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direttore Paolo Pagliaro

ECCO IL DOSSIER GRAVINA
SUL CALCIO ITALIANO

ECCO IL DOSSIER GRAVINA <BR>SUL CALCIO ITALIANO

Oggi Gabriele Gravina sarebbe dovuto comparire in audizione davanti alla Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati. Le sue dimissioni da presidente della Figc hanno inevitabilmente portato all’annullamento dell’appuntamento ma l’ex numero 1 della Federazione ha deciso di rendere pubblica la relazione sullo stato di salute del calcio italiano che aveva preparato per l’occasione. Nel testo - pubblicato integralmente sul sito della Figc, con dovizia di fonti - Gravina spiega di aver scelto comunque di diffondere il documento per non sottrarsi al confronto e per contribuire a una riflessione sulle criticità strutturali del sistema calcio italiano, che a suo giudizio si trascinano da anni senza che sia stato possibile intervenire in modo realmente efficace. Secondo Gravina, i problemi del movimento non dipendono soltanto da responsabilità interne alla Federazione, ma anche da vincoli normativi, assetti di governance e autonomie decisionali che limitano fortemente la possibilità di riforma. Il quadro delineato nella relazione tocca diversi ambiti: dalla ridotta presenza di giovani e italiani in Serie A alla sostenibilità economica dei club, dal ritardo infrastrutturale alla difficoltà di modernizzare l’intero sistema.

Tra i punti evidenziati c’è anzitutto il tema del bacino a disposizione della Nazionale. Gravina sottolinea come la Serie A continui ad essere uno dei campionati più “anziani” d’Europa, con un’età media dei calciatori schierati pari a 27 anni, e come la quota di minuti giocati da stranieri resti molto elevata. Nella stagione in corso, osserva, i giocatori non selezionabili per la Nazionale italiana hanno disputato quasi il 68% dei minuti complessivi del campionato. E alla trentunesima giornata soltanto 89 calciatori italiani avevano una media di almeno 30 minuti a partita, di cui 10 portieri. A questo si aggiunge, secondo la relazione, un problema di valorizzazione del talento giovanile. Gravina richiama il basso impiego dei giocatori Under 21 selezionabili per la Nazionale, che in Serie A incidono appena per l’1,9% dei minuti complessivi, e segnala come il calcio italiano sia in ritardo anche sul piano degli investimenti nei vivai. In questo senso, fa notare come i risultati ottenuti dalle Nazionali giovanili negli ultimi anni non trovino un corrispettivo adeguato nel minutaggio concesso ai giovani italiani nei club.

La relazione si sofferma poi sul piano tecnico. Il calcio italiano mostra segnali di impoverimento sotto il profilo dell’intensità, della velocità di gioco e della qualità individuale. Vengono citati, tra gli altri, dati su sprint, velocità media della palla, dribbling e aggressività in fase di pressing, con la Serie A in posizione arretrata rispetto agli altri principali campionati europei. Ampio spazio è dedicato anche alla sostenibilità economica del sistema. Gravina ricorda che tra il 1986/87 e il 2024/25 quasi 200 società non sono state ammesse ai campionati professionistici per inadempienze economico-finanziarie, mentre negli ultimi 13 anni sono stati inflitti oltre 500 punti di penalizzazione. Nonostante una crescita dei ricavi, il calcio professionistico italiano continua a registrare perdite superiori ai 730 milioni di euro annui. A pesare, secondo il documento, sono anche l’aumento del costo del lavoro, l’elevato indebitamento complessivo e l’incremento delle commissioni versate agli agenti sportivi, che nel 2025 hanno superato i 300 milioni di euro. Gravina definisce inoltre “ipertrofica” l’area del professionismo, sottolineando come i 97 club professionistici presenti in Italia rappresentino un’anomalia rispetto a molti altri sistemi calcistici internazionali. A suo avviso, il numero eccessivo di società contribuisce ad aggravare la fragilità economica complessiva. Tra i fattori di criticità viene indicato anche il ritardo infrastrutturale. L’Italia, si legge nella relazione, non figura tra i principali Paesi europei per numero di stadi costruiti o ammodernati negli ultimi anni, con un gap che si riflette anche sulla competitività del sistema. Sul punto, l’ex presidente della Figc lamenta l’assenza di un sostegno pubblico strutturato, anche in vista di Euro 2032.

Nel documento, l’ex presidente Figc individua poi alcuni dei principali ostacoli normativi e istituzionali che, a suo dire, hanno impedito l’attuazione delle riforme. Tra questi cita il decreto legislativo 36/2021, in particolare per gli effetti dell’abolizione del cosiddetto “vincolo sportivo”, considerata dannosa per la tutela e la valorizzazione dei settori giovanili. Un altro nodo riguarda l’autonomia sempre più ampia delle Leghe professionistiche, che secondo Gravina ha reso di fatto impraticabile la riforma dei campionati e più difficile l’introduzione di criteri più stringenti per l’ammissione ai tornei. Quanto all’ipotesi di imporre un numero minimo di italiani in campo, Gravina osserva che una misura del genere non sarebbe compatibile con il principio europeo della libera circolazione dei lavoratori. Per questo, scrive, la scelta di schierare giovani italiani resta affidata esclusivamente ai club e ai rispettivi allenatori, senza che la Federazione possa intervenire in modo vincolante. Nella parte finale della relazione vengono richiamate alcune proposte già avanzate dalla Figc negli ultimi anni. Tra queste, il riconoscimento di una quota dei proventi delle scommesse da destinare al calcio, con vincoli di utilizzo per impianti e settori giovanili; l’introduzione di un credito d’imposta per investimenti su Under 23 e infrastrutture; il ripristino di forme di fiscalità agevolata per professionisti provenienti dall’estero; misure di sostegno per nuovi stadi e ammodernamenti; il rifinanziamento del professionismo femminile; una riforma dei campionati; e un progetto di rilancio tecnico del calcio giovanile. La chiosa è affidata a delle brevi considerazioni di Gravina, il quale sostiene che il rilancio del calcio italiano richiede un intervento strutturale e condiviso, fondato su un’assunzione di responsabilità comune tra componenti federali, Leghe, Governo e Parlamento: “Senza questa convinta e unanime volontà di anteporre il bene comune alla difesa del proprio posizionamento, con la politica che deve creare le condizioni e agevolare gli strumenti adeguati per agire, nessun singolo individuo può determinare il vero e completo rilancio del movimento calcistico italiano”. (Peg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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