“E tu Martina che dici?”. Sono passati quasi 60 anni da quando, a neanche 8 anni, Gianni Rodari invitava Martina Forti – e gli altri bambini che gli sedevano in cerchio intorno - ad inventare finali alternativi per le sue bizzarre storie su Piertonto e Giovannino Pierdigiorno. Un eccezionale laboratorio con cui il grande pedagogo testò la sua “grammatica della fantasia", un metodo educativo rivoluzionario in cui l'errore non è colpa ma motore narrativo, il linguaggio non gabbia ma giocattolo da smontare e rimontare, un laboratorio collettivo in cui la gerarchia adulto-bambino è ribaltata, un costante esercizio di pensiero “divergente” che nutre la mente. “Gianni Rodari diceva che ero una delle sue bambine preferite e di questa cosa mi vanto sempre…” sorride la scrittrice, sceneggiatrice, autrice radiotelevisiva, con una felice vocazione per l’arte e la storia narrate ai più piccoli. E, nella sua voce, risuona quello stesso timbro, tenero e gentile di bambina, che si può ancora sentire nell’archivio della trasmissione rodariana custodito nel sito web delle Teche Rai. Nella puntata del 31 dicembre 1969 si narra che degli astronauti arrivati sulla Luna scoprono che è fatta di groviera ed iniziano a mangiarla con voracità finché sorge il dilemma: così facendo la faranno scomparire lasciando le notti completamente al buio. E la piccola Martina propone: “Se sono lunatici possono avere la luna quanto vogliono", suggerendo che il satellite non sarà mai consumato da chi ha un animo mutevole e fantasioso. E’ la logica stringente dell'infanzia, quella che Rodari stesso definiva come la capacità di vedere l'ovvio che gli adulti ignorano. La stessa che fa commentare con sicurezza alla piccola Martina, nella puntata del 25 febbraio 1970, dopo aver ascoltato la storia di un mondo sottosopra in cui tutto è ribaltato, che non c’è nulla di strano in tutto questo perché i suoi abitanti "ragionano con i piedi come noi ragioniamo con la testa".
Certamente ogni invenzione e bizzarria non erano strane per Martina Forti cresciuta in una famiglia in cui regnava il diritto alla fantasia. La madre era Donatella Ziliotto, madrina del rinnovamento della letteratura per l'infanzia in Italia; il padre, Francesco Forti, musicista poliedrico, fondamentale per la diffusione della musica afroamericana in Italia (anche musicologo, giornalista, didatta, collezionista di ance alla ricerca del suono perfetto - sua la tromba con cui Oskar Klein scoprì il suo talento, al fianco di tutti i grandi nomi del jazz italiano, da Carlo Loffredo ad Enrico Pieranunzi, da Lelio Luttazzi a Marcello Rosa - e la cui eredità è stata raccolta dal figlio Sebastiano, raffinato cantante jazz, clarinettista e compositore). La madre, nel 1958, battezzò coraggiosamente la collana Il Martin Pescatore di Vallecchi portando, in un’Italia moraleggiante e perbenista il vento spettinato di Pippi Calzelunghe, che rompeva per la prima volta i canoni didascalici della letteratura educativa dell’epoca narrando di una bambina la cui forza sovrumana non era altro che il potere di ogni bambino di piegare la realtà alla propria fantasia, facendone un'icona di libertà ed influenzando generazioni di lettori e scrittori. Ziliotto andò a scovare la sua autrice, Astrid Lindgren, letteralmente in Svezia. Già solo il loro incontro ha del fiabesco. “Quando nel 1957 affidarono a mia madre il compito di fondare la collana Il Martin Pescatore di Vallecchi, che grazie a lei diverrà rivoluzionaria, decise di andare in Danimarca a cercare Karin Michaelis, la scrittrice di Bibi, una sua grande passione. Nella Trieste della sua infanzia aveva sofferto la guerra e nel chiuso dei rifugi antiaerei si era appassionata alla storia di questa bambina straordinaria, figlia di un capostazione, orfana di madre, che girava tutta la Danimarca da sola, senza pericoli. Era talmente un suo idolo che aveva giurato che, finito il liceo, avrebbe fatto in bicicletta il percorso di Bibi e così fece perché mia madre è sempre stata una persona molto anticonformista, curiosa (girò in Europa in autostop ben prima degli anni del femminismo!). Si mise quindi sulle tracce della Michaelis ma non la trovò. Scoprì però che, nei paesi scandinavi, aveva avuto successo il libro di un'altra bambina eccezionale e le indicarono che la sua autrice, Astrid Lindgren, abitava in una cittadina nel sud della Svezia, Vimmerby e quindi partì. Arrivò in una zona piena di fattorie e iniziò la sua ricerca. Ad un certo punto, esausta, arrivò davanti ad una staccionata dietro la quale vide una contadina che spaccava la legna, come ci raccontava ‘con le gote rosse ed il naso all'insù’ e le chiede se conoscesse la Lindgren. La donna le rispose: “Sono io! Sono forte e spacco legna ma so anche scrivere!”. Quindi la invitò in casa, fecero una gran chiacchierata e le disse: ‘Tu sei una Pippi. Portala con te in Italia!’. Nel tempo lei e mia madre rimasero sempre in contatto (e una certa affine profondità le legò essendo state entrambe anche ragazze madri in anni in cui ciò andava nascosto, ndr). Ricordo che Astrid le venne a fare visita a Roma nel 1988 per festeggiare i suoi 80 anni e l’accogliemmo nella nostra casa dell’epoca, a Trastevere. L’accompagnava la figlia Karin che nel 1941, a 7 anni, a letto per una polmonite, le aveva chiesto di raccontarle la storia Pippi e la madre aveva inventato sul momento la storia di questa bambina fuori dal comune. Era molto triste perché due anni prima era morto suo figlio Lars, per un tumore ma, dopo due e tre bicchieri di Chianti rosso, si era rallegrata ed aveva iniziato a cantarci delle canzoni svedesi. E’ stato un momento bellissimo”.
La collana Il Martin Pescatore aveva un sottotitolo decisamente ambizioso, "I classici di domani", cui Ziliotto seppe tener fede in modo strabiliante perché riuscì a portare in Italia anche autori come Michael Ende (e Martina Forti ricorda l’esercito di tartarughe vere e finte della Villa Liocorno a Genzano dove lo scrittore tedesco nel 1973 completò “Momo”), Norman Hunter, Mary Norton, Tove Jansson (all’inizio della sua leggendaria saga dei Mumin), Michael Bond. Pagine in cui, per la prima volta in Italia, l'infanzia smetteva di essere una fase da "addomesticare", un contenitore da riempire di nozioni e buone maniere ma diventava un regno di irriverente bellezza e poetica indipendenza. Libro che parlavano dei sentimenti profondi dei bambini come mai prima di allora, senza lezioni da impartire ma avventure da vivere. Una rivoluzione del "sentire bambino". “Mia madre aveva solo 26 anni quando iniziò a curare questa collana con titoli meravigliosi dimostrando da subito il suo grande talento editoriale. Una cosa che da ragazza non mi è stata subito chiara e di cui mia madre stessa non era del tutto consapevole. Lei era molto avanti per i suoi tempi ma non pensava affatto che stesse rivoluzionando il mondo della letteratura per l’infanzia come invece ha fatto. E, quindi, sono grata ma mi dispiace un po’ che lei non abbia potuto leggere i tanti attestati di stima ed affetto che le sono arrivati alla notizia della sua scomparsa (lo scorso ottobre, a 91 anni, ndr). A dimostrazione che, malgrado quasi 20 anni di isolamento, non era stata scordata”. Nel 2005, a 73 anni, erano cominciati i primi segni del morbo di Alzheimer e Ziliotto, non potendo più vivere da sola, dovette trasferirsi da Milano a Roma, nel quartiere di Monteverde, poco lontano dalla figlia ed entrò, lei così vivace, in un suo silenzioso ritiro, forse attorniata dall’invisibile popolo dei troll, delle fate e dei magici omini che l’avevano sempre accompagnata, in un mondo di “bambini di notte a piedi nudi a caccia di panini” come si ascolta in una commovente canzone che nel 2011 le dedica il figlio musicista, Sebastiano Forti: “Un forziere del tempo / madre mia, madre mia un’ampolla magica matura dentro te / madre mia morta per salvare la poesia / madre mia madre mia / una roccia fragile”.
Ziliotto riceve proprio negli anni della malattia due premi Andersen: nel 2008 per la sua carriera e nel 2016 per “Un chilo di piume un chilo di piombo”, il suo bellissimo romanzo autobiografico del 1992 "Un chilo di piume, un chilo di piombo" in cui racconta la guerra vissuta dagli 8 anni nel 1940 ai 17 nel 1949, con prefazione della sua amica Bianca Pitzorno. Una liberatoria celebrazione della gioia e della curiosità dell’infanzia che si solleva oltre la violenza.
“Mia madre narra in quei diari quello che scopriamo ancora oggi purtroppo, in tutte le guerre che ci attorniano, che i bambini riescono a supplire con la fantasia anche alle situazioni più tragiche. E negli anni ha sempre mantenuto quella visione dell'infanzia che “sale” ad altezza dei bambini con libri che hanno sempre celebrato il potere dell'immaginazione che è il grande superpotere che permette ai bambini di difendersi da prepotenza e incomprensioni ed interpretare le crisi della crescita. Un superpotere da coltivare con belle letture, visioni, esperienze in un mondo sempre più ansiogeno, che trasmette incertezza, che permette ad un linguaggio tossico di dilagare sui social. L’intelligenza artificiale? Non la demonizzo perché è un formidabile ausilio in campo scientifico ma certo va regolamentata in campo creativo. Ed è certo che non riuscirà ma a surclassare la fantasia dei bambini. Basta ascoltare la Pippi Calzelunghe che ci dà la chiave di accesso ad mondo di libertà totale che richiede solo semplicità, armonia interiore, rispettoso della natura. Non è casuale che dopo 80 anni continui ad essere letto da bambini che crescono in un mondo che ha ritmi velocissimi, che faticano a concentrarsi sulla visione di un film. E’ un affascinante invito a riscoprire una percezione più profonda. Trovo ad esempio i Silent book molto interessanti perché, senza parole, costringono il bambino ad inventarsi la sua storia. Trovo che oggi ci siano giovani genitori molto attenti e sensibili ed ho quindi ho molta fiducia nelle nuove generazioni. Per questo trovo che sia un paradosso che non si investa molto sull’industria culturale ed in particolare proprio sui bambini che sono coloro che daranno la direzione al nostro futuro. Mia madre stessa lo ha fatto vivendo il suo quotidiano in modo sempre sorprendente. Mi mancano molto i suoi racconti con cui colorava anche il più banale degli eventi che le capitavano! E lei ha sempre testimoniato che, per aiutare i bambini a crescere fiduciosi in se stessi, si deve e si può raccontare tutto, parlando ovviamente nel linguaggio adatto (la stessa Martina Forti ha curato con la madre l’antologia di filastrocche “Ho paura!”). E’ quello che abbiamo fatto per tanti anni alla Melevisione (Martina Forti è stata coautrice di uno dei più bei e longevi programmi per bambini trasmessi dalla Rai, dal 1999 al 2015, ndr), affrontando temi impegnativi come la morte, la malattia, la separazione dei genitori ma anche la paura, la rabbia, sentimenti da esplorare, non da reprimere”. Un gioiello di intrattenimento pedagogico (la puntata sulla fata Lina vittima di abuso è da manuale di psicologia infantile) in cui non c'erano cattivi assoluti - anche Lupo Lucio o Strega Varana avevano le loro ragioni e debolezze – e non c’era il castigo finale ma solo la comprensione delle conseguenze. In questo seguendo la stessa filosofia di Pippi Calzelunghe: l'autonomia si impara sbagliando, non ubbidendo ciecamente.
La Melevisione è stato anche un eccezionale laboratorio linguistico con storpiature fonetiche per divertire piccoli (e grandi) con umorismo surreale, accendendo di magia anche le parole, in una forma di resistenza creativa alla rigidità del "pedagogese". Per Martina Forti si è trattato davvero di tirare un filo partito da Rodari e dai suoi errori ortografici "produttivi" (il suo s-cannone che disfa la guerra quanto servirebbe ancor oggi…) per passare dalle pillole “cunegunde che non fanno diventare grunde” di Pippi (“per mia madre fu una fortuna trovare come traduttrice per Pippi Annuska Palme Sanavio, poi diventata sua amica” ricorda) fino ad arrivare al “dobblefunk” di Roald Dahl, il linguaggio onomatopeico e irriverente creato dallo scrittore inglese con il cui romanzo più iconico, Donatella Ziliotto battezzò nel 1987, “Gl’Istrici” della Salani, che ha fatto la storia della letteratura per ragazzi: GGG, il Grande Gigante Gentile, che cattura i sogni per soffiarli nelle stanze dei bambini, è il perfetto libro-manifesto di una collana fatta di libri nati per “pungere” verso “nuovi punti di vista, libertà e immaginazione” - come diceva la stessa Ziliotto - distinguendosi “per la volontà di rendere critici i ragazzi di fronte ai problemi del mondo d'oggi”. Ecco allora titoli di travolgente successo come “La storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepúlveda, le opere di Bianca Pitzorno, Roberto Piumini, Guido Quarzo, Jostein Gaarder, Jacqueline Wilson, Daniel Pennac, Jerry Spinelli, Christine Nostlinger, Diana Wynne Jone (ma anche il recupero oltre che di Pippi Calzelunghe di Carlo Collodi, al cui “Pinocchio” Ziliotto dedicò la sua tesi di laurea nel 1955). L’editore Luigi Spagnol, nel 2012, scrisse: “Non so che cosa sarebbe stata la Salani senza Donatella Ziliotto, certamente non quella che è adesso”. Ziliotto assiste, nel 1998, alla prima uscita per la casa editrice di Harry Potter e nulla sarà più come prima. La casa editrice, “incolpevole piccolo naviglio trascinato da correnti madornali, non poteva opporre alcuna resistenza” come ha ricordato lucidamente Bruno Tognolini. E la dittatura dei numeri cominciò a soppiantare il raffinato scoutismo letterario.
Martina Forti ricorda che, poco più che ventenne, proprio al battesimo de “Gl’Istrici”, partecipò ad una riunione della madre in cui si parlò di come tradurre i colorati neologismi di Dhal. Cosicché, dal cetrionzolo di cui era ghiotto il gigante di Dahl, ecco si arriva alle invenzioni linguistiche della Melevisioni, come le bevande alla scivolizia di Tonio Cartonio ed alla moraviglia di Milo Cotogno e verbi come lo "slurpettare" e "gnamgnamare” di Lupo Lucio, il predatore che diventa vittima della sua stessa goffaggine.
Martina Forti arriva alla Melevisione dopo aver già lavorato ad un altro programma Rai cult come "L'Albero Azzurro” (primo esperimento televisivo in Italia per la fascia 3-6 anni) e ancor prima a “Patatrac” (dove nel 1987 conosce il conduttore Armando Traverso, oggi volto simbolo di Rai Kids che diventa suo marito e con cui nel corso degli anni – che l’hanno vista programmista e regista di innumerevoli produzioni radiofoniche Rai - ha intrecciato felicemente anche la propria storia professionale tenendo sempre fede ad una visione che mette al centro la parola, il ritmo e l'intelligenza dei piccoli spettatori. Tra le ultimi produzioni spiccano le audioguide de “L’Italia in cuffia” (Forti è una specialista di guide turistiche per bambini avendone pubblicate oltre una ventina), podcast originale RaiPlaySound per un’Italia a misura di bimbo, che ha debuttato con una prima serie dedicata a Roma, a "Big Bang", esplosiva la radio delle bambine e dei bambini. Ed in epoca Covid si ricorda "Diario di casa", dieci minuti al giorno su Rai Yoyo, e nei primi mesi della pandemia anche su Rai1 e Rai2, che accompagnava le giornate dei piccoli italiani sotto lockdown suggerendo giochi ed attività da fare in casa ma anche invitando esperti a parlare dell’emergenza sanitaria. Tenendo aperto un dialogo con le famiglie, tramite l'invio di filmati, letterine e disegni. Il programma sperimentò con successo la sua modalità di smartworking, compresa la regia e la messa in onda dalla casa romana della coppia Forti-Traverso. “Il quartiere di Monteverde lo conobbi che ero giovanissima, a 23 anni, per il mio primo lavoro in Rai: in via Jenner c’era il centro di produzione dei sottotitoli per la pagina 777 di televideo. Poco dopo incontrai Armando alla trasmissione Patatrac. Lui già abitava in questo quartiere e scoprii meglio questa parte di Roma che non ha il ritmo della città ma un’aria da paese, palazzine basse, molti alberi e la quiete di Villa Pamphili, dove Armando ora va sempre a camminare ma senza mai staccarsi dalle telefonate di lavoro al cellulare!”.
E proprio nella loro casa di Monteverde si sono tenute molte delle riunioni mensili degli autori della Melevisione e del suo fiabesco mondo popolato di personaggi che ha cresciuto un'intera generazione (e continua a fare tramite le repliche): “Armando ci prendeva in giro perché diceva che ci riunivamo solo per mangiare ma mentre banchettavano ci dividevamo il lavoro di scrittura delle storie, del tipo ‘tu mi dai Balia Bea ed io ti do orco Rubio…’. Un eccezionale laboratorio di idee, una grandiosa esperienza, un gruppo di lavoro stupendo e affiatatissimo, anche tra gli attori che hanno stretto grandi amicizie. L'altro giorno su facebook ho visto che Lupo Lucio (Guido Ruffa) si andato a prendere una pizza con Fata Lina e Strega Varana… E lì ho imparato una cosa fondamentale e cioè che i bambini vogliono che tu inventi dei mondi, che racconti quello che non vedono. Mi ricordo che, quando andavo a prendere il mio primogenito Mattia (oggi game designer mentre il fratello Michele è attore e commediografo, ndr) alla scuola elementare, c'era un suo compagno di classe che mi fermava per chiedermi come sarebbero finite le avventure rimaste in sospeso!”.
Nella squadra di colleghi autori di Martina Forti c’erano Janna Carioli (con cui firma l’avvincente giallo per bambini “Operazione braccialetto”), Mela Cecchi, Venceslao Cembalo, Lucia Franchitti, Luisa Mattia, Lucia Franchitti e lo stesso Armando Traverso. E poi Bruno Tognolini (una delle tante “scoperte” editoriali di Donatella Ziliotto che diede il titolo di “Mal di pancia calabrone” alla sua fortunata raccolta di filastrocche) ed anche e soprattutto Lorenza Cingoli (scomparsa prematuramente nel 2023) con cui Martina Forti ha firmato molti libri tra cui l’ultimo lavoro insieme, nel 2020, il romanzo “Raffaello e lo scorpione lucente” in cui si immagina l’artista, 11enne, che indaga su in furto alla corte dei Montefeltro ad Urbino. Ed ancora “James e lo sguardo del gigante” ispirato alla vita del pioniere dell’egittologia Giovanni Battista Belzoni, ispiratore per Indiana Jones, i celebri miti dell’Antica Grecia reinterpretati dai personaggi Disney, gli adattamenti dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide, del Milione, delle Mille e una notte, della Regina delle Nevi, delle leggende delle montagne italiane (Martina Forti è una grande appassionata del Trentino). E, sempre con Lorenza Cingoli, anche il film per Disney Channel “Berni e il giovane faraone”, un effervescente fantasy del 2019 ambientato nel Museo Egizio di Torino. “E’ stato molto emozionante girare con le sale del museo illuminate di notte e mi piacerebbe molto tornare alla sceneggiatura. Chissà… Ho scritto una storia ambientata a Roma di una ragazzina che esplora le catacombe”. La passione di storica dell'arte si unisce al grande amore per i bambini. “Con loro sto molto bene, ho fatto la baby sytter fin da quando avevo 14 anni ed un anno l’ho fatto trasferendomi anche a New York. Poi è arrivata la scrittura per i più piccoli che considero il lavoro più bello del mondo”.
C’è una foto del 1973 in cui è ritratta Martina Forti, a 12 anni, a Parigi, insieme alla madre. “Fu un viaggio fondamentale. Di fronte ai quadri degli impressionisti mi sono detta che avrei studiato la storia dell’arte e non ho mai cambiato idea” ricorda. Una passione per l’arte e la letteratura che discende anche dal colto ramo triestino dei nonni materni, la nonna, Ninetta Tampellini, insegnante di letteratura, con due lauree di cui una con Giovanni Pascoli ed il nonno, Baccio Ziliotto, preside nel liceo classico in cui lavorava la nonna. “Posso solo immaginare quanto debba essersi preoccupata di una figlia così sopra le righe! La diceva addirittura affetta da “infantilismo psichico”! Ma con il nonno, solo apparentemente severo ma molto vivace intellettualmente (si scoprì che in segreto collaborava anche con il Corriere dei Piccoli) c’era certo complicità”.
Nel 1968, a 7 anni, Martina Forti viene ritratta anche in un romanzo della madre, Tea Patata, che è una sorta di divertente Pippi Calzelunghe all’incontrario ed espressione della delicata attenzione di Donatella Ziliotto verso lo sguardo bambino, la fragilità, il diverso, le minoranze (si ricordano titoli come Mister Master, Il bambino di plastica, Trollina e Perla, Io, nano e I Selvagnoli, una trasposizione fantastica dei migranti ancora attualissima).
Se Pippi è la libertà esterna, l'azione, la forza che rompe fisicamente le regole, Tea Patata è la libertà interna, la resistenza psicologica, il diritto di essere "lenta" e profonda in un mondo che corre, quello appunto del 1968. Entrambe autosufficienti e amanti di una solitudine creativa ed artefici di una disobbedienza etica. In essa Ziliotto incarna il diritto di ogni bambino di essere, semplicemente, se stesso, individuo completo, curioso, che rivendica il diritto di avere una vita interiore complessa ed uno spazio di libertà rispetto alle regole degli adulti. E nella famiglia di Tea c’è molto della sua “Forty Family” (così il padre Francesco ed il fratello Sebastiano Forti si battezzarono quando fecero a fine anni ’80 una serie di concerti sulle note del dixieland tra Europa e New Orleans, in un emozionante pellegrinaggio familiare). Una famiglia in cui la mamma non cucinava ma “studiava le menti” ed insegnava che l’indipendenza era “ossigeno per il cervello” ed il papà diceva che la notte aveva “viaggiato” tra i suoni e che quindi durante il giorno si sarebbe nutrito di silenzio. Tanto che nella casa del Pantheon, in via della Maddalena, come nella sua Villa Villacolle, Pippi Calzelunghe avrebbe potuto tranquillamente abitare. Tra dischi di Duke Ellington e bozze di romanzi nordeuropei. Con un lungo corridoio ed un foro nel muro del papà fatto dal fratello Sebastiano per osservare come riuscisse ad essere un musicista così bravo… rimanendo in silenzio. “Era una vecchia casa proprio cadente ma mia madre amava le cose diciamo di ‘carattere’, ossia le cose pratiche e comode non erano contemplate ma resta il mio luogo del cuore” ricorda Martina Forti. “Mia madre era vulcanica ma con un senso molto preciso delle regole che ha trasmesso a noi figli e mio padre invece introspettivo e meditativo. Alla mia tesi di laurea (alla Sapienza, in storia dell’arte contemporanea) lo sentii che salmodiava dei mantra (è stato un antesignano nella pratica del buddhismo in Italia). E, curiosamente, io e mio fratello, proseguendo le loro strade professionali, ci siamo scambiati i loro caratteri, io più riservata e mio fratello più esuberante. E, come Tea Patata, anche io amavo molto mia nonna Ninneta, che era una persona più tradizionalista. E da lei leggevo Piccole donne che peraltro anche mia madre adorava!”. Un filo d’oro unisce quindi la fattoria svedese di Vinnerby ad una vecchia casa nel cuore di Roma e ad un bosco fantastico creato in uno studio televisivo. È un filo su cui passano parole che insegnano ai bambini che si può essere ubbidienti al futuro e alla giustizia proprio attraverso la disobbedienza alle storture del presente. Perché la fantasia non è un gioco da ragazzi ma una cosa serissima che serve a costruire cittadini liberi. Alla ricerca della Pippi che è in tutti noi. (21 apr – red)
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