“Vogliono eliminare il leader americano, cioè me. Sono in qualche lista, ho visto stamattina che sono in tutte le loro liste. E finora, credo di essere stato un po' fortunato, ma forse non durerà a lungo”. Con queste parole taglienti il presidente americano Donald Trump tiene puntati con la massima intensità i riflettori internazionali sulla gravissima crisi che vede contrapposti Washington e Teheran. Una dichiarazione che giunge in un momento di massima tensione, mentre il fragile cessate il fuoco sul campo si sta progressivamente sgretolando sotto i colpi di una violentissima ripresa delle ostilità. La Repubblica Islamica afferma di essere stata colpita da una nuova ondata di raid aerei, sebbene i vertici statunitensi abbiano preferito trincerarsi dietro il silenzio, non confermando l'azione militare. Si tratta di una strategia non nuova per il Pentagono, che nell'ultimo periodo ha alternato attacchi mirati a pause tattiche, nel tentativo di evitare un'escalation incontrollabile nella regione, mentre parallelamente i negoziatori continuano a incontrarsi dietro le quinte per cercare una via d'uscita diplomatica.
ALLERTA NEL GOLFO E TRANSIZIONE DI POTERE A TEHERAN. La pressione sul fronte militare resta comunque altissima. Nelle ore precedenti, a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln, gli equipaggi si stavano preparando intensamente a potenziali attacchi, a testimonianza di come l'allerta nel Golfo resti ai massimi livelli. Nel frattempo, l'Iran ha vissuto giorni di profondo sconcerto e mobilitazione interna per i funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, assassinato in circostanze che hanno sconvolto l'assetto politico del Paese. Le cerimonie funebri si sono concluse dopo essersi protratte per diversi giorni, culminando con la sepoltura del leader spirituale. In questo scenario di transizione estremamente delicato, il figlio e successore designato, Mojtaba Khamenei, ha assunto formalmente le redini del potere ma non è ancora apparso in pubblico dal momento della sua nomina, alimentando interrogativi e speculazioni sulla solidità del nuovo comando a Teheran.
L'INFORMATIVA DI ISRAELE E LE MISURE DI SICUREZZA PER IL TYCOON. L'ombra dei complotti internazionali appesantisce ulteriormente il quadro diplomatico. Nelle ultime ore sono emerse indiscrezioni di intelligence estremamente dettagliate secondo cui l'Iran starebbe preparando un nuovo piano per assassinare l'inquilino della Casa Bianca. Le informazioni, condivise dai servizi di sicurezza israeliani con le controparti statunitensi, indicano che Teheran avrebbe ideato una vera e propria cospirazione per colpire il capo di Stato americano. L'allarme è giunto alle autorità di Washington nel corso di questa settimana, confermando e dettagliando un progetto di eliminazione fisica del “comandante in capo” statunitense che l'intelligence d'oltreoceano aveva già parzialmente individuato. I media americani, pur mantenendo una forte reticenza nel rivelare i dettagli operativi per ovvi motivi di sicurezza, hanno confermato la gravità dello scenario. Durante le oceaniche esequie di Khamenei, d'altronde, i megafoni del regime hanno lanciato ripetuti e ufficiali appelli alla vendetta contro l’inquilino della Casa Bianca.
La reazione istituzionale di Washington è stata improntata alla massima cautela, senza smentite ufficiali ma con un chiaro arroccamento protettivo attorno alla figura presidenziale. Per motivi di sicurezza legati proprio a queste minacce tangibili, il capo dello Stato avrebbe infatti lasciato il vertice della NATO in Turchia a bordo del vecchio aereo presidenziale, rifiutando di utilizzare il nuovo velivolo messo a disposizione dal Qatar. Il retroscena è venuto alla luce grazie a delle fughe di notizie verificatesi in un contesto di forte attrito politico tra lo Stato ebraico e gli Stati Uniti, con i rapporti tra il tycoon e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu apparsi tesi proprio a causa della gestione complessiva della guerra in Iran. Ciononostante, i canali di comunicazione strategica – assicura Washington - rimangono aperti e attivi.
L'ASSE WASHINGTON-TEL AVIV E I NODI GEOPOLITICI REGIONALI. Ieri sera il presidente americano ha avuto un colloquio telefonico con il premier israeliano per informarlo dettagliatamente sugli ultimi movimenti operativi compiuti dalle forze navali e aeree statunitensi nelle acque del Golfo. La conversazione è stata presentata ufficialmente dall'ufficio di Netanyahu come parte dei regolari e costanti contatti tra le due nazioni, mirati a riaffermare la prosecuzione del coordinamento strategico e militare in vari settori chiave. Tuttavia, la retorica proveniente da Tel Aviv segnala una netta accelerazione verso la linea dura: il primo ministro e il capo delle Forze di Difesa Israeliane hanno voluto sottolineare con forza la totale disponibilità del Paese a tornare formalmente in guerra aperta con l'Iran in seguito ai recenti e ripetuti scontri di frontiera.
Nel corso del medesimo confronto bilaterale, Netanyahu ha posto l'accento sulla gravità delle posizioni assunte dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e dai suoi più stretti collaboratori, giudicate lesive per l'esistenza stessa dello Stato di Israele. La leadership dello Stato ebraico ha ribadito l'assoluta necessità di istituire zone di sicurezza presidiate lungo i propri confini per prevenire infiltrazioni e attacchi su larga scala. Da parte di Washington, un funzionario governativo ha confermato l'avvenuto colloquio telefonico, preferendo non rilasciare ulteriori commenti sui dettagli specifici trattati, mantenendo il consueto riserbo che caratterizza questa delicatissima fase di transizione e di accresciuto pericolo globale. (10 LUG – deg)
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