Due recenti episodi hanno portato alla ribalta mediatica internazionale l’Honduras: il primo ha riguardato la grazia concessa dal presidente americano Donald Trump all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernandez che stava scontando una pena detentiva di 45 anni in un carcere degli Usa per traffico di droga ( anche il fratello Antonio Hernandez era stato arrestato nel 2021 per narcotraffico). Il secondo fatto di rilievo è stata la scoperta nel municipio di La Ceiba, una zona montuosa di difficile accesso, di oltre 4 ettari di terreno coltivati con circa 18mila piante di coca che sommate alle 300mila piante localizzate in alcuni dipartimenti nei mesi passati insieme a laboratori e sostanze per la produzione della cocaina, fanno pensare che l’Honduras sia diventato non più solo un punto di transito ma anche un paese di coltivazione.
Una situazione che sta determinando un aumento della violenza locale, in particolare tra gruppi armati che si disputano il controllo del territorio, oltre a intimidazioni e a fenomeni di corruzione delle autorità locali. Visitando, anni fa, Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, ci si poteva rendere subito conto dei gravi problemi economici e sociali di questo paese. La povertà si toccava (si tocca) con mano. Il grado di analfabetismo raggiungeva il 4%.
L’attuale assetto politico-istituzionale della Repubblica Presidenziale honduregna è il risultato di un processo di democratizzazione iniziato con le elezioni del 1980-81. Queste segnarono il ritorno al potere dei civili dopo quasi diciassette anni di ininterrotta direzione politica dei militari. Il passaggio è avvenuto in qualche modo in forma graduale e “concordata” ma ancora oggi sulle istituzioni politiche grava una sorta di tutela militare. Le risorse del paese sono l’agricoltura, la pesca le miniere, il turismo. Nel secolo passato l’Honduras si era inserito nel mercato mondiale con ritardo rispetto ad altri paesi centroamericani, come un paese agro esportatore, o meglio, come monoesportatore bananiero. I capitali investiti in questa produzione , come anche nel settore minerario, sono, per lo più, nordamericani. L’Honduras, con la sua fascia costiera sul mar dei Caraibi poco sorvegliata, le isole de La Bahia poco vigilate, la tradizionale propensione al contrabbando, le numerose piste di atterraggio clandestine, è il luogo ideale per il transito della cocaina verso il Nordamerica e l’Europa. Le rotte maggiormente utilizzate dai narcotrafficanti sono quella terrestre, al confine con il Nicaragua, quella lagunare (laguna di Caratasca) e, soprattutto, quella marittima che interessa le isole. E’ proprio qui che, in posti prestabiliti, si effettuano trasbordi di cocaina da idrovolanti a navi o si realizzano lanci della droga opportunamente sigillata in involucri impermeabili che vengono recuperati da piccole imbarcazioni a motore. Nonostante le carenze di risorse da parte della Polizia si sono registrati alcuni successi nella lotta al narcotraffico concretizzatisi in apprezzabili sequestri di droga (40 tonnellate nel 2024, ultimo dato disponibile).
Due vicende risalenti a diversi anni fa hanno determinato una perdita di credibilità da parte di militari e magistratura, istituzioni preposte a combattere il narcotraffico. I primi furono travolti da una testimonianza resa da Josè Blandon, ex dirigente politico panamense, alla Commissione americana di indagine sul narcotraffico presieduta dal senatore John Kerry. Quanto ai magistrati, messi sotto accusa per le lievi condanne inflitte ai narcos, spiegarono che ciò era dovuto a deficiencia policial in alcuni casi e ad ordini superiori, in altri.





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