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CORSI E RICORSI STORICI
MA BIBI’ NON E’ WINSTON

CORSI E RICORSI STORICI <BR> MA BIBI’ NON E’ WINSTON

Nella storia delle grandi coalizioni internazionali, la dinamica tra una superpotenza globale e un partner regionale più piccolo ma strategicamente iperattivo tende a ripetere copioni precisi. Il parallelismo storico più calzante si ritrova nei complessi equilibri tra il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt e il Primo Ministro britannico Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale. Come evidenziato dagli storici militari, l'obiettivo prioritario di Roosevelt era concentrare la macchina bellica americana sul fronte principale in Europa settentrionale attraverso la Francia (la futura operazione Overlord), riducendo al minimo le dispersioni in teatri considerati collaterali. Fu l'ostinata pressione di Churchill a scardinare questa pianificazione, imponendo la strategia del cosiddetto “ventre molle” d'Europa, che trascinò gli Stati Uniti nella logorante campagna del Nord Africa e nel successivo, sanguinoso sbarco in Italia (da Salerno fino all'impasse di Anzio). Per Washington l'Italia rappresentava un diversivo geopolitico rischioso; per Londra era una priorità assoluta per proteggere le rotte imperiali nel Mediterraneo.

Oggi, analisti di politica internazionale e commentatori della destra americana come il senatore Lindsey Graham tracciano un asse speculare, arrivando a definire Donald Trump e Benjamin Netanyahu come i moderni Roosevelt e Churchill in prima linea contro le minacce globali. Tuttavia, dietro la retorica dell'alleanza d'acciaio si nasconde la medesima frizione strategica degli anni Quaranta. La priorità dell'amministrazione Trump è chiudere rapidamente la faglia mediorientale attraverso un accordo nucleare ed energetico con l'Iran (incentrato sulla riapertura dello Stretto di Hormuz) da spendere come successo immediato sul piano interno. Al contrario, Netanyahu agirebbe proprio come Churchill in Italia: spingendo per vincolare la superpotenza americana a un impegno militare massimo, esigendo che l'accordo non si limiti al dossier atomico ma includa lo smantellamento dei missili balistici e la neutralizzazione delle milizie sciite regionali. Si tratta di linee rosse che Teheran ritiene non negoziabili e che Washington preferirebbe accantonare per congelare la crisi, ma che il leader israeliano impone sul tavolo negoziale per i propri imperativi di sicurezza nazionale.

LO SCISMA DELLA LEGITTIMITÀ: IL FARO DEMOCRATICO E LO SPETTRO DELL'AIA. Se la dinamica operativa ricalca vecchi schemi di pressione bilaterale, il parallelo si interrompe bruscamente quando si analizza la statura etica e istituzionale dei protagonisti. Winston Churchill riuscì a incarnare il punto di riferimento morale per tutte le democrazie occidentali, offrendo a Roosevelt un partner dotato di un'immensa legittimità transatlantica, utile a cementare il consenso dei rispettivi popoli dietro lo sforzo bellico. Al contrario, Benjamin Netanyahu si trova oggi in una condizione di profonda solitudine legale nel panorama occidentale. Sul capo del Primo Ministro israeliano pende infatti una richiesta di mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI) per presunti crimini di guerra, una circostanza che lo stesso leader israeliano ha contestato duramente sui media internazionali, respingendo le accuse e paragonando la propria postura difensiva proprio a quella dei leader della Seconda Guerra Mondiale.

Questo fardello giudiziario apre una faglia profonda tra le sponde dell'Atlantico e mette a nudo lo scisma interno al blocco occidentale. Gli storici della diplomazia sottolineano come i governi europei si trovino oggi intrappolati in un paradosso istituzionale: da un lato sono vincolati dallo Statuto di Roma a rispettare i pronunciamenti dell'Aia, dall'altro sanno che l'applicazione formale del diritto internazionale decreterebbe una rottura diplomatica insanabile con gli Stati Uniti. Questa paralisi decisionale sta spaccando l'Unione Europea tra paesi rigoristi e nazioni che scelgono la Realpolitik per timore delle ritorsioni di Washington. Netanyahu, a differenza del leader britannico, non agisce come un collante per l'Occidente, ma come un potente acceleratore di frammentazione tra gli alleati storici della Nato.

LA SPINTA ELETTORALE AMERICANA E IL CINISMO DELLA REALPOLITIK. Mentre l'Europa si interroga sui dilemmi della legalità internazionale, la politica interna statunitense offre a Donald Trump una prateria in cui muoversi ignorando i distinguo delle corti estere. Per la base conservatrice ed evangelica americana, Netanyahu non è un leader controverso sotto inchiesta, ma un baluardo che difende l'Occidente. Questo elettorato percepisce le istituzioni globaliste come prive di reale legittimità democratica, trasformando la difesa di Israele in un formidabile argomento propagandistico domestico. Il sostegno incondizionato della destra americana garantisce a Netanyahu una leva politica immensa, consentendogli di condizionare o frenare pubblicamente gli annunci di tregua della Casa Bianca, consapevole che il presidente statunitense non può permettersi di alienarsi l'elettorato filoisraeliano a Washington.

In questo scenario, la Casa Bianca dimostra il lato più puro e cinico del realismo geopolitico. Per l'amministrazione Trump, lo Stato ebraico rimane l'unico avamposto militare e strategico in grado di controbilanciare l'influenza dell'Iran e della Russia nel quadrante mediorientale, a prescindere da chi ne detenga la leadership temporanea. Agli occhi di Washington, l'efficacia difensiva e offensiva di Israele sul terreno supera di gran lunga i costi politici derivanti dalle proteste europee o dalle sentenze internazionali.

Tuttavia, gli esperti avvertono che questa totale scissione tra convenienza militare e reputazione diplomatica rischia di erodere la tenuta strategica a lungo termine di entrambi gli attori. Senza il riconoscimento e la legittimità morale che Churchill seppe garantire al suo paese, il legame tra Washington e Tel Aviv rischia di non essere più percepito come un'alleanza fondata su valori condivisi, ma come un patto di pura sopravvivenza bellica, esponendo la principale democrazia del globo a una crisi di credibilità storica senza precedenti. (16 GIU – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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