di Paolo Pagliaro
Anche quest’anno la Brigata Ebraica — che porta il nome e la memoria di chi combatté contro il nazifascismo fianco a fianco con i partigiani italiani — è stata cacciata dal corteo della Liberazione. Cacciata da una minoranza rumorosa e arrogante che ha scambiato l'identità ebraica per una colpa collettiva. Chi urlava "fuori i sionisti", chi gridava "assassini" a chi sfilava sotto la stella di David, chi ha pronunciato l'orrendo insulto delle "saponette mancate" — richiamo diretto allo sterminio nazista — non stava esercitando una legittima critica politica ai misfatti del governo israeliano. Stava insultando degli ebrei in quanto ebrei, equiparando un'appartenenza religiosa e culturale a una responsabilità politica. Questo si chiama antisemitismo, e il fatto che si manifesti da sinistra, in un corteo antifascista, lo rende ancora più intollerabile e più insidioso. Tra coloro che sfilavano con la Brigata c'erano alcuni degli ebrei più coraggiosamente critici nei confronti di Netanyahu e delle sue politiche. Persone come Emanuele Fiano, presidente di "Sinistra per Israele — Due popoli, due Stati", che da decenni difende i diritti dei palestinesi pur rivendicando il diritto di Israele a esistere. Cacciarli dal corteo non è stata un'azione coerente con la causa palestinese: è stata un'azione antisemita, e basta. Va detta con chiarezza anche un'altra cosa: Netanyahu porta una responsabilità enorme in tutto questo. Con la sua guerra spietata, con la catastrofe umanitaria di Gaza, con il disprezzo sistematico per il diritto internazionale, egli sta contribuendo in maniera decisiva al risveglio dell'antisemitismo. È una responsabilità gravissima, che si aggiunge a quella di chi insulta ed espelle gli ebrei da un corteo di libertà.





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