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direttore Paolo Pagliaro

IRAN, ORA TRUMP PUNTA
SULL’ATTESA AGGRESSIVA

IRAN, ORA TRUMP PUNTA <BR> SULL’ATTESA AGGRESSIVA

L'evoluzione della crisi tra Washington e Teheran ha subito nelle ultime ore una mutazione tattica significativa. Se fino a domenica la retorica della Casa Bianca appariva scandita da ultimatum perentori — culminati nella minaccia di ordinare il bombardamento di ogni ponte e centrale elettrica in Iran — la giornata di ieri ha segnato il passaggio a una fase conclamata di logoramento asimmetrico. La decisione del presidente Donald Trump di estendere il cessate il fuoco a tempo indeterminato, ufficializzata martedì su suggerimento della mediazione pakistana, ha rimosso l'urgenza cronologica, ma non la pressione militare. L’assenza di una data di scadenza per la presentazione di una proposta iraniana non deve essere letta come un allentamento delle tensioni, quanto piuttosto come una manovra per esasperare le divisioni interne al regime di Teheran, costringendo le diverse anime del potere iraniano a una sintesi difficile sotto il peso di un isolamento economico crescente.

LA NUOVA LINEA DELLA CASA BIANCA: DIPLOMAZIA SENZA CALENDARIO. Nella serata di ieri, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha chiarito i contorni della posizione presidenziale, confermando che Trump non ha fissato alcuna scadenza per ricevere una risposta formale dall'Iran. La strategia americana sembra ora puntare sulla frammentazione decisionale dell'avversario. Secondo la presidenza statunitense, l'Iran si trova in una fase di stallo interno tra le fazioni di sicurezza e quelle politiche; il tycoon ha dichiarato di essere in attesa che queste componenti raggiungano una “proposta unitaria”.

Questa assenza di un termine prefissato sposta il baricentro del conflitto: per Trump non esiste un limite temporale per la fine delle ostilità o per il mantenimento del cessate il fuoco. Durante un intervento a Fox News avvenuto ieri, la Leavitt ha ribadito che la flessibilità temporale di Washington è direttamente proporzionale alla solidità del controllo esercitato sul campo. In questo contesto, la Casa Bianca ha minimizzato gli ultimi incidenti marittimi, rifiutando di considerarli violazioni della tregua. La lettura politica che emerge è chiara: gli Stati Uniti scelgono di ignorare provocazioni minori che non colpiscono direttamente i propri asset o quelli israeliani, mantenendo però intatta la struttura del blocco navale.

PIRATERIA E SOVRANITÀ NELLO STRETTO DI HORMUZ. Il recente sequestro di due imbarcazioni straniere da parte delle forze iraniane nello Stretto di Hormuz è stato declassato da Washington a mero episodio di criminalità marittima, piuttosto che ad atto di guerra. Karoline Leavitt ha affermato ieri: “No, perché non si trattava né di navi americane né di navi israeliane. Erano due navi internazionali”. Questa distinzione permette alla Casa Bianca di mantenere in vigore il cessate il fuoco senza apparire debole, etichettando l'azione iraniana come “pirateria” e non come un confronto militare tra Stati.

Tuttavia, la tensione nello Stretto rimane altissima. La portavoce ha sottolineato con forza la posizione statunitense sulla libertà di navigazione: “Gli iraniani non controllano lo Stretto. Quello a cui stiamo assistendo è pirateria”. Da parte sua, Teheran rivendica la legittimità dell'azione, citando violazioni delle norme marittime internazionali da parte dei vascelli sequestrati. Questo scontro di narrazioni nasconde una realtà più complessa: l'Iran tenta di dimostrare di poter ancora esercitare una proiezione di potenza sul traffico energetico mondiale, mentre gli Stati Uniti cercano di normalizzare la propria presenza militare nell'area, trattando le risposte iraniane come disturbi dell'ordine pubblico internazionale e non come atti sovrani di difesa.

L'EFFICACIA DEL BLOCCO NAVALE E LO STALLO OPERATIVO. Mentre la diplomazia rallenta i ritmi, l'apparato militare statunitense intensifica le operazioni di interdizione. Nella tarda serata di ieri, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha fornito dati precisi sull'impatto del blocco navale ai danni dei porti iraniani. Le forze americane hanno intercettato e dirottato un totale di 31 navi, costringendole a invertire la rotta o a rientrare nei porti di origine. La maggior parte di queste imbarcazioni era costituita da petroliere, il che conferma l'obiettivo di strangolare la capacità di esportazione energetica della Repubblica Islamica. Questo dispositivo militare crea un paradosso operativo: la guerra rimane formalmente “in pausa” grazie al cessate il fuoco, ma i suoi effetti economici sono quelli di un conflitto aperto. Lo stallo diplomatico sembra dunque funzionale a Washington per permettere al blocco di produrre i massimi danni strutturali senza dover ricorrere all'uso della forza cinetica contro il territorio iraniano. I funzionari del Pentagono indicano che l'intercettazione sistematica del naviglio sta già causando colli di bottiglia logistici che Teheran fatica a gestire, alimentando ulteriormente il nervosismo tra le élite economiche e i vertici delle Guardie Rivoluzionarie.

LA REAZIONE DI TEHERAN: ACCUSE DI BOICOTTAGGIO NEGOZIALE. La leadership iraniana respinge la lettura americana e accusa Washington di utilizzare il blocco navale come arma di ricatto che impedisce, di fatto, ogni serio progresso diplomatico. Ieri, il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian è intervenuto sulla questione, cercando di accreditare l'immagine di un Iran disposto alla mediazione ma impossibilitato dalle azioni nemiche. Pezeshkian ha affermato che “la violazione degli impegni, il blocco e le minacce sono i principali ostacoli a negoziati autentici”.

Secondo la presidenza iraniana, è impossibile condurre un dialogo paritario mentre il Paese è sottoposto a quello che viene definito un “assedio illegale”. La dialettica di Teheran punta a internazionalizzare la crisi, cercando sponde tra i partner commerciali danneggiati dal blocco statunitense. Le Guardie Rivoluzionarie, intanto, mantengono una postura aggressiva: oltre ai due sequestri confermati ieri, è stato riportato l'episodio di un'apertura del fuoco contro una terza imbarcazione nello Stretto di Hormuz. Queste azioni sono descritte da Teheran come “polizia marittima”, ma appaiono come l'unica moneta di scambio rimasta al regime per tentare di forzare la mano agli Stati Uniti e alleggerire la morsa sui propri porti.

LA GUERRA DELL'INFORMAZIONE E IL CASO DELLE ESECUZIONI SOSPESE. Un fronte parallelo e non meno aspro è quello della comunicazione diretta e della propaganda. Nelle ultime ore è emerso un duro scontro verbale riguardante la sorte di alcune detenute iraniane. In precedenza, The Donald aveva rivendicato un successo umanitario, affermando che, su sua esplicita richiesta, l'Iran aveva rinunciato a giustiziare otto donne, definendo l'accaduto “un'ottima notizia”. Il tutto è stato è però smentito con forza dalle autorità giudiziarie di Teheran.

Ieri, l'organo di stampa ufficiale della magistratura iraniana, Mizan, ha accusato il Presidente statunitense di diffondere “false informazioni” per mascherare la propria mancanza di influenza reale sulle dinamiche interne del Paese. Secondo la nota diffusa da Mizan, “Donald Trump non ha un reale potere sul campo, il che lo ha portato a inventare successi basati su false informazioni”. Già ieri mattina, la magistratura iraniana aveva precisato che nessuna delle donne citate da Trump rischiava l'esecuzione: alcune erano già state rilasciate, mentre altre stavano scontando pene detentive comuni. Ad essere palese è comunque il tentativo dell’inquilino della Casa Bianca di parlare direttamente alla popolazione iraniana, presentandosi come un protettore dei diritti civili, e la necessità del regime di riaffermare la propria assoluta sovranità interna, negando ogni forma di condizionamento esterno sulle proprie sentenze.

TRA LOGORAMENTO E RISCHIO DI ESCALATION. In prospettiva, ad essere emersa nelle ultime ore è una strategia americana basata su quello che si potrebbe definire “immobilismo aggressivo”. Rimuovendo la scadenza del cessate il fuoco, Trump ha tolto all'Iran l'alibi dell'urgenza, lasciando che il tempo e il blocco navale lavorino contro la stabilità economica del regime. Al contempo, il tycoon mantiene la minaccia militare — la distruzione delle infrastrutture civili e dei ponti — come un'opzione sempre disponibile, sebbene temporaneamente congelata. Teheran si trova in una posizione di estrema vulnerabilità tattica: rispondere militarmente significherebbe fornire il pretesto per i bombardamenti minacciati domenica scorsa; subire passivamente il blocco navale significa accettare un collasso economico lento ma inesorabile. La richiesta americana di una “proposta unitaria” dalle varie fazioni iraniane è, in realtà, un invito alla resa o a una riforma radicale delle posizioni di politica estera della Repubblica Islamica. Fino a quando Washington percepirà che il blocco navale è efficace senza scatenare una reazione bellica su vasta scala, è probabile che il cessate il fuoco rimarrà in vigore, trasformando la tregua in uno strumento di pressione permanente. (23 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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