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direttore Paolo Pagliaro

INCUBO LOGORAMENTO
PER STATI UNITI E RUSSIA

INCUBO LOGORAMENTO <BR> PER STATI UNITI E RUSSIA

In un momento in cui l'equilibrio globale appare sospeso tra il blocco navale in Medio Oriente e le trincee dell'Europa orientale, la conversazione di ieri tra Donald Trump e Vladimir Putin non va interpretata solo come una consultazione diplomatica, ma un tentativo di definire le priorità delle due superpotenze. Il colloquio, durato oltre 90 minuti, ha evidenziato come le crisi in Iran e Ucraina siano ormai vasi comunicanti nella strategia geopolitica russa e americana. Tuttavia, oltre la retorica dei comunicati ufficiali, emerge una realtà più complessa: entrambi i leader si trovano a gestire conflitti che stanno mettendo a dura prova la tenuta stessa del loro rango internazionale. Se da un lato Washington ostenta una potenza navale “impeccabile”, tra le pieghe del Pentagono è risuonato nei giorni scorsi un allarme che non può essere ignorato: quello relativo all'erosione degli arsenali. Il sostegno prolungato su più fronti e l'intensità delle operazioni di blocco stanno consumando scorte di munizioni e sistemi di difesa a una velocità superiore alla capacità di rimpiazzo industriale. Per gli Stati Uniti, il rischio è veder incrinata l'immagine di “arsenale della democrazia” proprio mentre la competizione con i rivali globali si fa più serrata.

Sul fronte opposto, la Russia di Putin sta palesemente soffrendo le conseguenze di una guerra d'attrito che si è rivelata molto più onerosa del previsto. La resistenza ucraina non ha solo bloccato l'avanzata russa, ma ha innescato un effetto domino che tocca la stabilità sociale ed economica del Paese. Il logoramento militare è accompagnato da una pressione interna che mette in discussione la capacità del Cremlino di proiettare forza all'estero senza compromettere la tenuta del sistema nazionale. Per Mosca, la crisi iraniana non è solo un dossier diplomatico, ma una possibile via d'uscita per distogliere l'attenzione e le risorse da un fronte ucraino sempre più asfittico.

IL BARATTO NUCLEARE E IL “NO” DI TRUMP. È in questa cornice di reciproca fragilità che va letta la proposta russa di farsi carico dell'uranio arricchito iraniano. Putin ha offerto la disponibilità della Russia a prelevare circa 970 libbre di materiale fissile che gli Stati Uniti esigono siano rimosse da Teheran. Per il Cremlino, questo significherebbe riacquistare il ruolo di mediatore indispensabile, utilizzando la leva nucleare mediorientale per ottenere concessioni, o almeno una de-escalation, sul terreno ucraino. La risposta di Trump è stata netta, segnando una linea di demarcazione che punta a non concedere ossigeno diplomatico all'avversario. “Gli ho detto che preferirei di gran lunga che fosse coinvolto nel porre fine alla guerra con l'Ucraina”, ha spiegato il tycoon durante l'evento con gli astronauti di Artemis II. “Prima che tu mi aiuti [con l'Iran], voglio porre fine alla tua guerra”. Questa posizione rivela la volontà di Washington di mantenere i due dossier separati, evitando che la Russia possa usare l'Iran come moneta di scambio per stabilizzare le proprie difficoltà in Europa orientale.

LA TREGUA DEL 9 MAGGIO: NECESSITÀ O STRATEGIA? Un altro passaggio cruciale della telefonata ha riguardato la proposta di Putin di un cessate il fuoco temporaneo in vista del 9 maggio, anniversario della vittoria sulla Germania nazista. Putin ha comunicato la disponibilità a sospendere le ostilità, mossa che Trump ha accolto con un cauto ottimismo: “Ho suggerito un po' di tregua e penso che potrebbe farlo. Ci sono così tante persone uccise, è così assurdo”. Tuttavia, leggendo tra le righe, la proposta di tregua sembra rispondere più a un'esigenza di riorganizzazione russa che a un reale afflato umanitario. Con la sicurezza interna minacciata e le celebrazioni sulla Piazza Rossa ridimensionate per il timore di attacchi con droni, una pausa nei combattimenti permetterebbe a Mosca di celebrare la propria simbologia di potenza senza l'imbarazzo di nuovi rovesci militari in tempo reale. Per Putin, il 9 maggio non è solo una festa, è la legittimazione del suo rango; perderne il controllo simbolico sarebbe un segnale di debolezza gravissimo per il suo potere interno. In conclusione, la telefonata di ieri non appare come il dialogo tra due trionfatori, ma un serrato confronto tra due leader che sanno di non poter sbagliare la prossima mossa. La sfida per Trump è mantenere il blocco navale senza svuotare le riserve strategiche americane; per Putin, è trovare una via d'uscita onorevole dall'Ucraina senza che il rango della Russia ne esca definitivamente ridimensionato a potenza regionale. (30 APR – deg)

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