Il crollo dei consensi per Donald Trump, cristallizzato nelle ultime ore dai media americani, segna un punto di svolta drammatico per la sua seconda amministrazione. I dati pubblicati ieri da NBC News non descrivono solo un momento di difficoltà politica, ma riflettono una profonda frattura sociale e generazionale innescata dalla gestione del conflitto con l'Iran. Con un tasso di approvazione scivolato al 37%, il tycoon tocca il suo minimo storico dal giorno del secondo insediamento, confermando che il “dividendo bellico” su cui spesso i presidenti contano si è trasformato, in questo caso, in un pesante passivo elettorale.
IL SONDAGGIO DELLA DISCORDIA: L’AMERICA BOCCIA LA LINEA DURA. I risultati diffusi ieri indicano che il 63% degli adulti statunitensi disapprova l’operato complessivo del Presidente. Il dato più allarmante per la Casa Bianca risiede nell'intensità di questo dissenso: il 50% degli intervistati dichiara infatti una “forte disapprovazione”. Il cuore del problema è identificato chiaramente nella gestione della crisi mediorientale. Solo il 33% degli americani approva, con varie sfumature, la condotta della guerra, mentre un massiccio 67% si schiera sul fronte della bocciatura. Come sottolineato nelle analisi di ABC News e del New York Times, la guerra continua a fungere da reagente chimico che separa l’elettorato lungo linee partitiche invalicabili: se l’82% dei democratici e degli indipendenti esprime dissenso, il 74% dei repubblicani resta fedele alla linea del Presidente. Tuttavia, è il dato anagrafico a preoccupare maggiormente gli strateghi di Washington. L’opposizione al conflitto è viscerale tra i giovani sotto i 30 anni: in questa fascia, il 74% degli intervistati si oppone a ulteriori azioni militari in Iran, contro una media nazionale comunque alta del 61%. Questo scollamento tra la retorica bellicista di Trump e la volontà dei giovani americani suggerisce un isolamento della presidenza rispetto al futuro del Paese.
LA PARABOLA DEI CONSENSI: DAI PICCHI POST-ELETTORALI ALL'ABISSO ODIERNO. Per comprendere la portata di questo 37%, è necessario ripercorrere le tappe del gradimento di Trump dalla sua seconda elezione. Il presidente aveva iniziato il suo secondo mandato con un picco di entusiasmo, toccando punte del 48-50% nei sondaggi di Fox News e Rasmussen subito dopo la vittoria. In quella fase, la promessa di una “America forte” e di una rapida risoluzione delle controversie internazionali aveva compattato non solo la base, ma anche una fetta di elettori moderati fiduciosi nelle sue doti di negoziatore. Il primo vero segnale di erosione si è verificato con l'annuncio del blocco navale nello stretto di Hormuz. In quel momento, i sondaggi di CBS News avevano registrato una discesa verso il 44%, alimentata dai timori per l'aumento dei prezzi del carburante e per l'instabilità dei mercati. Un breve rimbalzo era stato osservato in occasione del primo annuncio di tregua, quando l'illusione di una pace imminente aveva riportato i consensi vicino al 46%. Tuttavia, l'incapacità di trasformare la tregua in un accordo solido e, soprattutto, l'incoerenza tra le aperture diplomatiche e le minacce di “annientamento totale” hanno logorato la fiducia del pubblico.
LE INCERTEZZE DI TRUMP COME CAUSA DEL DECLINO. Secondo il Washington Post, il calo costante è figlio di quella stessa “approssimazione e impazienza” che abbiamo visto nelle dinamiche diplomatiche di Islamabad. Gli americani, inizialmente disposti a concedere credito alla strategia della “pressione massima”, sembrano ora percepire il rischio di un conflitto senza fine e senza obiettivi chiari. Il sequestro della nave Touska, avvenuto ieri, è stato letto da una parte significativa dell'opinione pubblica non come un successo militare, ma come l'ennesimo ostacolo a quella stabilità che Trump continua a promettere senza mai raggiungere. Il minimo storico del 37% registrato ieri da NBC News rappresenta dunque la somma di queste frustrazioni. Se nei momenti di picco Trump era riuscito a proiettare l'immagine di un leader decisionista, oggi i media americani descrivono un presidente intrappolato tra la propria retorica e una realtà mediorientale che non si lascia piegare dai suoi tweet o dalle interviste a Fox News. La gestione della guerra contro l'Iran non è più percepita come una prova di forza, ma come una deriva pericolosa che sta isolando gli Stati Uniti non solo dai suoi alleati storici, ma anche dai suoi stessi cittadini. (20 APR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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