali.

La Cina, dal canto suo, mantiene il profilo di "garante silenzioso" già evocato da Trump. Fonti vicine al Ministero degli Esteri di Pechino indicano che la Cina ha lavorato intensamente dietro le quinte per convincere Teheran della necessità di riaprire Hormuz, vitale per le rotte commerciali cinesi. L'annuncio della visita di Trump a Pechino per incontrare Xi Jinping a maggio viene letto oggi dagli analisti come il segnale che il futuro dell'accordo iraniano passi necessariamente da una triangolazione con la Cina. Pechino non vuole una guerra che distrugga le sue forniture energetiche, ma non vuole nemmeno una vittoria totale americana che escluda l'influenza cinese dalla regione.

L’EUROPA E IL REBUS DELLA VALIDITÀ TERRITORIALE. L'Unione Europea, attraverso l'Alto Rappresentante, sta monitorando con estrema attenzione le dichiarazioni contrastanti sulla portata del cessate il fuoco. La divergenza tra il mediatore pakistano, che sostiene che la tregua valga “ovunque, compreso il Libano”, e la smentita di Netanyahu di oggi (“Il cessate il fuoco di due settimane non si applica al Libano”), mette Bruxelles in una posizione difficile. L'UE teme che, se il fronte libanese rimanesse attivo, la tregua con l'Iran potrebbe collassare in poche ore.

Le cancellerie europee, pur accogliendo con favore la riduzione del prezzo del greggio, leggono tra le righe delle dichiarazioni di Trump un approccio transazionale che potrebbe scavalcare gli accordi internazionali preesistenti (come il JCPOA). La diplomazia europea si sta muovendo oggi per chiedere chiarimenti sulla natura della “proposta in 10 punti” citata da Trump, nel timore che un accordo bilaterale tra Washington e Teheran possa marginalizzare definitivamente il ruolo dell'Europa come mediatore nucleare. La vera sfida per le prossime due settimane sarà conciliare la “vittoria totale” di Trump con la “resistenza vincente” di Araghchi, in un gioco di specchi dove la realtà è sospesa a un filo di quattordici giorni. (8 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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