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direttore Paolo Pagliaro

WASHINGTON-TEHERAN
E’ UN DIALOGO TRA SORDI

WASHINGTON-TEHERAN <BR> E’ UN DIALOGO TRA SORDI

L’incertezza sul futuro del Medio Oriente si è fatta oggi più densa, mentre il termine del cessate il fuoco di quindici giorni si profila all'orizzonte come un crinale pericoloso. La regione si trova sospesa tra l'attivismo disordinato della diplomazia statunitense e una rigidità tattica di Teheran che non accenna a flettere. Quello che secondo Donald Trump dovrebbe essere un lunedì di dialogo a Islamabad si è di fatto già trasformato nel palcoscenico di un'escalation navale che sposta il baricentro della crisi dai tavoli negoziali alle acque turbolente dello stretto di Hormuz.

L’ESCALATION NEL GOLFO E IL SEQUESTRO DELLA TOUSKA. Il punto di rottura si è consumato nelle acque del Golfo. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha confermato tramite i propri canali ufficiali che l'equipaggio della nave mercantile Touska, battente bandiera iraniana, ha ricevuto ieri l'ordine di evacuare la sala macchine, poco prima che il sistema di propulsione venisse messo fuori uso da salve di proiettili. La nave, che secondo Washington tentava di forzare il blocco navale imposto dallo scorso 13 aprile, “rimane sotto il controllo americano”. Questa operazione non è un caso isolato, ma il culmine di una strategia di pressione che ha visto le forze statunitensi respingere o dirottare già 25 navi mercantili verso i porti di origine. Tuttavia, il sequestro della Touska rappresenta un salto di qualità nel confronto. Non si tratta più solo di deterrenza, ma di un atto di forza che incide direttamente sulla sovranità logistica iraniana. Teheran ha reagito oggi alle prime ore dell'alba, definendo l'accaduto un atto di “pirateria armata”. Il portavoce dello Stato Maggiore iraniano ha affidato a Telegram una nota ufficiale in cui promette che “le forze armate della Repubblica islamica dell'Iran reagiranno presto e adotteranno misure di rappresaglia contro questo atto e contro l'esercito americano”. L'Iran accusa gli Stati Uniti di aver “violato il cessate il fuoco di due settimane” in vigore dall'8 aprile.

LE FRAGILITÀ DELLA POLITICA DI TRUMP: TRA BLUFF E IMPAZIENZA. Dati anche gli ultimi sviluppi della crisi scatenatasi il 28 febbraio con l’avvio dei raid israelo-americani sull’Iran, appare sempre più evidente come la politica di Donald Trump sia segnata da un’incoerenza di fondo che, lungi dall'intimidire l'avversario, finisce per offrire a Teheran insperati vantaggi tattici. Il tycoon si muove su binari paralleli e spesso divergenti: da un lato annuncia accordi “quasi conclusi” con una sfrontatezza che ignora i tempi della diplomazia reale; dall'altro, minaccia la distruzione totale del Paese nemico. Le incertezze del Presidente americano sono diventate il carburante della resistenza iraniana. Ieri, parlando ad Axios, Trump ha dichiarato: “Mi sento tranquillo. L'idea di base dell'accordo è chiara. Penso che abbiamo ottime possibilità di portarlo a termine”. Eppure, poche ore dopo, ha minacciato su Fox News di bombardare centrali elettriche e ponti iraniani se l'accordo non venisse firmato: “Se non firmeranno questo accordo, l'intero Paese verrà fatto saltare in aria”. Questa oscillazione tra il ruolo di “grande mediatore” e quello di “Terminator” rivela un'impazienza che Teheran interpreta come una mancanza di una vera visione strategica. La Repubblica Islamica ha imparato a leggere tra le righe di questa retorica: Trump ha fretta di chiudere un successo diplomatico da spendere politicamente, e questa fretta è percepita come una debolezza che consente all'Iran di alzare la posta, sapendo che il Presidente americano teme, più di ogni altra cosa, un pantano bellico prolungato e costoso.

IL MURO NAVALE E IL RIFIUTO DI ISLAMABAD. In questo clima di estrema tensione, l'invio di una delegazione a Islamabad annunciato ieri da Trump per la giornata odierna si scontra con il fermo diniego iraniano. La Repubblica Islamica ha ribadito che non parteciperà ad alcun secondo round di colloqui in presenza a meno che non venga revocato il blocco navale dei porti iraniani. Per Teheran, il blocco è il “muro Usa” che rende impossibile ogni negoziazione paritaria. Da parte sua, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, durante un colloquio con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, ha denunciato quelle che ha definito le “continue mancanze” di Washington che si sommano ad un “comportamento intimidatorio e irragionevole”. Per la presidenza iraniana, le azioni americane, “accompagnate da discorsi minacciosi di funzionari americani contro l'Iran, non fanno altro che aumentare la sfiducia nella sincerità degli Stati Uniti e rivelano sempre più che essi cercano di ripetere schemi del passato e di tradire la diplomazia”. Questa posizione trasforma il tavolo negoziale in un vicolo cieco: mentre Trump invia delegazioni verso una sedia vuota, l'Iran utilizza l'assenza come un'arma diplomatica, dimostrando di poter resistere alla pressione militare e psicologica.

IL NUCLEARE COME “DIRITTO” E IL FUTURO DELLA TREGUA. Un altro punto fermo di Teheran riguarda il programma nucleare, percepito non come un oggetto di scambio, ma come un “diritto” inalienabile. Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, intervistato da Al Jazeera, ha inquadrato la partecipazione ai colloqui come un'estensione degli sforzi bellici. “Consideriamo i negoziati in corso come la continuazione del campo di battaglia, e non vediamo altro che il campo di battaglia in questa situazione”, ha affermato. Azizi ha aggiunto che l'arena negoziale sarà un'opportunità solo “se si otterranno risultati che confermino quelli del campo di battaglia”, ma non se gli americani intendono trasformarla in un “campo di pretese eccessive, basate sul loro approccio intimidatorio”. La determinazione della Repubblica Islamica “a difendere pienamente la propria integrità da qualsiasi nuova avventura degli Stati Uniti e del regime sionista” suggerisce che la leadership iraniana abbia individuato nelle contraddizioni di Trump il punto più vulnerabile della coalizione avversaria. L'incapacità di Washington di mantenere una linea coerente — alternando il sequestro di navi a proposte di pace immediate — ha creato un vuoto di credibilità che l'Iran sta riempiendo con una fermezza calcolata. Le prossime ore, che porteranno alla scadenza del cessate il fuoco, diranno se l'approssimazione del presidente americano porterà a un collasso definitivo della tregua o se, in un estremo colpo di scena, la diplomazia riuscirà a trovare un varco tra le minacce di annientamento e il fumo dei cannoni navali. Al momento, però, il “dialogo tra sordi” sembra destinato a lasciare il posto a una nuova, più violenta fase del conflitto. (20 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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