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direttore Paolo Pagliaro

LA NATO: NOI CON KIEV
MOSCA: VUOLE GUERRA

LA NATO: NOI CON KIEV <BR> MOSCA: VUOLE GUERRA

“Sia chiaro: l'Ucraina sarà autorizzata a produrre i missili Patriot sul proprio territorio per garantire la propria difesa a lungo termine”. Con questa dichiarazione strategica, formulata ieri a margine del vertice della NATO ad Ankara, il presidente americano Donald Trump ha impresso una svolta cruciale al supporto militare per Kiev, offrendo alle forze ucraine la capacità di fabbricare autonomamente i vettori considerati essenziali per intercettare i missili balistici russi. L'annuncio dell'inquilino della Casa Bianca è giunto al termine di un faccia a faccia con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, confermando l'intenzione di Washington di strutturare una cooperazione industriale bellica avanzata anziché limitarsi alla semplice fornitura di armamenti finiti.

Contemporaneamente, i 32 Stati membri dell'Alleanza Atlantica hanno siglato un documento comune nel quale hanno riaffermato il loro “incrollabile sostegno” all'Ucraina. Nel testo finale del summit in Turchia, i leader alleati hanno sottolineato come la resistenza del Paese aggredito “contribuisce alla sicurezza transatlantica e difende la sua libertà, sovranità e integrità territoriale”. Dietro la formula diplomatica si legge il tentativo della NATO di blindare l'assistenza militare ed economica a lungo termine, sottraendola per quanto possibile alle oscillazioni delle singole politiche interne e ai veti incrociati dei Paesi membri.

La reazione di Mosca a queste manovre non si è fatta attendere. Il ministero degli Esteri della Federazione Russa ha liquidato i risultati del summit bollando come “irresponsabili” gli impegni assunti dall'Alleanza Atlantica in Turchia. Secondo la diplomazia del Cremlino, i Paesi occidentali starebbero assumendo “decisioni irresponsabili che potrebbero portare a una catastrofe”, concentrandosi unicamente sulla “militarizzazione del continente europeo”. Le autorità russe hanno inoltre accusato apertamente gli Stati europei di prepararsi in modo deliberato “a un conflitto armato con la Russia”, interpretando l'apertura alla produzione locale di sistemi complessi come i Patriot come il superamento di una linea rossa invalicabile.

LA RITORSIONE ENERGETICA DEL CREMLINO SUL GASOLIO. Sul fronte economico e strategico, Mosca ha deciso di muovere una pedina fondamentale nel settore delle materie prime per rispondere alla pressione internazionale. Il governo russo ha annunciato il blocco totale delle vendite all'estero di carburante raffinato, con un provvedimento mirato a colpire i mercati internazionali. La Russia ha formalizzato il divieto di esportazione di gasolio a partire da ieri, una mossa che rischia di creare nuove tensioni sulle catene di approvvigionamento europee e globali, già pesantemente sollecitate dall'andamento del conflitto e dalle sanzioni incrociate. La misura è stata illustrata nei dettagli tecnici ed economici durante un vertice operativo al Cremlino, trasmesso parzialmente dai canali di Stato. Questa misura “aumenterà l'offerta sul mercato interno”, ha dichiarato il vice primo ministro russo Alexander Novak durante un incontro istituzionale con il presidente Vladimir Putin. La logica economica illustrata da Novak risponde alla necessità di stabilizzare i prezzi interni del carburante e garantire la piena disponibilità per il settore agricolo e industriale russo durante i mesi estivi.

Tuttavia, gli analisti internazionali leggono tra le righe del provvedimento una chiara contromisura politica: riducendo i flussi di gasolio verso l'esterno, Mosca punta a innescare un aumento dei prezzi dell'energia nei Paesi occidentali, sfruttando l'arma delle risorse energetiche per erodere il consenso interno nei governi che sostengono militarmente l'Ucraina. Il tempismo del decreto, varato in concomitanza con la chiusura del vertice NATO di Ankara, evidenzia il legame diretto tra le decisioni geopolitiche dei Paesi alleati e le risposte asimmetriche della Federazione Russa.

IL DISGELO PARZIALE E LE OMBRE STORICHE TRA VARSAVIA E KIEV. Il summit della NATO in Turchia è stato anche lo scenario di un delicato e atteso chiarimento bilaterale lungo l'asse Varsavia-Kiev. Il capo di Stato polacco, esponente di spicco del movimento nazionalista, e Zelensky hanno ripreso ieri un dialogo diplomatico che si era bruscamente interrotto nei mesi precedenti a causa di una profonda disputa legata alla memoria storica dei due Paesi. Le relazioni tra la Polonia e l'Ucraina si erano fortemente raffreddate alla fine di maggio, quando la presidenza polacca aveva criticato duramente il leader ucraino per aver intitolato un'importante unità militare all'Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). L'organizzazione patriottica ucraina è storicamente ritenuta da Varsavia la principale responsabile del massacro di oltre 100.000 civili polacchi nelle regioni della Volinia e della Galizia orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. In seguito a quella frizione ideologica, il capo di Stato polacco aveva revocato a Zelensky la sua più alta onorificenza nazionale, l'Ordine dell'Aquila Bianca; per reazione, il presidente ucraino aveva annullato la propria partecipazione a una conferenza internazionale sulla ricostruzione post-bellica organizzata a Danzica.

L'incontro di ieri ad Ankara ha permesso di riaprire i canali di comunicazione, pur confermando la distanza immutata sulle valutazioni del passato comune. “Ciò che rimane invariato è che, sia per l'Ucraina che per la Polonia, la Federazione Russa continua a rappresentare la minaccia principale”, ha dichiarato il leader polacco al termine del colloquio con la controparte ucraina. Lo statista polacco ha tuttavia ammesso apertamente che le delegazioni non sono “riusciti a risolvere le questioni storiche”, che rimangono un nervo scoperto nel dibattito politico polacco. Da parte sua, il presidente ucraino ha espresso un moderato ottimismo sulla tenuta della cooperazione strategica di sicurezza, scrivendo sul proprio canale ufficiale Telegram di aver “concordato di continuare il dialogo” per appianare le divergenze e concentrarsi sulla difesa comune contro le forze di Mosca.

L'IMPATTO DEI BOMBARDAMENTI RUSSI SULLE CITTÀ UCRAINE. Mentre le cancellerie internazionali definivano gli assetti industriali e geopolitici della difesa, sul terreno le operazioni militari hanno continuato a colpire i centri urbani ucraini con violenza immutata. La scorsa notte e il pomeriggio di ieri sono stati contrassegnati da una nuova ondata di raid condotti dalle forze aeree russe attraverso l'impiego massiccio di droni suicidi e vettori d'attacco, diretti contro le infrastrutture civili e i quartieri residenziali delle principali città del Paese. Secondo i dati diffusi dal sindaco di Kiev, Vitaly Klitschko, ieri i droni russi hanno colpito diverse zone della capitale, provocando la morte di tre persone e il ferimento di circa altre dieci nel corso del pomeriggio, a testimonianza di una pressione militare che non risparmia l'area metropolitana della città. La difesa aerea ucraina ha ingaggiato numerosi bersagli nei cieli della capitale, ma alcuni frammenti e vettori sono riusciti a superare lo scudo protettivo provocando crolli e incendi in alcune strutture abitative. Contemporaneamente, la situazione è rimasta critica anche lungo il fronte meridionale e costiero. Le autorità locali di Odessa hanno confermato che quattro persone sono morte ieri sera a causa di un pesante bombardamento missilistico che ha preso di mira l'area portuale e i distretti limitrofi. I raid russi su Odessa continuano a concentrarsi sui nodi logistici commerciali, ma l'impiego di armamenti a lungo raggio continua a registrare un pesante tributo in termini di vite umane tra la popolazione civile, confermando l'urgenza espressa da Kiev per l'attivazione immediata delle licenze di produzione dei sistemi Patriot promessi da Trump. (9 LUG – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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